Carla Sprinzeles " Cosa vuol dire pregare? A cosa serve?"

Commento su Genesi 18,20-32; Luca 11,1-13
Carla Sprinzeles  
XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (24/07/2016)
Vangelo: Lc 11,1-13 
Oggi la liturgia ci propone il tema della preghiera,
Cosa vuol dire pregare? A cosa serve?
E' l'allenamento ad accogliere quotidianamente lo Spirito.
La preghiera non serve a far conoscere a Dio i nostri desideri, né a fargli cambiare opinione.

La preghiera serve a noi per renderci capaci di accogliere ogni giorno i frammenti di vita che ci pervengono.
Se ponete un foglio di carta sotto il sole si riscalda, ma nulla più. Se tra il sole e la carta ponete una lente, la carta brucia.
La lente non aggiunge energia al sole, ma la concentra.
Così la preghiera non aggiunge energia vitale a quella che già il Signore ci concede senza riserve.
La preghiera ci rende capaci di utilizzare al massimo il dono di Dio a favore nostro e degli altri.
La preghiera serve a mantenerci sulla stessa lunghezza d'onda della Parola creatrice e consente così una trasmissione fedele dei messaggi che attraverso di noi la Vita vuole trasmettere.
GENESI 18, 20-32
La prima lettura è tratta dal libro di Genesi ci presenta la preghiera insistente di Abramo perché Jahvè non distrugga la città del peccato. Abramo non si preoccupa di sé, ma delle sorti della città.
Il principio su cui Abramo poggia la sua insistenza è questo: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio?" Poi inizia la contrattazione, si passa da 50 giusti a 45, a40, a30, a20, a10.
Ogno passaggio è preceduto da un'affermazione di umiltà.
"Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..."
Abramo vuol arrivare al numero dei membri della famiglia di Lot.
Contrariamente all'uomo moderno, Abramo sa bene che, polvere e cenere quale egli è, non ha alcun diritto di ragionare con Dio, ma è magnifico vedere come man mano che la conversazione procede, di fronte alla grazia benevolmente concessa da Jahvè, egli prende sempre maggior coraggio, sempre più arditamente fa leva sulla giustizia che non ignora il perdono, e si avventura sempre più avanti, fino ad ottenere questo sorprendente responso: che persino un esiguo numero di innocenti agli occhi di Dio conta più che la maggioranza di colpevoli.
Abramo è l'amico di Dio, ardito fino alla sfacciataggine, perché vuole conoscere Dio fino in fondo, e potremmo quasi dire che, in questa sfacciataggine, gli è molto perdonato perché molto ha amato. Vuole amare Dio immensamente e vuole talmente capirlo e giustificarlo agli occhi di se stesso e del mondo, che gli fa le domande più audaci.
Abramo lotta con Dio anche perché si sente responsabile davanti a Dio del suo fratello e della città dove suo fratello vive, al quale quindi è legata.
Abramo ha fede, fiducia in Dio che è il Dio della salvezza, il Dio vero, non quello che io immagino e penso, ma il Dio che agisce, giudica, opera e salva.
Abramo si richiama a un concetto di giustizia che ha già un significato di forte superamento rispetto alle concezioni ordinarie del tempo.
LUCA 11, 1-13
Nel brano del Vangelo di Luca che leggiamo gli apostoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare, quasi ci fossero metodi originali.
Gesù ci suggerisce invece che pregare è semplice come il dialogo tra un figlio e suo padre, un padre senza possessività alcuna sul progetto del figlio.
Gesù dice: "quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli dà una serpe al posto del pesce, o se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?"
Il pesce, l'uovo, sono simboli della vita già concepita ma ancora da nascere, da maturare.
Pregareallora è presentarebal Padre l'uovo della figliolanza divina, perché lo Spirito, coprendola con le sue ali, come quando aleggiava sulle acque della creazione, la covi e la porti alla maturazione.
"Padre sia santificato il tuo nome", la mia vita porti l'impronta del tuo nome che è Amore, perché tu sommo Bene, possa regnare, espanderti, trovare spazio nel nostro mondo.
"Donaci il pane di oggi" che nutrirà la tua vita in noi.
Si accenda in noi il tuo desiderio di salvare tutti gli uomini e saremo sazi come Gesù, ogni volta che una persona ritroverà il senso della sua vita attraverso i gesti d'amore dei fratelli.
Inevitabilmente commetteremo degli sbagli, perché siamo limitati e perché ci lasci la libertà di gestire la nostra vita come vogliamo.
Ma non ci negherai il tuo Spirito che è perdono.
Egli ci farà prendere coscienza della nostra debolezza e, facendoci toccare la tua tenerezza, desterà nel nostro cuore sentimenti di compassione, e non più di giudizio, di fronte allo sbaglio altrui.
"E non c'indurre in tentazione".
Se Dio è Padre, perché permette la tentazione?
Imparare a camminare suppone tante cadute, imparare a diventare un uomo, una donna, implica tante crisi.
Dio non tenta nessuno, ma ci lascia crescere.
Ad ogni evoluzione interiore corrisponde un momento di buio in cui siamo tentati di gestire a modo nostro il grado di autonomia raggiunto: è la prova.
Come Abramo pensava che il suo Dio, come quello degli altri popoli, chiedesse di sacrificare suo figlio, noi, in buona fede, seguiamo un Dio dei nostri schemi, senza capire che forse è un idolo che ci rende schiavi.
E' necessaria allora una crisi che metterà in discussione le false sicurezze dalle quali speravamo la salvezza: denaro, successo, sesso, addirittura pratica religiosa superficiale.
A chi chiedere aiuto allora se non al Padre al quale possiamo abbandonarci senza cercare di salvarci con le nostre forze?
Il nostro è un Padre che non ci darà un serpente, ma lo Spirito di libertà.
Non ci resta che trovare un momento nella giornata, a cui rimanere fedeli, per affidarci totalmente al Padre e sintonizzarci con lo Spirito: è fondamentale, ci cambia e ci fa diventare figli!


Fonte:qumran2.net

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