Alberto Vianello"Gesù è il vero piccolo"

Monastero Marango<<Caorle>>
Letture: Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
Gesù non si è mai sentito migliore degli altri: nel concreto, è questo l’atteggiamento interiore frutto della piccolezza, della mitezza e dell’umiltà che Gesù rivela di se stesso nel brano evangelico di questa domenica.

Lui non si è mai rapportato da superiore o diverso, nei confronti di chi incontrava, pur essendo il Figlio di Dio. Non ha mai pensato che la sua missione di rivelare e donare Dio agli uomini lo ponesse in una condizione almeno distinta dagli altri.
L’uomo tende ad esaltarsi quando le cose vanno bene (o lui crede di riuscire in esse). E tende ad abbattersi, quando fallisce, oppure disprezza quelli che non lo valutano. Gesù, invece, sia che venisse accolto e riconosciuto, sia che venisse rifiutato e negato, si è sempre sentito come un uomo pari agli altri e come gli altri. Quando le folle lo esaltavano, immediatamente se ne andava a portare il dono di sé anche ad altra gente, invece di rimanere a raccogliere il frutto del successo. Quando, invece, la sua missione falliva (come è raccontato nei versetti precedenti al brano evangelico) non pensava di aver sbagliato tutto, ma sapeva comunque ricondurre tutto al Padre e allo straordinario compiacersi paterno della relazione con coloro che non valgono, piuttosto che con i bravi, i preparati, gli studiati, che rifiutavano e non credevano alla rivelazione del suo Figlio.
Il Padre ha scelto i piccoli perché ha scelto il «piccolo» Gesù, uomo come gli altri, che portava loro ciò che totalmente è diverso: Dio.

C’è, in Gesù, una coscienza ben precisa che gli permette di “stare con i piedi per terra”: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio». In pratica, Gesù è convinto di non essere nulla senza il Padre: ha ricevuto tutto da Lui. Per questo lo può rivelare: non perché ha i titoli accademici o gli onori del suo status, ma perché il Figlio non è nulla e non ha nulla senza il Padre. E' la vera coscienza di essere piccoli. Perciò tutto quello che è e quello che fa non possono che esprimere il Padre. Più si riconosce così piccolo, maggiormente può rivelare agli uomini la realtà di Dio Padre.

Per tutto ciò, Gesù invita alla relazione con Lui innanzitutto riconoscendo che in Lui veramente si può «trovare riposo»: da tutte le ansie, gli affanni, le preoccupazioni dell’uomo.
È un invito per chi vede naufragare la propria vita, oggi prima di tutto fisicamente, come gli immigrati che, nel loro dramma, cercano le briciole delle nostre tavole avventurandosi sui barconi. Per i cristiani, queste vite sono il grido di dolore per una società più giusta, più equa e disponibile alla condivisione dei beni.
È un invito per chi non trova più alcuna forza o speranza nella sua vita: solo il Signore sa essere veramente vicino.
È un invito a chi vive o vede un’interminabile violenza: invocare Dio è credere alla forza di trasformazione che le energie del suo amore sanno immettere dentro la nostra storia.
È un invito anche chi si affanna in tanti impegni ed è intimamente convinto che questi gli assicurino un certo favore divino, oppure che siano essenziali per rivestire la visibilità della sua funzione, del suo ruolo, della sua ministerialità.
Abbiamo i piedi sporchi per cammini spesso faticosi, contraddittori, anche fallimentari oppure ansiosi di prestazioni, guadagni e riconoscimenti. Il Signore non pretende altri sforzi da noi: vuole solo lavarci i piedi. Questo gesto e questa cura ci rigenerano molto più di nuove facoltà o capacità. Ma per lasciarsi lavare i piedi, bisogna che ci fermiamo: che lasciamo che Colui che ha ricevuto dal Padre tutto nelle sue mani prenda i nostri piedi nelle sue mani (cfr. Gv 13,1-20). Dobbiamo smettere di guardare alla nostre opere o non-opere. Bisogna, invece, riconoscere questa grande, unica, vera ed efficace opera: l’amore di Dio per noi, in Gesù Cristo, il vero piccolo e amato dal Padre.

Alberto Vianello

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