Alberto Vianello"Giusto perché buono "

Letture: Is 5,6-9; Fil 1,20-27; Mt 20,1-16 Monastero Marango Caorle (VE)
Gesù racconta una parabola di immediate comprensione e applicazione, ma anche di profondo sconvolgimento del nostro modo di pensare e di sentire. Risulta quindi molto opportuno il testo di Isaia, nella prima Lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie...». Affermazione che si riferisce alla relazione che Dio vuole con l'uomo: «L'empio torni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona». Le misure di Dio sono molto diverse da quelle
dell'uomo, che, anche nel rapporto con Dio, pensa a quello tra il salariato e il suo padrone. Dio, invece, è come il padrone della vigna che, a fine giornata, dà la stessa paga a chi ha lavorato tutto il giorno e a chi ha lavorato un'ora sola: è il pensiero e la via della misericordia, così lontane dal modo di pensare dell’uomo.

Innanzitutto mi colpisce questo continuare a chiamare al lavoro, in ore tarde, uomini che non saranno tanto necessari (visto che il padrone aveva preso gli operai sufficienti già alla prima ora della giornata) e che non potranno dare un grande contributo, lavorando per poco tempo (gli ultimi un'ora soltanto!).
«Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?»: dice questo uomo a quelli che trova in piazza ancora alle cinque del pomeriggio. Per questo padrone, che rappresenta Dio, è fondamentale quella dignità dell'uomo che sta nel poter lavorare, e così mantenersi ed esprimersi nelle proprie capacità.
È un tema molto importante nella società attuale: nella quale, come denuncia papa Francesco, non c'è al centro l'uomo e il suo diritto al lavoro e a un lavoro dignitoso, ma la «tirannia» del denaro e del profitto, che schiavizzano l'uomo e il lavoratore. Per Gesù, invece, al primo posto c'è l'uomo e il suo lavoro.

In secondo luogo, il rapporto del padrone della vigna con i lavoratori è caratterizzato da una reale giustizia. Egli dà, a fine giornata, la paga pattuita con quelli della prima ora. Questi si lamentano, vedendo che la stessa paga era stata data quelli che avevano lavorato un'ora soltanto. Si aspettavano che la misura della misericordia portasse benefici anche alla misura della giustizia. Ma il padrone risponde a uno di questi: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?». Il padrone dà la paga che aveva concordato con i lavoratori della prima ora.
Significa che non si possono sovrapporre e mescolare i due piani: quello della giustizia e quello della misericordia. Quando l'uomo stabilisce con Dio un rapporto basato sulle proprie opere, può aspettarsi da Dio solo la ricompensa – giusta - per il suo lavoro e il suo impegno. Tale relazione – sacrosanta - impedisce, però, di riconoscere la relazione basata sulla misericordia. È logico lo scandalo di chi si vede ricevere la stessa paga dopo una lunga giornata di fatica rispetto a chi ha lavorato un’ora sola. Ma è logico solo perché si rimane dentro la logica di prestazioni d'opera e di corrispettivi adeguati.
In questo modo Gesù denuncia che «i giusti», cioè coloro che pongono davanti a Dio le loro opere religiose, quasi inevitabilmente sono portati a disprezzare quelli che ricevono lo stesso trattamento a titolo della misericordia divina.

Non solo: la loro rivalsa si volge direttamente a colui dal quale tale «ingiustizia» proviene.
E la parabola, attraverso le parole del padrone, mette in evidenza il loro errore: «Sei invidioso perché io sono buono?»: dice a chi aveva sindacabilmente protestato per la stessa paga di chi non aveva praticamente lavorato. Invidioso di Dio! Chi dice che il Signore non si comporta bene perché dà a tutti la stessa ricompensa, buoni (quelli della prima ora) e cattivi (quelli dell'ultima ora), è così spinto non dal senso di una giustizia ferita, ma dall'invidia rispetto alla bontà di Dio.
Lui è buono, Lui solo è buono (cfr. Mt 19,17). Non accettare che, per la sua bontà, dia a tutti la stessa ricompensa, vuol dire non accettare che Lui sia buono, mentre io non lo sono: l'invidia, appunto. Alla fine si tratta di insofferenza verso i propri limiti, che si riversa su Dio e sul giudizio nei confronti dei fratelli («questi ultimi»: come li chiama quello della prima ora che si lamenta con il padrone).
Alla fine, mi sento profondamente attratto da un desiderio: essere operaio dell'ultima ora, per sperimentare tutta la bontà del Signore nei miei confronti. Perciò lascio ben volentieri agli altri tutta la fatica del loro impegno, pur ammirandoli. Il mio impegno non potrà mai farmi meritare la paga, e sarò sempre lì sulla piazza ad aspettare, con l’impotenza di non poter portare a casa il necessario alla famiglia.
E desidero con tutto il cuore che ogni uomo possa toccare la bontà di Dio in Gesù Cristo, tutta la sua gratuità, tutta la  sua opera a promuovere sempre e comunque la persona, soprattutto quando è frustrata e negata nella sua dignità, come quella del lavoro.

Alberto Vianello

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