Don Mario MORRA sdb"Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere"

28 febbraio 2016 | 3a Domenica di Quaresima - Anno C | Omelia
"Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere"
Vangelo: Lc 13,1-9 
Il messaggio che ci viene dalla liturgia della Parola di questa 3a domenica di Quaresima è chiaro:
l'iniziativa della nostra salvezza proviene da Dio, ma a noi spetta corrispondervi e collaborare. S. Agostino sintetizza così il messaggio: "Chi ti ha creato senza il tuo consenso, non ti salverà senza la tua collaborazione".
Nel libro dell'Esodo, Dio si rivela come il Dio fedele, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio che mantiene le promesse; si rivela come il liberatore del suo popolo, colui che decide, di sua spontanea e gratuita iniziativa, la liberazione di Israele dall'Egitto: "ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto, e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze… sono sceso per liberarlo".

A Mosé Dio conferisce l'incarico di condurre il suo popolo verso la libertà, e gli assicura il pieno successo della sua missione, rivelandogli il suo nome: Io sono colui che sono.
S. Paolo, nella lettera ai cristiani di Corinto, ci insegna che anche la nostra salvezza è frutto dell'azione gratuita di Dio, ma che essa richiede la nostra collaborazione e la nostra cooperazione alla grazia.
I neo convertiti della Comunità di Corinto ostentavano una certa sicurezza e presunzione di essere già definitivamente salvati. S. Paolo li mette in guardia con una semplice riflessione sulla storia del popolo eletto: tutti gli Israeliti erano usciti dall'Egitto, tutti avevano goduto dei benefici e dei prodigi compiuti dal Signore in loro favore, nel deserto; tutti passarono il mar Rosso, tutti mangiarono la manna venuta dal cielo, e bevvero dell'acqua fatta scaturire dalla roccia. "Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto".
Nessuno di quelli che uscirono dall'Egitto entrò nella terra promessa. Non vi può quindi essere presunzione di sicurezza, perché c'è sempre possibilità di cadere e di perdersi: "chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere", ci esorta ancora S. Paolo.
Nel brano del vangelo di Luca poi, Gesù anticipa e completa questo pensiero, correggendo una mentalità corrente presso gli Ebrei del suo tempo, i quali consideravano le disgrazie fisiche degli altri come conseguenza di peccati personali, cioè come punizione di Dio.
Ne conseguiva che, chi non era colpito da disgrazia, si riteneva a posto con Dio, si riteneva giusto.

Gesù, partendo da due fatti di cronaca contemporanea, corregge questa mentalità: "Credete che quei Galilei, uccisi da Pilato, mentre compivano il sacrificio, fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?… O che quei diciotto sopra i quali rovinò la Torre di Siloe e li uccise, fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?". No! risponde chiaro Gesù, escludendo categoricamente che le sciagure siano punizione di Dio, castigo dei peccati. Guai per noi! nessuno ne sarebbe risparmiato, perché tutti siamo poveri peccatori.
Dalle due sciagure, invece, Gesù trae motivo per un severo avvertimento: "se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo". Nelle disgrazie, Gesù insegna a vedere un segno della precarietà della vita umana; quindi la necessità, e l'urgenza, per tutti, del pentimento e della conversione, per non giungere impreparati alla resa di conti.

Con la parabola poi del fico sterile e del padrone che per tre anni attende inutilmente che l'albero produca frutti, e poi aspetta ancora un anno, prima di sradicarlo, Gesù ci rivela l'immensa misericordia del Padre celeste verso di noi uomini. Egli attende pazientemente, a lungo, la nostra conversione, ma noi non possiamo abusare della sua pazienza e sprecare il tempo della sua misericordia, perché il momento della resa dei conti arriva sempre.
Dobbiamo quindi, dalle parole di Gesù, trarre alcune considerazioni per la nostra vita cristiana: innanzi tutto, per il fatto che siamo battezzati, che facciamo parte della Chiesa, che ci accostiamo ai Sacramenti e partecipiamo all'Eucaristia, non siamo automaticamente garantiti della nostra definitiva salvezza. Dobbiamo portare frutti di opere buone: dobbiamo operare il bene, amare Dio con tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi.
In secondo luogo, non possiamo abusare della pazienza di Dio, e rinviare continuamente la decisione e l'impegno di cambiare in meglio la nostra vita.
Finché abbiamo tempo, approfittiamone; non è detto che ce ne rimanga molto. Dio solo lo sa; certo è che Dio vuole che facciamo fruttare al massimo il tempo di vita che ci concede.

La quaresima è il tempo propizio per esaminare la nostra vita: domandiamoci allora quanti anni di vita cristiana abbiamo ormai vissuto e quanti sono i frutti di autentico cristianesimo abbiamo portato?
Dio è paziente, ma la sua pazienza ha un limite. Procuriamo di rendere più operosa e più fruttuosa la nostra vita nei riguardi di Dio, nella edificazione e nel sollievo dei fratelli.
Solo così la nostra non sarà un'esistenza inutile o magari dannosa, ma sarà ricca di frutti di amore e di bene.
Ci aiuti Maria Ausiliatrice, la nostra Madre amorosa, ad essere sempre operai attivi e validi nella vigna del Signore.

Don Mario MORRA sdb
Fonte:  www.donbosco-torino.it

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