Abbazia Santa Maria di Pulsano,Lectio Divina «DEL DISCORSO DI MISSIONE»

DOMENICA «DEL DISCORSO DI MISSIONE»
XIV del Tempo per l'Anno C

Luca 10,1-12.17-20 (leggi 10,1-20); Isaia 66,10-14c; Salmo 65; Galati 6,14-18

Antifona d'Ingresso Sal 47,10-11

Ricordiamo, o Dio, la tua misericordia
in mezzo al tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode
si estende ai confini della terra;
di giustizia è piena la tua destra.

Nell’antifona d'ingresso (dal Sal 47,10-11, CS) Sion, la Città del Grande Re, la Sposa eletta del Signore, esprime il suo immenso giubilo festoso, poiché dal santuario divino ricevette l'abbondanza della divina Misericordia (39,12), sotto la forma delle delizie divine del convito. E di questo fa anche contemplazione (v. 10) Come è immenso il Nome di Lui (112,3; Mal 1,11), così sono estese le sue lodi ai confini della terra (v. 11ab). E la lode investe anche la generosità del Signore, la cui Destra è sempre ricolma di quelle delizie per i suoi fedeli radunati alla sua Presenza (v. 11c).

Canto all’Evangelo Col 3,15.16 (leggere 3,12-17)
Alleluia, alleluia.
La pace di Cristo regni nei vostri cuori;
la parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza.
Alleluia.

Il canto all’evangelo ci aiuta ad evidenziare alcuni temi della pericope evangelica di oggi: la pace di Cristo e la Sua Parola.
Il v. 15 riassume l’esortazione contenuta nei vv. 12-14 a vivere la carità posseduta, “vincolo di perfezione” (v. 14), e augura che la pace di Cristo, permeando tutta l’esistenza del fedele, possa esultare nell’intimo profondo di ogni cristiano. In parallelo, l’apostolo Paolo spera che la Parola di Cristo inabiti e dimori nei fedeli con abbondanza di efficacia e permanenza di effetti. La Parola di Cristo è l’evangelo annunciato soprattutto nelle riunioni liturgiche animate da salmi, canti ed inni (vedi 16b), come quello di Col 1,15-20 per intenderci. Nella nuova traduzione la ricchezza, che fa emergere tutto il valore, la forza e la profondità, per la vita cristiana, è qui dovuta più ad “un’abbondanza qualitativa” della Parola che quantitativa (vedi precedente trad. “abbondantemente”).
Ai fini della comprensione della nostra pericope e per l’utilità omiletica occorre sempre ricordare la contemplazione integrale dell’opera messianica svolta da Gesù:
1. battezzato dal Padre con lo Spirito Santo e consacrato alla missione,
2. annuncia il Regno,
3. opera i grandi segni del Regno
4. per preparare gli uomini come popolo santo all’incontro col Padre.
Lungo il grande viaggio verso Gerusalemme appena iniziato, dove deve compiersi la Volontà divina, Gesù pensa ora alla comunità futura. Ha già scelto i Dodici (6,12-16), la base della comunità. Adesso rifinisce la sua struttura, scegliendo 72 discepoli, come già fece Mose per le 12 tribù d'Israele.
Le condizioni della missione dei 72, come quella dei Dodici (cf 9,1-6), sono le medesime di Gesù.
Lui è il Figlio che ha lasciato il Padre ed è «venuto» a cercare i fratelli (5,32; 19,10); i Dodici sono «chiamati» (9,1) e i 72 «designati» a collaborare alla sua opera.
Questo lungo discorso ha
1. un esordio: «la messe è molta» (v. 2), cioè tutta l'umanità;
2. ha un'immagine iniziale che dà il «colore» alla missione:«agnelli in mezzo ai lupi».
Seguono quattro proibizioni che descrivono la missione in povertà (v. 4), e le precisazioni circa l'annuncio del Regno: «dite, dimorate, mangiate, curate, dite» (vv. 5-9). Tale annuncio, urgente e necessario, avviene nella contraddizione e nel rifiuto (vv. 10-15).
Soltanto Luca narra un duplice invio:
1. l'invio dei Dodici (9,1-6) - presente anche in Matteo (10,5-42) e Marco (6,7-12)
2. l'invio di 72 discepoli (10,1-20), descritto nel brano che presto leggeremo in dettaglio.
Nell’evangelo di Luca, la missione dei settantadue discepoli assume un duplice significato. In primo luogo attesta che l'annuncio del regno di Dio non è compito soltanto dei dodici apostoli: altri missionari, negli Atti, continueranno il loro lavoro,
Inoltre, per il giudaismo del tempo, il numero settantadue rappresenta la totalità dei popoli pagani: non a caso, durante la salita a Gerusalemme, Gesù annuncia a più riprese la salvezza dei gentili.
I settantadue discepoli si trovano dunque lanciati, senza rendersene conto, alla conquista del mondo. Il brano evangelico è pervaso dal dinamismo della predicazione cristiana messa in, moto dal vento della pentecoste: sembra che l'elemento più stabile del cristianesimo sia l'ordine di non fermarsi mai, di andare sempre avanti. «Andate più lontano!», rispondeva un papa a un vescovo missionario che gli chiedeva come sviluppare la propria diocesi. La chiesa è quella parte dell'umanità dove il Cristo comincia a trovare il suo volto: restano allora gli altri da raggiungere, recando loro la buona notizia di Gesù. Lo scopo del ministero apostolico non consiste nella ricerca del proprio successo, ma nel preparare gli uomini all'incontro personale col Cristo. Il missionario è soltanto un precursore: lavora per il Cristo, e il suo compito è di invitare gli uomini ad accogliere il Cristo, lasciandolo trasparire attraverso la propria vita e le proprie parole. Per questa missione fondamentale Dio ha bisogno degli uomini, ma il timone resta nelle sue mani. Per tale motivo la preghiera non è mai disgiunta dall'attività missionaria, in cui è all'opera l'azione stessa di Dio, che supera ed eleva l'apostolato. Pregare significa appellarsi alla «potenza di Dio verso di noi credenti» (Ef 1,19); significa raggiungere gli strati più profondi dell'umanità, per farne scaturire il Cristo.
Nella I lettura il «Terzo Isaia» parla al popolo santo. Esso dopo l'esilio e il ritorno è ancora demoralizzato e spiritualmente inerte. Nel finale della sua predicazione il Profeta promette l'opera divina per la rigenerazione vera di questo popolo. La figura principale è Sion, resa da Dio Madre feconda di figli (vv. 7-9). Per questo fatto felice e fausto tutto il popolo è invitato a gioire con Gerusalemme. Tutti quelli che la amavano, e stavano in lutto finora per lei, adesso debbono esultare (v. 10). Come aveva già promesso il Signore (60,16), tutti gli abitanti di Gerusalemme, la Madre, godranno delle consolazioni che scaturiscono dall'opulenta, gloriosa mammella di lei, destinata divinamente ad allattare delle sue indicibili delizie figli numerosi (v. 11). Questo sarà un grande tema dei Padri della Chiesa.
Nel libro di Isaia stiamo per giungere al termine delle profezie di consolazione, e le promesse e le immagini si ripetono con un accento nuovo. Gerusalemme, come prima il Signore, è vista ora come una madre sollecita e colma di felicità ed è presentata a tutti i suoi figli, a tutti quelli che hanno pianto per lei nella sua sventura e continuano ad amarla nel suo trionfo messianico.
Gerusalemme è stata consolata, e la sua consolazione è offerta come usa fare una madre generosa, che offre il seno ai figli delle sue viscere. Il profeta specifica queste consolazioni. Non sono promesse vane né vuota retorica. Gerusalemme e i suoi abitanti, che erano vissuti per secoli in tensione bellica e sotto la minaccia costante dei loro nemici, proveranno per la prima volta la suprema consolazione, la pace, la sicurezza a tutti i livelli, una pace che è come un fiume che tutto inonda.
I suoi figli, la moltitudine dei giudei dispersi che, ai tempi di Gesù, erano circa sette milioni, mentre solo un milione e mezzo viveva in Palestina, torneranno a essa, e saranno felici come il bimbo che è accarezzato sulle ginocchia della madre ed è stretto al suo cuore. Li consolerà il Signore in persona, perché, in definitiva, la nuova Gerusalemme è identificata con il Signore. Con la sua presenza e il suo spirito, con la sua gloria e il suo potere, egli la colmerà, la allargherà e la lascerà così aperta a tutti i popoli, re e individui, e tutti si sentiranno irresistibilmente attirati ad essa.
Tanto maggiormente saranno consolati i suoi figli, quelli che con essa hanno sofferto, pianto e sopportato ogni genere d'umiliazioni. Essi in modo speciale rinverdiranno come l'erba contemplando l'umiliazione dei loro nemici. Ed ecco nuovamente il nazionalismo. Quei rimpatriati, per il momento, non potevano comprendere altro linguaggio. E Dio si adattò a loro come oggi si adatta a noi. Dio non si rimpicciolisce, ma si incarna nella parola e negli avvenimenti storici così che tutti lo possano comprendere secondo la misura della loro capacità. Non è compito umano giudicare le sue manifestazioni, ma adattarsi alla sua volontà in esse espressa, come egli si adatta ai nostri limiti e alla nostra contingenza.
Il Sal 65 AGC è un poema tra i più suggestivi del Salterio, narra una passata tensione, e l'attuale felice conclusione.
Con il versetto responsorio: Acclamate Dio, voi tutti della terra, v. 1, l'assemblea ripete come intenso ritornello litanico il giubilo al Signore, facendosi anima e voce della terra intera.
L’orante del salmo, che adesso impersona l'intera sua comunità fedele, con tre imperativi innici invita anzitutto la terra intera a giubilare a causa del Signore (v. 1), a cantare sotto la sua direzione il Salmo per la gloria del Nome di Lui, a dare gloria anche alla stessa sua lode (vv. 1-2; anche Sal 80,2; 94,1; 97,4; 99,1; Is 44,23).
Segue un altro imperativo innico, affinché si confessi che le opere di Lui sono "terribili", ossia irresistibili e potenti, quasi insopportabili per le strutture umane (v. 3a; cf Sal 144,6). E poiché il Signore già le compì, allora tutto diventa un'azione di grazie, che celebrando il Signore dalla comunità rifluisce sul mondo. Infatti con tre comandi si chiama la terra all'adorazione e a unirsi alla comunità nel canto dei Salmi, rivolti a glorificare il Nome divino (v. 4; Sal 21,28; 83,9).
I popoli sono invitati con due altri imperativi a venire per constatare le opere divine. Poiché il Signore nella sua Trascendenza è terribile per gli uomini, e dagli uomini imprevedibile per come agisce in favore loro (v. 5). La sua gesta primordiale e fondante fu l'esodo, possibile per il passaggio del Mare Rosso prosciugato (Sal 14,21). Essa si ripeté quando le 12 tribù passarono il Giordano, entrando finalmente nella terra promessa (Sal 113,3). Quindi ancora una volta adesso si deve esultare nel Signore, come allora esultò Israele (Es 15,1-18), poiché la medesima potenza del Signore sta ancora all'opera adesso e in eterno (vv. 6-7a).
L'animo del Salmista è traboccante di sentimento. Egli allora invita tutti a venire nell'assemblea sacra convocata, dove vuole celebrare il Signore di tutti narrando ai suoi timorati tutte le meraviglie operate da Lui in suo favore (v. 16, che riprende il v. 5). Così l'Orante può terminare con la «benedizione» rivolta al suo Signore, come segno di intensa comunione, poiché Egli accettò sempre la sua preghiera, e soprattutto mai gli fece mancare il suo intervento soccorritore, la sua misericordia eterna (v. 20).

Esaminiamo il brano

v. 1 - «settantadue»: indica l'universalità. Luca vuole aiutarci a comprendere che la “missione” non è relegabile ad un gruppo di “specialisti”, gli apostoli, ma è dono e responsabilità di ogni discepolo.
Settanta sono in Israele gli anziani scelti da Mose (cfr Es 24,1; Num 11,16-30); 70 sono gli Ebrei in Egitto (Gen 46,27; Es 1,5); i membri del sinedrio, i traduttori della Bibbia in greco e i popoli della terra dopo il diluvio (cfr Gen 10). Tuttavia nella traduzione della LXX e le nazioni di Gen 10 diventano settantadue; e gli anziani di Es 24 e Num 11 diventano settantadue se si aggiungono Mose ed Aronne.
Al di là della questione se sono settanta o settantadue, il significato è chiaro: la Parola data a Israele deve raggiungere tutti i figli di Dio, cioè tutti i popoli. Il tema della missione è centrale all'opera lucana: da Gerusalemme l’Evangelo raggiungerà, in onde successive, la Giudea, la Samaria e gli estremi confini della terra (At 1,8). Se la sua opera inizia in Gerusalemme, termina a Roma, nel cuore stesso dell'impero, dove Paolo, prigioniero, annuncia una Parola che non può essere incatenata (2 Tm 2,9).
Approfondendo ancora se l’apostolo è il “mandato”, il discepolo è colui che segue le orme del proprio Maestro; se la vocazione dell’apostolo è l’invio, quella del discepolo è la sequela. Luca allora legando la missione al discepolato ci fa meditare e comprendere che la missione scaturisce dal cammino con Cristo, dato che non ha un “perché”, ma un unico assoluto per “Chi”. Missione è, dunque, un lasciarsi conquistare da Qualcuno che vuole condividere con te i suoi amori, le sue passioni: il Padre e l'uomo, ogni uomo che attende la salvezza. Missione è una necessità d'amore, una risposta d'amore totale ad un amore totale: solo chi si sente amato dall'amore incondizionato e inspiegabile, dall'amore fedele fino alla follia della croce, sperimenta l'impulso di rendere presente ed operante questo amore negli altri, in una vita che si rende dono, condivisione, presenza e consumazione fino al martirio
«a due a due»: A differenza dei Dodici questi discepoli sono mandati in coppia. Questo sia per ragioni di reciproco aiuto, sia a motivo della testimonianza: si richiede infatti la concordanza di due testimoni perché la testimonianza sia valida (cfr Dt 19,15), sia dell'Evangelo, sia della non accettazione di esso.
Inoltre due che stanno insieme testimoniano la presenza del nome che li tiene uniti (cfr Mt 18,20). Due inoltre è principio di molti, seme della comunità.
v. 2 - «Pregate il Signore della messe perché mandi operai alla sua messe»: Originata dalla consapevolezza della sproporzione esistente tra la “molta” messe ed i “pochi” operai la Missione inizia con la preghiera. La preghiera educa gli inviati a vivere la missione come il lavoro di un Altro: la messe non appartiene a loro, ma a Dio. Inoltre, attraverso lo strumento della preghiera il discepolo è educato a conformare desideri, pensieri, sentimenti ai desideri, ai pensieri e ai sentimenti di Dio. Come al Padre sta a cuore la convocazione di tutti i popoli attraverso l’annuncio del Regno al punto da inviare il Figlio nel mondo, così il discepolo deve fare sua la passione per l'annuncio, che vibra nel cuore trinitario. Nella preghiera i discepoli imparano ad essere figli di questo Padre, come lo è Gesù e a porre tutta la loro fiducia in Lui. Radicati in questo rapporto potranno “andare”, potranno perseverare nel rifiuto e nella persecuzione, continuando a donare lo shalom di Dio. La preghiera per la missione forma dunque i 72 alla missione.
vv. 3-4 – Con questo cuore mite, trasformato da una preghiera incessante, con questo cuore capace di benedire, di donare pace, i discepoli possono affrontare gli uomini che si rivelano ostili all’espansione del Regno. Non soccomberanno davanti a loro, ma addirittura trasformeranno le difficoltà in momento opportuno per la testimonianza.
Proprio la non accoglienza, il rifiuto, la persecuzione, diventeranno per i discepoli il kairós di Dio, il momento opportuno nel quale testimoniare le grandi opere compiute dal Signore (Lc 21,13). Ecco perché gli Atti degli Apostoli possono presentare Pietro e Giovanni «lieti di essere stati giudicati degni di soffrire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41) e narrare come proprio la prima persecuzione sia stata uno strumento provvidenziale per costringere i credenti ad uscire da Gerusalemme e disperdersi nelle regioni della Giudea e Samaria. Grazie alla persecuzione «quelli che si erano dispersi andarono di luogo in luogo annunciando la Parola» (At 8,1).
Per essere buoni testimoni i discepoli saranno del tutto disarmati, come agnelli, non possederanno nulla, addirittura andranno scalzi. Inoltre, come messi profetici del Signore, per via non debbono salutare nessuno; in Oriente dovunque si passa si è ospitati a tempo indeterminato, si mangia, si beve, si gioca, si parla. Chi porta la Parola ha tempo solo per la Parola e per i suoi destinatari che attendono (cfr per l'A.T. 2 Re 4,29, Eliseo che invia il servo Ghecazi). Qui finiscono le proibizioni che caratterizzano la missione e ne rappresentano il costo. Ora seguono gli imperativi che ne rappresentano il frutto: la pace messianica.
Dove i discepoli entrano in una casa, saluteranno augurando «pace a voi» (v. 5), tipico saluto biblico; lo shalòm nella Bibbia è sinonimo di ogni benedizione di Dio. Lo shalòm, saluto e augurio, desiderio e attesa dell'uomo, è frutto dello Spirito di Gesù (cfr Gal 5,22); è anche l'annuncio degli angeli alla nascita di Gesù (2,14). Appurata l'accettazione i discepoli fanno base in quella casa benedetta, dove senza timore mangeranno e berranno quanto è offerto. Poiché l'operaio deve ricevere il suo salario.
Il problema del mantenimento sarà un grave problema missionario per i primi secoli della Chiesa; S. Paolo lo tratterà diverse volte (cfr 1 Cor 9,5-14), lui che lavora con le sue mani per non gravare sulla casa dove ha portato la Pace di Cristo. Luca è molto più radicale di Marco e Matteo: chiede agli inviati di non portare nulla, rinunciando ad ogni forma di possesso e protezione. Partire senza ciò che è necessario per il viaggio è una testimonianza di totale dipendenza da Dio, Padre Provvidente (12,30). Ricordiamo che Luca riprende ripetutamente nella sua opera l’esigenza di annunciare l’Evangelo della croce nel distacco dai beni terreni (cfr. 9,58; 12,13-34; 16,1-31; 19,8), distacco che non nasce dal rifiuto del mondo, ma dalla consapevolezza che tutto perde valore dinnanzi all’irrompere del Regno di Dio nella storia: «E voi non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta» (12,30-31).
vv. 7-8 «Non passate di casa in casa, contentatevi di quanto vi offrono»: non solo evitare di cercare il meglio ma anche il rispetto per la coscienza del fratello (cfr 1 Cor 10,27).
v. 9 - Si annunci che il Regno di Dio ha visitato adesso questi uomini accoglienti, e come «segno» si opereranno le «opere del Regno», curare i malati, di anima e di corpo. L’eventualità del rifiuto è trattata più ampliamente (vv. 10-16) di quella dell'accoglienza. Tutte e due le ipotesi si verificheranno (At 17,32; 18,10). L'annuncio è sempre fatto in debolezza, per lasciare la libertà.
v. 11- Il rifiuto pubblico è occasione di annuncio più solenne, che ne evidenzia la gravità. Pubblicamente, nelle piazze, si deve proclamare che non si vuole avere nessuna comunione con i rifiutanti, neppure la polvere della città, che sarà scossa dai sandali (lo fanno Paolo e Barnaba in At 13,51). È il gesto di chi entra nella terra promessa da una terra infedele; lascia fuori ogni impurità. Qui è un atto di di denuncia: non c'è nulla in comune con chi ha rifiutato la pace, neanche la polvere.
v. 12 - Chi rifiuta è paragonato a Sodoma, sinonimo di perversione del male (Gen 19).
«Guai!»: non è una minaccia ma un compianto ed un lamento: «Ahimè per te». È il dolore di Dio per il male dell'uomo, il dolore dell'amore non riamato. Tiro e Sidone sono le città degli affari e dello sfruttamento dei poveri (cfr Is 23,1-11; Ez 26-28), simbolo dell'ingiustizia che impedisce di accogliere la Parola di Dio. Tutto ciò che Israele considera il peggio, è niente di fronte al male del rifiuto della visita del Signore. Con i vv. 17-20 abbiamo il ritorno della missione dei 72 e Gesù ne rivela il senso ultimo.
La prima uscita dei discepoli avviene con frutto; per tre volte si parla di gioia e per tre motivi:
1. v. 17 i discepoli gioiscono per la vittoria su Satana che si compie oggi , nella loro missione.
2. v. 18 Gesù specifica che questa loro missione non è solo vittoria su Satana, che precipita dalla sua posizione di dominio sulla terra, è anche ritorno alla condizione originaria del paradiso, in cui l'uomo riprende il suo ruolo di signore del creato.
3. v. 20 si dice il vero motivo di gioia: la gioia non deve essere nella manifestazione esterna della vittoria sui demoni, ma invece nel grande Libro divino, che contiene la registrazione del popolo di Dio; tutti coloro che hanno aderito in fedeltà al Signore e lavorano per lui e per il Regno.
Questo Libro infallibile è insieme promessa e garanzia, già dall’A.T. (cfr Es 32,32; Sal 69 (68), 29; 56 (55), 9; Dan 7,10; 12,1; Ne 13,14; Ap 3,5; 13,8; da cui si può essere cancellati, Sal 109(108), 14). Se ne attende solo l'apertura finale e la lettura dei nomi beati.

II Colletta
O Dio, che nella vocazione battesimale
ci chiami ad essere pienamente disponibili
all’annunzio del tuo regno,
donaci il coraggio apostolico
e la libertà evangelica,
perché rendiamo presente
in ogni ambiente di vita
la tua parola di amore e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Fonte:
Abbazia Santa Maria di Pulsano

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