Luca Desserafino sdb"Ecco, ho preparato il mio pranzo, venite alle nozze"

    12 ottobre 2014 | 28a Domenica A | T. Ordinario | Omelia di approfondimento
In questa XXVIII domenica del tempo ordinario la liturgia ci propone un'immagine molto famigliare, ci propone l'immagine del banchetto. Il banchetto, in ogni tempo e in ogni cultura riveste sempre un segno importante di
comunione tra coloro che ne sono chiamati a farne parte.
Ed è proprio con l'immagine del banchetto, che è proposta dalla Scrittura in questa domenica, che essa ci mostra quale sia la dinamica che il Signore stesso utilizza per manifestare il suo disegno di salvezza.

La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci mostra nei dettagli il modo con cui il Signore prepara il banchetto per tutti i popoli. Una descrizione accurata delle cibarie e delle bevande, ma non solo. L'agire del Signore stesso è volto non solo ad un'immediato soddisfacimente dei bisogni primari, ma tende ad un'azione globale che và a soddisfare quel desiderio di salvezza racchiuso nel cuore di chi crede e spera nella sua azione.

Scrive papa Benedetto XVI:

"Vi è chi, avendo deciso che "Dio è morto", dichiara "dio" se stesso, ritenendosi l'unico artefice del proprio destino, il proprietario assoluto del mondo. Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l'uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire.

Ma quando l'uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio "morto", è veramente più felice? Diventa veramente più libero?

Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnino la libertà, la giustizia e la pace? Non avviene piuttosto - come la cronaca quotidiana dimostra ampiamente - che si estendano l'arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l'ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione?

Il punto d'arrivo, alla fine, è che l'uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa. Quando Dio parla, sollecita sempre una risposta; la sua azione di salvezza richiede l'umana cooperazione; il suo amore attende corrispondenza".

San Paolo, nella seconda lettura, ci mostra quale sia la condizione di chi si sente libero, perché stato liberato dall'azione salvifica di Cristo. La forza di cui egli ci parla, non è una forza "bruta", intesa come potenza schiacciante, ma la forza di cui Paolo si rende testimone è la forza dell'amore. Una forza che davvero può tutto ma solo se non è sganciata da Colui che la dona; una forza, dunque, riflessa e non nativa.

La forza dell'amore può realmente tutto, come san Paolo ci mostra con la sua vita, ormai egli che ha fatto in modo di plasmare la sua vita su e in questa forza può dire di essere una creatura libera, non condizionata nel suo agire, che si sa' fare povera o ricca, sazia o deficitaria. Questa forza è anche quella che sostenta e sostiene la vita di ogni credente che la lascia sviluppare.

Il brano di Vangelo proposto dall'evangelista Matteo, ci mostra che tutta l'azione parte da un re e dalle sue scelte. Gli inviti che egli fa', sono del tutto gratuiti; Dio chiama pressantemente a far parte del suo Regno, a far parte anzitutto della relazione gioiosa con lui. Ma, nessuno fra coloro che sono chiamati a entrare in rapporto gioioso con il re, dunque con il Signore Dio, è abilitato a pensare che la sua scelta resterà senza conseguenza.

Infatti, il rifuto reiterato, nei contenuti e nei modi, dell'invito alla festa di nozze fa notare il contrasto tra l'ampia volontà di accoglienza divina e la scelta, di tutt'altro segno, operata dagli uomini. La chiamata indiscriminata agli angoli delle strade, discende dalla consapevolezza che il "progetto di Dio" non si interrompe, nonostante le mancante adesioni dei chiamati privilegiati.

Il disegno di Dio non fallisce, sono gli invitati che possono fallire; per cui la chiamata non garantisce l'elezione, perché non tutte le scelte e gli agire sono compatibili con la via proposta dal Dio di Gesù Cristo, cioè la semplice accettazione dell'invito a fare parte del Regno è necessaria, ma non sufficiente. Tutti chiamati, ma non tutti pienamente rispondenti a Dio (nella libertà), in quanto fedeltà e amore sono necessari, non opzionali, e costantemente necessari, giorno dopo giorno.

La condizione di fondo in cui ogni credente in Gesù Cristo è chiamato, è la gioia, perché questa parabola è un'allegoria della caratteristica di fondo della vita cristiana in tutti i suoi momenti qualificanti. Non si tratta di un invito all'irresponsabilità, alla superficialità, alla presa di distanza da tutte le situazioni drammatiche e dolorose che la vita quotidiana di ognuno e del mondo intero porta in sé. Se fosse così, ciò vorrebbe dire che la gioia con cui il vangelo di Gesù invita è pura evasione dalla realtà, una sorta di "anestetizzante" che ha una tradizione bimillenaria.

La gioia è una forza. È una sfida. È qualcosa che afferra il cristiano quando celebra l'eucaristia e lo costringe ad andare a recarla in un mondo senza pace e senza gioia. In questa prospettiva, indossare l'abito "nuziale" significa prendere la fisionomia normale, ordinaria dei giorni comuni della vita. È, infatti, attraverso la concretezza dell'esistenza di ciascuno e vivendo nel legame amoroso con Dio che tutto questo si realizza.

Si parla di banchetto e quindi convivialità. Di cibo, ma anche di amicizia, gioia d'incontrarsi, di comunicare sogni, desideri, emozioni. Corpo e spirito insieme, bocca e cuore. Cose materiali che diventano doni, sacramenti di fraternità. Piatti appetitosi, caraffe traboccanti di vini eccellenti e di occhi che non si limitano al piatto, ma vanno a cercare lo sguardo dell'altro.

Tale condizione non rende portacolori della tristezza del mondo, ma sollecita a farsi portatori al mondo del sorriso di Dio. Non si può tramandare, tutto è pronto. Davanti all'appello del Vangelo non ci è permesso essere distratti, non ci sono cose più importanti da fare che vivere in semplicità e franchezza la logica di un banchetto che non escude a monte nessuno, ma che richiede di vivere condividendo la sua totale gratuità.

                                                                                    Luca Desserafino sdb

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