don Alberto Brignoli"Ansia di che? Dio c'è"

III Domenica di Avvento (Anno B) - Gaudete (14/12/2014)
Vangelo: Gv 1,6-8.19-28
Il mondo di oggi è pieno di situazioni di ansia, perché mai come al giorno d'oggi si sente una grande incertezza nei confronti di tutto, in modo particolare del futuro. Viviamo con tutta una serie di "se" nella testa riguardo al futuro, e
anche un buon gruzzolo di "avrei dovuto" riguardo al passato, che ci fanno perdere la bellezza e la gioia di vivere il presente, il quale, per questo, ci appare spesso brutto e triste.
Ma c'è un'ansia che non è così patologica come le altre, perché non colpisce le persone deboli e fragili psicologicamente, bensì quelle che si credono forti e vogliono esserlo ancora di più. È l'ansia del ruolo, l'ansia di visibilità, l'ansia di dover mostrare agli altri chi sono io, come la penso e che cosa ho intenzione di fare, soprattutto se mi viene dato un po' di spazio e un minimo di potere. E purtroppo - fa male ammetterlo, ma è così - è un'ansia molto presente anche nella vita di fede, soprattutto nella realtà ecclesiale, e in quella clericale ancor di più.
Oggi la visibilità è un fattore determinante: se vuoi avere uno spazio, se vuoi avere un raggio entro cui muoverti, lavorare, costruire qualcosa, la strategia è quella della visibilità, dell'apparenza, dell'immagine. È ciò su cui giocano i social network; ed essi stessi sono il "tavolo da gioco" su cui chi ha qualcosa da proporre, da vendere, o anche solo da far conoscere, deve assolutamente puntare. Il discorso vale ovviamente per tutta la realtà dei media, nel suo complesso. La Chiesa, e con essa la testimonianza cristiana, non può esimersi, non può "tirarsi fuori" da questa partita: deve essere pronta, preparata a "stare sul pezzo", a fare sentire la propria voce, e a "dare voce a chi non ha voce" attraverso tutti i mezzi onesti che il mondo della visibilità e dell'immagine le mette a disposizione. Ma quando la visibilità della testimonianza cristiana diventa un fattore di ansia, la Chiesa corre un rischio gravissimo: quello di voler apparire come la protagonista di ciò di cui è solamente testimone, quello di far coincidere la verità che annuncia con la visibilità che ostenta e alla quale dà il proprio volto. Il rischio - in definitiva - di dimenticarsi di essere testimone, e quindi di volersi sostituire a Dio.
Penso e dico questo perché lo vedo nella quotidiana ansia di gente di Chiesa di voler "apparire", di voler essere "visibile" sulle piazze mediatiche, sulle nuove "agorà" di oggi che si chiamano talk show, salotti televisivi, e cose di questo tipo, purtroppo spesso (e lo dobbiamo riconoscere) senza saperlo fare in maniera adeguata, perché su questo aspetto, come Chiesa, siamo indietro anni luce rispetto alla società: pensiamo anche solo che, nell'epoca dei twitter, degli hashtag e dei post, noi continuiamo ad affidare la trasmissione del messaggio evangelico alla comunicazione verbale e frontale dell'omelia, che poi per ovvi motivi mette a dura prova la pazienza dei fratelli di fede, soprattutto quando non dice assolutamente nulla...
Ma penso e dico questo, al di là della vena polemica (che ogni tanto ci sta), perché la figura di Giovanni Battista che ci sta accompagnando in questo tempo di Avvento mi stimola ad una seria riflessione su questo aspetto, quello della testimonianza. Testimonianza e visibilità non necessariamente coincidono; soprattutto, non coincidono quando alla visibilità associamo - come ho detto finora - il fattore ansiogeno, ossia l'ansia di essere visti e di essere protagonisti. Vogliamo "dare testimonianza"? Vogliamo essere testimoni credibili? Guardiamo a Giovanni il Battista, il Testimone per eccellenza, come ce lo descrive oggi in maniera particolare l'evangelista suo omonimo. Di lui, si dice che "venne come testimone per dare testimonianza alla luce", e poi lo si spiega ancor meglio: "Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce". Di fronte, poi, alla gente che pretende metterlo sotto la luce dei riflettori, per fargli assaporare il fascino delle luci della ribalta, con l'onestà che contraddistingue la vita del Testimone vero, non si fa prendere dall'ansia di visibilità o dal desiderio di gloria, e confessa ciò per cui è stato mandato: chiarisce subito di non essere il Cristo, e nemmeno Elia (mentre sappiamo bene cosa dirà di lui Gesù), e nemmeno "il profeta" dei tempi ultimi. Non si fa prendere dall'ansia della visibilità e dell'apparenza, anzi, fa in modo che l'ansia si impadronisca dei suoi interlocutori, così incalzanti nel voler sapere chi fosse per "dare una riposta a coloro che li avevano mandati". Si limita a ribadire due cose: di essere "la voce" di una Parola più grande di lui, e di essere decisamente inferiore e meno importante rispetto a ciò e a Colui che egli annuncia. E per di più non ha l'ansia di voler occupare le piazze principali per rendere la sua testimonianza: infatti - conclude l'evangelista - Giovanni non predicava né battezzava nel tempio o a Gerusalemme, ma "in Betania, al di là del Giordano", in una di quelle che oggi definiremmo "le periferie dell'umanità". Questa è la grandezza del testimone della fede: quella di non cercare visibilità, di non farsi prendere dall'ansia di apparire, ma solo di rendere testimonianza alla verità, di indicare la luce senza la pretesa di illuminare, di fare da cassa di risonanza di una Parola che è molto più di lui.
A noi la fede è stata testimoniata così: dal silenzioso, quotidiano e a volte sofferto esempio dei nostri padri, dalla testimonianza costante di chi ci ha offerto la fede insieme con il pane e i vestiti di ogni giorno, e non ha mai avuto l'ansia di voler apparire. Anche perché senza quest'ansia, si vive meglio, sereni, felici, proprio come la liturgia della terza domenica d'Avvento ci ricorda: "Siate sempre lieti".
Tempo fa, girava una t-shirt con una scritta sarcastica, ma che - forse senza volerlo - insegnava una grande verità. La scritta diceva: "Dio esiste, ma rilassati: non sei tu". Di là dall'ironia, il Battista aveva compreso molto bene questa verità: è Dio che guida la nostra vita, per cui non dobbiamo farci prendere dall'ansia di sostituirci a lui. Quando poi la testimonianza viene sigillata, come per il Battista, con il proprio sangue, di tempo per l'ansia ne rimane ben poco.

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