Chiesa del Gesù - Roma, Gridare “Abbà”

Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11,1-13
XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Domenica scorsa il testo evangelico ci esortava a passare da Dio come dovere a Dio come desiderio.


E proprio nel testo evangelico di oggi Gesù ci offre l’esempio, perché possa nascere in noi il desiderio di pregare, di entrare nel mistero della paternità di Dio.

Contemplando la scena della preghiera di Gesù, siamo invitati anche noi a porgergli la stessa domanda dei discepoli: “Signore, insegnaci a pregare”.

Luca, facendo emergere la preghiera del discepolo dall’esempio di Gesù, vuole ricordarci che la nostra preghiera deve essere simile alla sua.

L’evangelista ci invita a curare l’autenticità della nostra relazione con Dio, assumendo gli stessi sentimenti filiali che furono di Cristo.

Quando preghiamo, dunque, non siamo soli ma sempre uniti a Cristo: fondamento del nostro domandare.

Ogni qual volta preghiamo ci poniamo di fronte a un Tu, che è il Padre, ma partendo da un noi che è la comunione con il Figlio e con i fratelli.

In questo sta l’originalità della preghiera cristiana: pur ponendoci in preghiera individualmente, esprimiamo sempre una comunione ecclesiale.

La preghiera, così, è sempre solidarietà, perché nella scoperta della paternità di Dio si fonda la nostra fraternità.

Senza il tu non c’è preghiera e neanche l’uomo, che è sempre risposta a Dio che gli si rivolge.

Ma anche senza il noi non c’è preghiera, perché non si può stare davanti al Padre separati da Gesù e dai fratelli: questo sarebbe negare la sua paternità.

Gridare “Abbà” – Padre – è testimoniare che siamo amati, che continuamente veniamo generati e rigenerati da questo amore, che ci accompagna in ogni istante della nostra vita.

Da questa consapevolezza scaturisce la prima invocazione della preghiera insegnataci da Gesù: «Sia santificato il tuo nome».

Santificare il nome di Dio significa glorificarlo, donandogli nella nostra vita il peso che si merita.

Ma questo verbo è al passivo, perché non dobbiamo dimenticare che il protagonista è Dio, non l’uomo.

La preghiera è unicamente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio.

Questa è la sua bellezza: la semplicità!

Santificando il nome, permettiamo a Dio di svelare, nella storia di salvezza, nella nostra storia personale e nella vita della comunità, il suo volto.

Il discepolo prega perché il mondo diventi trasparenza della presenza di Dio.

Chiedendo poi: «venga il tuo Regno», entriamo nella promessa di Dio di una pienezza di giustizia e di pace.

Il Regno di Dio è già qui in mezzo a noi, è il seme gettato e nascosto che porta frutto e di cui ci accorgiamo ogni volta che purifichiamo il nostro sguardo e ci convertiamo alla compassione, al modo cioè in cui Dio vede e legge la storia.

Il regno non è nostro, ma di Dio: è lui che lo realizza e ce lo dona.

A noi è chiesto solo di accoglierlo con fede fidandoci del suo operare, come ha fatto Maria di fronte al mistero della sua maternità.

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Il pane è la vita.

Dietro ogni pane c’è la mano del Padre che lo porge ai suoi figli come segno del suo amore.

Questo pane non è mio, ma nostro.

Nella condivisione diventiamo simili a Dio, che non trattiene nulla per sé ma dona tutto fino a donare la sua vita.

C’è una misura in questa domanda: il pane di ogni giorno, cioè quello sufficiente per entrare nella vita.

Chi ha fatto l’esperienza, in una storia di relazione capita autenticamente, della paternità di Dio, sa che il suo amore è fedele e non farà mancare il pane di domani.

Non c’è bisogno di accumulare – che ha il sapore della morte – ma di aprirsi al dono ogni giorno – che introduce nella vita.

La quarta domanda chiede il perdono dei peccati.

Il modo concreto di mostrare che il perdono di Dio l’abbiamo accolto è di perdonare a nostra volta ai fratelli, per farli vivere in quell’amore in cui noi viviamo.

«Non ci indurre in tentazione»: Qui non chiediamo a Dio di essere preservati dalla prova, ma di non cadere in essa.

Il pericolo è quello di cedere per scoraggiamento e timore nella lotta.

Il combattimento che dobbiamo affrontare è di non perdere la fiducia nel Padre durante l’afflizione finale.

Anche il credente è sempre assediato da questa incredulità nel Dio di misericordia.

Ogni giorno dobbiamo combattere per passare dal non credere al credere e dal credere alla fede, cioè all’affidamento senza condizioni al Padre che ci ama e vuole la nostra salvezza.

Il discepolo dunque chiede umilmente di essere aiutato. Non chiede di essere esente dalla tentazione, ma di essere aiutato a superarla.



MM

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