fr. Massimo Rossi" A CHE COSA SERVE DIO?"

Commento su Matteo 16,21-27
XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (31/08/2014)
Vangelo: Mt 16,21-27 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
Ecco dove conducono i nostri pregiudizi, i preconcetti, gli stereotipi, le nostre aspettative, la nostra inguaribile conformità alla mentalità di questo mondo...
Nessun problema a credere in astratto che Gesù di Nazareth sia il Cristo di Dio; salvo, poi, in concreto, fare un sacco di distinguo, metafisici e non, sul fatto che Gesù crocifisso fosse, o non fosse veramente Dio: ricordate il bambino protagonista del racconto di E.E.Schmitt, "Oscar e la dama in rosa", malato terminale di
leucemia, il primo giorno che gli mostrarono un crocifisso: "Non può essere Dio! che me ne faccio di un Dio così, che soffre, che muore?...".
È vero, Oscar ha ragione, un Dio che diventa uomo e poi fa la fine degli altri uomini, addirittura la peggiore delle fini, non serve a niente, non serve a nessuno! Un Dio che non è capace di togliere le sofferenze e la morte, ma, al contrario, accetta di patirle Lui stesso nel suo corpo; un Dio che si è fatto uomo ad immagine e somiglianza degli uomini, rovesciando il principio biblico della vocazione dell'uomo a diventare immagine e somiglianza di Dio, a che serve? Ecco la domanda che oggi siamo chiamati a porre alla fede: A CHE COSA SERVE DIO?
E chi ha mai detto che Dio debba servire a qualcosa? certamente Dio non serve a ciò per cui noi vorremmo che servisse... Ma allora, ripeto, a cosa serve?
La risposta, per quanto possa sembrare insufficiente e financo deludente, (la risposta) è nascosta nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato: Gesù cammina davanti a noi! in altre parole, Gesù apre la strada, nel senso che noi camminiamo dietro a Lui, andiamo dove va Lui e facciamo come fa Lui. Dichiarare che Gesù ci indica la strada non significa solo conoscere finalmente la mèta del nostro viaggio terreno, ma sapere anche come si raggiunge la mèta, il che è forse più urgente; perché la mèta ci sta davanti; per qualcuno - speriamo per tutti - è ancora molto lontana; invece, il modo con il quale possiamo raggiungerla, è un'urgenza attuale!
Gesù ha vissuto gioie e dolori esattamente come noi; ricchezze e povertà esattamente come noi; slanci e delusioni, amicizie e tradimenti, comunione e rotture, tentazioni e lotte... esattamente come noi.
"Chi vuol venire dietro a me...": se scegliamo Lui come guida, allora accettiamo di vivere le gioie come le ha vissute lui, ringraziando Dio; accettiamo di assumere le nostre fatiche e i nostri dolori non come un corpo estraneo che ci aggredisce, attentando alla nostra vita, ma come organici al sistema: il dolore non si oppone alla vita, il dolore fa parte integrante della vita... Se non ci fossero i piccoli/grandi dolori saremmo fuori dalla realtà naturale, intrinsecamente precaria e imperfetta. A modo di provocazione, dico che la perfezione dell'uomo consiste nella sua imperfezione, come affermavano pacificamente gli antichi Padri.
Gesù, i suoi dolori li ha accolti così; se abbiamo scelto Lui che ci ha scelti, se vogliamo seguirlo davvero, dobbiamo fare lo stesso. Idem per le amicizie tradite, per le ingiustizie subite, fino alla sfida della morte.
Questo vuol dire Gesù a Pietro con l'ordine duro e perentorio: "Vade retro!" "Torna dietro!".
L'osso duro da digerire non è tanto che Dio debba morire e lo accetti; ma che noi, come Lui dobbiamo morire e accettarlo pure!
Cari amici, la fede diventa un problema quando dalla dottrina, dai concetti su Dio, si passa ai fatti concreti, nudi e crudi della nostra vita. È lì, cioè qui che comincia la sfida della fede e, con essa, la tentazione di mettere qualche bemolle, del tipo: "sì, ma Gesù era Dio, noi invece siamo solo poveri uomini...".
"Chi vuol salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà."; l'ultima parte dell'odierna riflessione la voglio dedicare al calcolo statistico: tranquilli, nessuna formula matematica da mandare a memoria...
Ci sono degli aspetti della vita che ci costringono a decidere in base ad una sorta di calcolo delle percentuali; quando manca l'evidenza dei fatti, il ragionamento logico arriva fino ad un certo punto, dopodiché dobbiamo decidere di fidarci, o di non fidarci. Alla fine potremo dire, con una certa approssimazione, che la risoluzione è stata presa in base ad una chimica tra ragione e fede, nella quale, la prima raggiungeva una certa percentuale, e la seconda la completava, per arrivare a 100. Non è proprio un calcolo delle probabilità, but something like that, qualcosa di simile.
Quanto alla sentenza del Vangelo appena citata, la percentuale logica, lo spazio concesso al ragionamento è praticamente pari a 0 (zero). Perdere la vita in nome di Cristo significa trovarla: soltanto la fede mi può convincere che ciò che umanamente significa perdere, cristianamente significa ritrovare. Non c'è nessun riscontro scientifico che questa sia la Verità!
Del resto, anche san Luca mette in relazione i due verbi perdere/ritrovare e morire/ritornare in vita, e lo fa ben due volte: raccontando il ritrovamento di Gesù dodicenne tra i dottori del Tempo (cfr. cap.2); e riportando le parole che il padre misericordioso della parabola rivolge al figlio maggiore: "Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (cfr. cap.15).
A proposito dell'espressione usata da Gesù: "...rinneghi se stesso...", è necessario intenderla bene, onde evitare imbarazzanti contraddizioni, del tipo: che senso ha che il buon Dio mi abbia donato questa vita, se poi mi chiede di rinnegarla? Infatti, non si può rinnegare un dono di Dio; e ogni vita, per quanto fragile, malata, umiliata, offesa, emarginata, è pur sempre dono di Dio, così va accolta, così va custodita e difesa.
Dobbiamo amare la vita, non rinnegarla nel senso letterale del termine. O, meglio, solo chi ama la sua vita non meno di ogni altro affetto terreno, sarà capace di donarla, di sacrificarla per amore di Dio, della Chiesa e del mondo. Come ha ricordato fr.Timothy Radcliffe, già Maestro dell'Ordine dei Domenicani, in occasione di un intervista sul beato fr.Giuseppe Girotti martire a Dachau, i martiri della fede accettano di morire non perché abbiano in odio la loro vita, ma perché la amano sopra ogni cosa al mondo.
"Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi, Signore..."
Charles Péguy

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