don Alberto Brignoli "Accettati con le tue debolezze: lì c'è Dio"

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) 
Vangelo: Mc 1,29-39 
Siamo parte di una società che canta a squarciagola l'inno all'efficienza e alla perfezione. Devi riuscire in tutto ciò che fai, e se a questo unisci la perfezione in tutto ciò che sei,
allora hai veramente raggiunto il culmine: sei il "non plus ultra". Anche se nasci imperfetto e pieno di difetti fisici, non ti devi preoccupare: non tanto perché puoi imparare a convivere con essi, raggiungendo così la tua piena maturità accettandoti per come sei, ma perché i tuoi difetti e le tue imperfezioni li puoi correggere, e addirittura eliminare. Basta un tocco di bisturi, due piccole dosi di botulino, un'iniezione di silicone e finalmente sei un'altra persona!
E anche le malattie non ti devono più spaventare: oggi tutto si può combattere! Certo, occorre avere un po' di disponibilità economica in più, e con la crisi di oggi non sempre si riesce ad andare oltre "i dottori della mutua". Ma è tutto collegato, sai? Se investi sulla tua bellezza e perfezione fisica, hai crediti da giocare, ce la puoi fare, puoi emergere, primeggiare, e soprattutto guadagnare: e allora, nemmeno la malattia farà più paura! La malattia fuggirà da te, se sai dare al tuo corpo il tempo e le necessarie energie (possibilmente ipocaloriche) per non ammalarti mai. Hai la possibilità di trovare sempre aperti i templi del corpo, a qualsiasi ora e in qualsiasi paese del mondo (non è esente nemmeno la terra sudamericana nella quale mi trovo ora, sapete?): palestre, centri estetici, fitness e saune, saloni di bellezza e ambulatori chirurgici - spesso di dubbia fattezza - sono i santuari del nuovo culto del corpo, dove inefficienza, inestetismi, imprecisioni, difetti, siluette fuori forma e malattie non hanno ragione di esistere!
E da ultimo, un salto in boutique: dove puoi rivestire il tuo corpo ormai destinato alla perfezione con le migliori suppellettili, per potere apparire ancor più prestante e sensuale di quanto già sei riuscito a fare. Anche tu, divo o diva del giorno, puoi essere davvero come quelli del cine, della tele e delle fiction, pronto a cavalcare il "red carpet" della tua piccola notorietà. Tutti ti guarderanno e sarai uno schianto! Il tuo scopo sarà raggiunto: non puoi chiedere nulla di più. Imperfezioni e impurità sono solo un brutto ricordo. Da debole che eri, ti sei fatto forte per competere con i più forti!
Ma il Dio di Gesù Cristo non è così, e a questa immagine di forza e potenza non ci sta. Egli non pensa ai più forti, ma ai più deboli. Non pensa ai sani, ma ai malati. Non pensa ai perfetti e agli irreprensibili, ma a coloro che nello spirito sono affetti da ogni formi di imperfezione e di infermità, al punto da essere posseduti da spiriti che non sono certo lo Spirito di Dio. E il suo discepolo fedele, se vuole imitarlo, deve essere come lui.
Ne sa qualcosa Paolo, che sente la necessità, il dovere, l'obbligo interiore di annunciare il Vangelo, e per fare questo non si gloria della sua posizione di apostolo, ma si fa ultimo con gli ultimi, "debole per i deboli" a fine di guadagnare qualche discepolo in più al proprio maestro.
Ne sapeva già qualcosa anche il paziente e irreprensibile Giobbe, che conta i propri giorni sulla terra in base non alle ricchezze di cui era possessore, ma in base all'infermità, alla malattia e alla debolezza che Dio ha voluto provasse. Nonostante la sua prolungata protesta e incapacità a comprendere il disegno di Dio nella sofferenza, mantiene la sua fedeltà in colui che è il Vivente e che, ultimo, si ergerà vittorioso sulla sua debolezza e lo riscatterà.
Non sono, allora, l'efficienza e la perfezione, l'estetica ostentata ad ogni costo o il culto del corpo e della salute ad essere motivo di grazia e di salvezza per il credente in Cristo, ma la sua capacità di assumere la propria e l'altrui debolezza come motivo di salvezza. E questo, non per consolarci infruttuosamente per le sfortune che la vita riserva ad ogni uomo. La salvezza per il cristiano non viene da un paradiso di consolazione rispetto alle sofferenze di quaggiù, ma dalla consapevolezza che la nostra debolezza è il luogo della manifestazione della Grazia e della potenza di Dio.
Del resto, lo sappiamo bene: non sono le perfezioni e le superdoti a forgiare e maturare l'uomo, ma giustamente quelle sofferenze e quelle prove dalle quali troppo spesso fuggiamo e crediamo illusoriamente di poterci nascondere proclamando la nostra grandezza attraverso l'estetismo, il desiderio della buona salute portato all'eccesso, il culto del corpo come se fosse il motivo della nostra riuscita.
Certo, il mondo va in questa direzione; e certamente nessuno di noi è chiamato a dare poca dignità alla salute e al proprio corpo. Ma accettare le proprie imperfezioni anche fisiche e sopratutto accettare la malattia come parte costituiva della debolezza della nostra natura umana (che, a scanso d'equivoci, è e rimane mortale) fa di noi uomini e donne libere, non ossessionati dall'efficienza e della perfezione, ma capaci di andare alla ricerca di ciò che veramente conta: le relazioni umane, la ricchezza interiore, la solidarietà con tutti, principalmente con coloro che hanno più bisogno del nostro aiuto e che - come per Gesù - non sempre sono coloro che "ci cercano".
Chi "ci cerca" spesso ha visto in noi qualcuno da esaltare, da rendere grande, oppure da sfruttare per le proprie buone doti, capacità e possibilità.
Ci sono altri che "ci cercano" e ai quali noi siamo chiamati ad andare; quelli a cui nessuno accede e a cui nessuno annuncia una parola di speranza.
Il cammino con il Dio di Gesù Cristo descrittoci nel Vangelo di Marco di quest'anno, oggi ci chiede di partire e di "andare altrove", dove il Maestro ci vuole.

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