Carla Sprinzeles COMMENTO"Dio c'è, e noi?"

Commento su Es 3,1-8; 13-15; Lc 13,1-9
III Domenica di Quaresima (Anno C) (28/02/2016)
Vangelo: Lc 13,1-9 
Il messaggio che ho colto nelle letture di questa domenica è: quale immagine abbiamo di Dio?

Sovente ci portiamo dentro un' immagine dalla nostra infanzia, dipende dall'educazione che abbiamo ricevuto e soprattutto dal rapporto vissuto con i nostri genitori - un'immagine di Dio che punisce, che sorveglia perché non facciamo del male e guai se facciamo il male!
Quest'immagine è assolutamente antievangelica di Dio!
ESODO 3, 1-8; 13-15
Nella prima lettura ascoltiamo l'esperienza di Mosè. Anche lì non pensate che ci fosse Dio davanti a lui e che Mosè vedesse Dio. Sono raffigurazioni esteriori di esperienze spirituali, di esperienze di preghiera, di esperienze interiori, l'abbiamo visto già domenica scorsa sul Tabor.
Gli antichi non avevano termini per descrivere ciò che uno viveva nell'interiorità e lo descrivevano attraverso elementi esteriori: la nube, la luce che risplende, il tuono, il roveto che arde.
Anche l'immagine di Dio che avevano gli ebrei ancora fino a pochi decenni fa era di questo modello: quando capitava una disgrazia, anche a tutto il popolo, dicevano: "Dio punisce i nostri peccati". Ma, se siamo sinceri, lo pensiamo ancora noi oggi!
Il racconto del roveto che arde senza consumarsi, che leggiamo nell'Esodo, ci parla di un Dio presente, di una presenza che non si consuma.
Si presenta come il "Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, cioè il Dio che ha intrecciato la sua storia con gli uomini, un Dio che non sfugge, ma che si lascia appartenere. E mentre Mosè si vela per non guardare, perché si diceva che non si può restare vivi, vedendo Dio, Dio dice che ha "osservato e udito" la pena del popolo, che "conosce le sue sofferenze, e non è una conoscenza intellettuale, ma ne fa l'esperienza.
Nel nome che Dio dice a Mosè, c'è l'idea della fedeltà di Dio, l'idea dell'esserci, dello stare qui, ora e adesso di fronte alle cose, l'idea della provvidenza.
Dio c'è, e noi?
Il Signore aveva esortato Mosè: "Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è un suolo santo!"
La santità non viene qui dal prodigioso o dal miracoloso, il Dio che c'è, il Dio che si coinvolge non attrae con la potenza dei suoi segni, ma con la stessa presenza, e così Mosè deve imparare che il "suolo santo" è il suolo su cui sta, cioè sono le orme dei piedi di Mosè che cammina verso Dio, anzi in qualche modo cammina con Dio, a rendere sacro il suolo.
Come Dio c'è ed è presente, così vuole che anche noi "ci siamo" e "stiamo".
La fede è il permanere di fronte a un Dio che si coinvolge nella nostra vita, nel nostro tempo.
LUCA 13, 1-9
Nel Vangelo di Luca che leggiamo, ci sono due parti distinte.
Nella prima vediamo Gesù, che è interrogato circa due fatti di cronaca nera.
Nella seconda parte abbiamo una parabola che esprime l'azione paziente del vignaiolo, che cerca di salvare, con il suo lavoro, il fico che non dà frutti.
Riferiscono nella prima parte di un episodio che era accaduto al tempio, un episodio di cui non sappiamo nulla, non ci sono fonti che ne parlino.
I galilei erano sempre considerati pericolosi, facili alla rivolta contro i romani.
Nel tempio doveva essere successo qualcosa, forse l'inizio di una sommossa o una lite, per cui i soldati che vigilavano erano intervenuti e avevano ucciso quei galilei.
Il secondo episodio cui Gesù si riferisce è la caduta di una torre, probabilmente di un acquedotto che portava le acque: nel crollo erano rimaste uccise diciotto persone.
Allora Gesù, sapendo quali erano i modelli interpretativi abituali della gente, chiede: "Ma voi pensate che fossero più colpevoli, queste persone, e che per questo siano state uccise o siano morte nell'incidente? Gesù dice: "No, non c'entra, non sono più colpevoli. Però doete convertirvi tutti di fronte a questi eventi, dovete cambiare vita, altrimenti perirete tutti allo stesso modo, cioè andremo verso la catastrofe."
Cerchiamo di capire qual è il ragionamento di Gesù.
C'era il modelo molto colune che le disgrazie capitavano a chi era colpevole, per cui o si ammalava o aveva un incidente. Lo pensiamo ancora noi oggi tanto che diciamo: "Cosa ho fatto di male per meritare questo?"
Era quasi una punizione per i peccati!
Gesù su questo tornerà più volte, per dire che Dio non punisce i peccati con le malattie o le disgrazie.
Ricordate quando i discepoli chiedono a Gesù: "chi ha peccato, lui o i suoi genitori, per essere nato cieco!" "Né lui, né i suoi genitori" risponde Gesù e lo guarisce!
Gesù ha un'altra immagine di Dio, che è misericordia, che è forza di vita, e che il coloro che si aprono a lui diventa guarigione, diventa consegna di vita, offerta di vita.
Questo è l'atteggiamento opposto che nasce dalla diversa immagine di Dio, che è misericordia, che è forza di vita, che investe di amore misericordioso proprio chi ha peccato e lo fa gratuitamente!
Gesù non ci ha salvato perché ha offerto qualcosa al Padre, ma perché ha offerto agli uomini il perdono e la misericordia da parte di Dio.
Gesù non ci ha salvato perché ha sofferto ed èmorto, ma perché ha continuato a rivelare l'amore anche quando gli uomini lo conducevano a morte e lo crocifiggevano.
Se anche noi accettiamo questo messaggio, di fronte al male come reagiamo?
Di fronte ai difetti, ai limiti dei fratelli, di fronte ai disastri che avvengono, come reagiamo noi?
Cerchiamo il colpevole?
Gesù assume un atteggiamento diverso.
Tutti siamo imperfetti, inadeguati, insufficienti.
La radice del male sta nell'insufficienza della creazione che è ancora in processo.
Per cui invece di chiederci: "Chi è il colpevole?" dobbiamo chiederci: " Cosa possiamo fare per annullare le spinte negative che questo evento ha creato?"
Invece di avere atteggiamenti di separazione, di superiorità, di emarginazione, occorre "convertirci" e mettere in moto meccanismi positivi, quelli che non seguono l'istinto, ma si aprono all'azione di Dio per introdurre novità nella storia umana.
Introdurre bene dove c'è male, verità dove c'è errore.
Per fare questo occorre metterci in sintonia con Dio, comunicarla agli altri, non perché siamo superiori, ma perché l'azione di Dio è grande, perché l'azione di Dio è potente.
Se Dio è al fondo della nostra vita e se noi ci abbandoniamo con fiducia a lui e ci apriamo alla sua azione, il male non ci fa paura, lo attraversiamo, perché sappiamo che la forza della vita è più potente delle dinamiche del male.
Perché il male è carenza di bene, l'insufficienza del bene, ma il Bene è, è già e può entrare nella storia degli uomini, ma a quale condizione?
Che ci siano uomini e donne che si fidano così del bene da saperlo esprimere nelle sue forme nuove, inedite. Possiamo dover portare sulle spalle il male degli altri, come ha fatto Gesù: questo è l'insegnamento che ci ha lasciato.
Anche quando non siamo noi a fare il male, ne siamo responsabili, perché noi possiamo mettere dinamiche positive all'interno di situazioni negative.
Per fare questo dobbiamo coinvolgerci, e per farlo in modo positivo dobbiamo convertirci.
Amici, convertirsi è guardare in faccia il male che ci tocca, nella luce del Padre, il quale non punisce e non vuole il male, ma affida a ognuno questo mondo in divenire, da portare a compimento.
Le sofferenze sono i dolori del parto.
Periremo tutti come quei galilei, ossia senza capirne il senso, se non cogliamo nel male un'occasione di amore più grande, di solidarietà più vera nell'accompagnare l'altro nella sua fatica.

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