Clarisse di Città della Pieve"Rallegratevi..."

 Commento su Luca 10,1-12.17-20
XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 10,1-12.17-20 
COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura delle Clarisse di Città della Pieve
"Rallegratevi...": con questa esortazione si apre e si chiude la liturgia di oggi. Vogliamo allora porci in questo clima di gioia e di festa e da questa prospettiva guardare più attentamente alla Parola che il Signore ci dona.
"Rallegratevi": questo invito corrisponde così bene alle attese di ogni cuore, che subito nell'ascoltarlo si spalanca un orizzonte di luce davanti ai nostri occhi. Lì vogliamo arrivare: ad essere nella gioia! Il fatto che il Signore ci inviti a questo ci rassicura e ci conforta, ma... come arrivare a rallegrarci, sinceramente, di cuore?
"Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te" (Lc 1,28). Quando l'angelo saluta Maria le annuncia esattamente la gioia, dandogliene la motivazione: "Il Signore è con te". Questo dunque per ciascuno di noi, come per Maria, il motivo della gioia: il Signore è con noi, il Suo regno è vicino! Non c'è altra gioia vera, stabile, sicura, se non questa che nasce dalla certezza della sua presenza nella nostra vita. Lo conferma anche S. Paolo: "Rallegratevi nel Signore, sempre, ve lo ripeto: rallegratevi. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!" (Lc 4,4-5a). E' perché Lui ci è vicino che possiamo essere lieti, e insieme anche amabili, perché la gioia del cuore traspare all'esterno e diventa amabilità, diventa tenerezza che si riversa sui fratelli.
Ma la Parola di oggi si spinge anche oltre: non soltanto il Signore ci è genericamente vicino, di più, ci è vicino come una madre. Infatti, "sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni... sarete portati in braccio e sulle ginocchia sarete accarezzati... come una madre consola un figlio, così io vi consolerò".
Non c'è in natura un rapporto più intimo e profondo di quello che si stabilisce tra madre e figlio: la madre porta il figlio dentro di sé, lo custodisce come un tesoro nello scrigno del suo grembo; lo genera alla vita attraverso la porta del dolore, un dolore che ella subito dimentica, "per la gioia che è venuto al mondo un uomo" (Gv 16,21); lo nutre al suo seno, dunque con il suo stesso corpo. Questo, esattamente questo, fa Dio con noi: ci porta pazientemente nelle sue viscere materne, "in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (At 17,28); ci partorisce alla Vita con il dolore della passione e della morte di Suo Figlio, poiché "per mezzo di Lui rinascono a vita nuova i figli della luce" e "in Lui morto è redenta la nostra morte, in Lui risorto tutta la vita risorge" (Pref. pasq. II); infine ci nutre donandoci "il Pane vivo, disceso dal cielo" (Gv 6,51), che altro non è che il Corpo di Cristo, la Sua carne e il Suo Sangue, vero cibo e vera bevanda (cf. Gv, 6,55).
L'amore di Dio come l'amore di una madre, dunque, come un fiume di pace, un torrente in piena che scorre abbondante verso di noi, secondo il profeta Isaia. Ed è questo l'annuncio che Gesù consegna ai suoi, ordinando loro di precederlo lungo la via: "In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!'. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi". La pace come dono stabile, che non può essere annullato: se qualcuno non ne è degno, rimbalza su colui che lo dona, che dunque non lo perde; se invece lo si accoglie, non può essere trattenuto, scorre come un fiume dentro la vita e si riversa sui fratelli. Lo assicura Gesù stesso, nel grande giorno della festa: "Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva" (Gv 7,37-38).
Di qui l'importanza della preghiera perché si moltiplichino gli araldi di pace: perché la maternità della Chiesa si estenda realmente fino agli estremi confini della terra, della terra geograficamente intesa, ma anche di quella terra che tutti noi siamo e in cui esistono "periferie" - direbbe il nostro amato Papa Francesco - che ancora non conoscono il vangelo e vivono secondo una logica mondana.
Di qui anche l'importanza dell'andare povero ed umile dei messaggeri di pace, senza "borsa, né sacca, né sandali", "come agnelli in mezzo ai lupi": per essere più liberi e leggeri, forti non della potenza umana, ma solo della grazia di quel fiume di pace ricevuto in dono che urge nel cuore per essere diffuso ovunque. C'è infatti chi si vanta dei carri, chi dei cavalli, ma noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio (cf. Sal 20,8).
Di qui ancora la libertà di accogliere in semplicità la ricompensa per il dono di cui si è portatori: e cosa si potrà mai dare in cambio del dono della pace, che nessuna ricchezza umana può acquistare? Lo sanno bene i ricchi e i potenti, spesso sazi di beni ma poveri di gioia...
Di qui infine il rigore con cui ci si deve allontanare da chi rifiuta di accogliere il dono di Dio: non si può perdere tempo, perché il torrente di pace di cui è ricolmo il cuore dei messaggeri di Dio è un torrente in piena, rischia di rompere gli argini se non trova uno sbocco, e dunque urge trovare un luogo dove farlo scorrere placidamente, perché irrighi la terra e porti frutto.
E i settantadue vanno, tornano vittoriosi sulla potenza di satana e per questo pieni di gioia. Ma ecco che Gesù corregge il tiro: "Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli". Attenzione, la gioia non è da ricercare nel successo dell'azione apostolica, nella quantità di conversioni ottenute, di malati guariti, di indemoniati liberati... E' questo l'insegnamento che ci dà anche Paolo, da esperto apostolo, nella seconda lettura: "Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo"... perché ciò che conta è "essere nuova creatura"... "e su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia"... La gioia può essere tranquillamente anche dentro ad un fallimento - e d'altra parte quale fallimento più colossale della morte in croce di Dio...? -, perché affonda le sue radici nella consapevolezza che siamo stati salvati, liberati, graziati proprio dalla croce di Gesù, e che per questo c'è un posto che ci attende nei cieli e che Lui stesso ci ha preparato. Gioia è essere abitati dalla Sua pace, quella pace che qualcuno ci ha donato nel Suo Nome e che nessuno può distruggere: se anche non sarà accolta dai fratelli, ritornerà a noi... e nessuno ci potrà togliere la nostra gioia (cf. Gv 16,22).

Fonte:qumran2.net/

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