Don Umberto DE VANNA sdb"l'urgenza dell'impegno dell'evangelizzazione"

3 luglio 2016 | 14a Domenica T. Ordinario - Anno C | Omelia
Per cominciare
Nelle ultime settimane abbiamo cercato di conoscere l'identikit del cristiano. Il cristiano è uno che sa
chi è Gesù, che si mette al suo seguito e vive come lui. Aggiungiamo oggi un nuovo tassello: il cristiano è un inviato di Gesù per annunciare il regno di Dio.

La parola di Dio
Isaia 66,10-14c. Il profeta Isaia annuncia una nuova grande prosperità per gli abitanti di Gerusalemme che ritornano dall'esilio. Un'abbondanza e un benessere ben più grande che in passato, per un gesto di benevolenza e di fedeltà da parte di Dio.
Galati 6,14-18. Si conclude qui la lettura della lettera ai Galati, presentata ai fedeli nelle ultime sei domeniche. In questo brano torna ancora una volta un tema caro all'apostolo Paolo: non è la circoncisione che porta la salvezza, ma la croce di Gesù, che Paolo condivide e di cui va fiero.
Luca 10,1-12.17-20. Gesù invia in missione 72 discepoli e detta loro le norme di comportamento. Questi discepoli sono figura della missione che la chiesa deve compiere in ogni tempo. Sono in pochi e fanno fronte a un impegno difficile, ma quando tornano, sono pieni di gioia per aver annunciato il regno di Dio.

Riflettere

Durante l'esilio babilonese il profeta Isaia ha esortato gli ebrei ad avere fiducia in Iahvè, che li avrebbe riportati in patria, dove avrebbero trovato l'antico benessere. Il ritorno in Palestina in realtà è deludente e la situazione nuovamente critica. Ma Isaia continua a esortarli ad avere fiducia in Dio, che, più tenero di una madre, darà loro pace, prosperità e consolazione.
Paolo conclude con questo brano la lettera ai Galati. Ribadisce ancora una volta che non è la circoncisione che salva, ma l'essere diventato una nuova creatura. Taglia così, in modo netto, per l'ultima volta ogni discussione su questo argomento. Per me ormai, dice, l'unica cosa che conta è condividere la vita di Gesù Cristo, compresa la sua croce.
Quanto al testo del vangelo, siamo soliti pensare che l'attività di predicazione degli apostoli e dei discepoli di Gesù sia iniziata dopo la risurrezione e la Pentecoste, mentre prima essi si sarebbero limitati ad accompagnare Gesù e a fargli da interlocutori privile-giati. Invece il vangelo ci presenta questo caso di "missione apostolica", testimoniata anche dal vangelo di Matteo (10,1-15) e da quello di Marco (6,7-12). Matteo e Marco la riferiscono però ai 12 apostoli, Luca ai 72 discepoli di Gesù.
In realtà Luca dà spazio nel suo vangelo a due missioni apostoliche, a quella dei 12 (9,1-6), che Gesù invia a fare una specie di primo esercizio nell'attività apostolica, contrassegnata dall'annuncio del regno di Dio, dal potere di cacciare i demoni e di guarire i malati. Inoltre, lo fa solo lui, Luca parla di una missione di 72 discepoli. Un'iniziativa che ha qualcosa di solenne. Essi a due a due hanno il compito di spargersi nelle città e villaggi dove Gesù deve passare per preparargli il terreno. Ed essi portano a tutti il saluto di pace, come a garanzia che il passaggio di Gesù è benefico e bene augurante.
A questo riguardo ci incuriosisce evidentemente il numero 72, tanto più sapendo che nel mondo ebraico i numeri hanno spesso un significato simbolico. E in questo caso appare evidente. Nel decimo capitolo del libro della Genesi infatti ci sarebbe un dato biblico suggestivo: il riferimento a una grandiosa "tavola dei popoli", che raccoglie 70 nazioni, che costituirebbero l'arazzo multicolore dell'umanità di quel tempo.
L'antica traduzione greca della Bibbia (chiamata "la Bibbia dei 70" dal numero dei traduttori) elenca in questa lista 72 popoli. È molto probabile - l'osservazione è del biblista Gianfranco Ravasi - che l'evangelista Luca voglia proprio farci balenare un valore simbolico: i 72 discepoli rappresentano il nuovo popolo di Dio composto da molte nazioni. Ma anche il significato "missionario" di questi 72 discepoli, chiamati a evangelizzare "tutti" i popoli.
I consigli che Gesù dà ai suoi discepoli sono delle istruzioni molto particolareggiate e concrete, e costituiscono ancora oggi un vademecum di fondamentale importanza per chi vuole intraprendere l'impegnativa strada dell'annuncio del vangelo.
La prima impressione che si ricava dalle parole di Gesù è la determinazione che egli chiede ai suoi discepoli e agli apostoli. Il distacco dalle cose e il portarsi dietro solo lo stretto indispensabile, così come il rifiuto di una ospitalità prolungata e non giustificata o l'abbandono di una zona quando ci si accorge che è refrattaria, tutto sottolinea l'idea di fondo: l'unica cosa che conta lungo questo viaggio è non perdere di vista lo scopo per cui si è intrapresa la missione e non lasciarsi quindi distrarre da altro.
L'argomento della predicazione è lo stesso di Gesù: la conversione e l'annuncio del realizzarsi del regno di Dio. Questo messaggio viene dato dai discepoli a parole, ma è anche accompagnato da miracoli; essi infatti finiscono per ritrovarsi gli stessi poteri di Gesù: "...i discepoli tornarono dalla loro missione pieni di gioia, dicendo: "Signore, anche i demoni ci obbediscono, quando noi invochiamo il tuo nome!" " (Lc 10,17).
Gesù chiede ai suoi una povertà esplicita, visibile. Chi viaggia, si sa, può aver bisogno di tutto: cibo, denaro, valigie... Gesù li invita invece a presentarsi alla gente da poveri, in modo che si veda chiaramente che non hanno da offrire vantaggi materiali.
"Non andate di casa in casa... ": certo, chi è povero è accolto dai poveri; e una casa povera può presentare dei disagi. Non è nemmeno escluso che il privilegio di ospitare i missionari possa suscitare invidie, e l'andare di casa in casa sollevare ogni genere di dicerie. Se l'annuncio viene poi accolto con grande entusiasmo dalla gente, c'è subito il potente del luogo che si fa avanti e ti vuole tutto per sé. Il comando di Gesù semplifica le cose e rende i suoi apostoli liberi da ogni condizionamento.
Gesù previene i suoi missionari e dice loro di mettere in conto anche l'eventualità dell'insuccesso. Non spaventatevi, dice Gesù, perché non rifiutano voi, ma il messaggio che voi portate. E la responsabilità ricade interamente su di loro. Dite loro: "Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino". Per questo andate altrove, a portare la bella notizia del vangelo - il "tesoro nascosto nel campo" - ad altri che lo stanno aspettando.

Attualizzare

Se è vero che il numero 72 è un numero simbolico e rappresenta tutti i popoli, possiamo pensare che coinvolga anche noi. Luca scrive il vangelo per la prima comunità cristiana, e quindi anche per noi, chiamati come i 72 discepoli di Gesù, a una coraggiosa determinazione nel diffondere la pace, nell'annunciare il regno, nel preparare il terreno al Signore che passa e vuole incontrare la gente del nostro tempo.
La determinazione è la caratteristica principale di un cristiano: è la sua carta d'identità. Chi ha conosciuto le esigenze e l'urgenza dell'impegno dell'evangelizzazione è meno preoccupato dalla ricerca affannosa dei beni materiali, meno guidato e condizionato da altri interessi.
Ma ci vuole anche il coraggio. "Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi", dice Gesù con un forte realismo. Ed è un atteggiamento che era indispensabile allora come oggi, con i nuovi "pagani" e le loro diffidenze e resistenze.
Le caratteristiche di povertà suggerite da Gesù ai discepoli missionari devono essere riproposte anche alla chiesa di oggi. È difficile affidarsi unicamente alla forza della parola di Dio e non ricorrere all'appoggio dei potenti o alla sicurezza del denaro. Si trat-ta però di condizioni che diventano determinanti anche agli effetti della corretta trasmissione del messaggio evangelico.
Nell'organizzare le strutture pastorali, spesso si ricorre ad attività di ogni tipo per coinvolgere le persone, sia nei confronti dei ragazzi che degli adulti. Tutte cose utili, purché non diventino mezzi di aggancio facile e superficiale, che lasciano in ombra la proposta cristiana, e impediscono di arrivare alla proposta di fede.
Anche oggi, l'annuncio del vangelo è la ricaduta naturale di una vita cristiana quando diventa autentica. Chi si converte ed esce dai propri peccati, sente immediatamente la propria dignità di cristiano e si sente mandato da altri fratelli perché provino la stessa gioia. "Una volta che la parola di Dio si è incarnato in noi, non abbiamo il diritto di trattenerla: appartiene a coloro che l'aspettano" (Madeleine Delbrêl).
Quanto all'eventualità del rifiuto, di cui parla Gesù, se da una parte non deve colpevolizzarci quando abbiamo fatto tutto il possibile, dall'altra è lecito, anche oggi, interrogarci se qualcosa non ha funzionato a causa nostra e della nostra debole testimonianza: "Ci viene fatta, spesso e a ragione, la critica di essere i becchini di un Dio morto e non i testimoni del Dio vivente. Dobbiamo riconoscere il valore di questa critica e chiederci se la nostra mancanza di gioia dipenda dal fatto che siamo cristiani o non piuttosto dal fatto che non lo siamo veramente" (Paul Tillich). "Gli uomini e le donne contemporanei hanno bisogno soprattutto della testimonianza della luminosità di una vita, della gioia di un volto, del palpito di un cuore, dell'offerta gratuita di un'esistenza. I testimoni più veri sono quelli più compiuti, più umanizzati" (Maurice Zundel).
Ricordiamo infine ciò che racconta Marco, a conclusione dell'esperienza missionaria: "Gli apostoli tornarono da Gesù e gli raccontarono tutto quello che avevano fatto e insegnato. C'era molta gente che andava e veniva, tanto che non avevano neppure il tempo di mangiare. Allora Gesù disse: "Venite con me, voi soltanto. Andremo in un posto tranquillo e vi riposerete un po'"" (Mc 6,30-31).
Dopo la missione. Gesù invita i suoi apostoli a seguirlo in disparte. Li prende con sé, si fa raccontare le loro esperienze, ribadisce per loro alcuni insegnamenti. Soprattutto li incoraggia a non spaventarsi di fronte alle difficoltà e alle persecuzioni.
La preghiera e la riflessione sono anche oggi una necessità per l'apostolo. Alternare preghiera e apostolato diventa una condizione di vera. sopravvivenza per ritrovare le motivazioni di fondo delle proprie scelte, per acquistare maggior disponibilità e determinazione, per purificare le proprie intenzioni.

Chi mi ha dato la forza di predicare il vangelo?

Da dove è venuta in me questa sapienza che prima non avevo? Io non sapevo neppure contare i giorni, né ero capace di gustare Dio. Come mai dunque mi è stato dato un dono così grande e salvifico. come quello di conoscere Dio e di amarlo? Chi mi ha dato la forza di abbandonare la patria e i genitori, di rifiutare gli onori che mi venivano offerti e di venire tra la gente d'Irlanda a predicare il vangelo, sopportando gli oltraggi degli increduli e l'infamia dell'esilio, senza contare le molte persecuzioni fino alle catene e al carcere? Così ho sacrificato la mia libertà per la salvezza degli altri! Se ne sarò degno sono pronto anche a dare la mia vita senza esitare e molto volentieri per il suo nome. Se il Signore me ne farà la grazia, desidero consacrare tutte le mie forze a questa causa (san Patrizio).
Don Umberto DE VANNA sdb

Fonte:   Fonte:  www.donbosco-torino.it  

Post più popolari