Chiesa del Gesù - Roma, "L’uomo che accumula per sé spegne da solo il proprio domani."

Qo 1,2;2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Continua il cammino dietro a Gesù che si dirige decisamente verso Gerusalemme.


Di domenica in domenica, contemplando il Signore, ascoltando la sua parola, scegliendo ciò che lui ha scelto, deponiamo l’uomo vecchio per rivestirci dell’uomo nuovo fatto a immagine di Gesù.

Il messaggio delle letture di oggi può essere così tradotto: anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni.

Nel libro del Qoelet, il sapiente ci invita a riconoscere ciò che conta davvero non nelle cose umane, transitorie e inconsistenti, ma nelle realtà spirituali.

Qoelet cerca una rivelazione più alta, una felicità duratura, un bene prezioso per il cuore che permetta di superare la vanità che inquina la vita dell’uomo, l’avarizia che diventa idolatria.

Il rapporto con i beni indica la qualità della nostra relazione con il Signore: se sappiamo fidarci e affidarci a lui.

Gesù, nel vangelo, descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni e lo oppone al discepolo, la cui sicurezza è posta nell’amore del Padre e dei fratelli.

Il Signore non disprezza i beni della terra, non vuole disamorarci di questa vita.

Il Vangelo dà per scontato che la vita umana sia un’incessante ricerca di felicità.

Gesù contesta i nostri miti ricorrenti: il mito della ricchezza come fonte di felicità, il mito del profitto come regola di vita, della sicurezza economica come garanzia del domani.

Per ribadire questo insegnamento ci racconta una parabola, che riprende il messaggio di Qoelet.

Un ricco possidente agricolo fa un raccolto eccezionale – inatteso – e traccia il suo programma di vita con quattro parole: riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.

Nella notte, però, l’uomo muore e Gesù commenta definendo quel ricco “stolto”, perché ha accumulato tesori per sé – senza tra l’altro poterli godere – e non si è arricchito agli occhi di Dio.

Ciò che il Signore giudica stolto è il fatto di deporre nelle cose la propria felicità, confondendo il dono con il donatore.

La nostra vita –ricorda Gesù – non sta nei beni, ma in colui che li dona.

Il Signore non esprime una condanna dei beni in quanto tali – sono opera e benedizione del Padre -; ma dell’averli ridotti al fine del vivere, scopo unico di gioia, sino a farsi determinare da essi.

Con questo atteggiamento l’uomo di fatto perverte il disegno della creazione, il fine per cui i beni sono stati voluti dalla sapienza del Padre.

Ciò che è uscito bello e buono dalle mani di Dio viene reso perverso e maledizione dall’insipienza dell’uomo, che alla fine viene cosificato da ciò che possiede.

Il destino dell’uomo dipende dall’uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare e benedire Dio e il prossimo; oppure, diventano fine e surrogato di Dio – cioè idolo -, attraverso il possesso e l’accumulo.

Il possesso è contrario al rendimento di grazie per tutto ciò che Dio dona, l’accumulo è contrario alla condivisione, privando il fratello di ciò che gli è dovuto per giustizia.

Va ricordato che l’occasione della parabola è stato l’invito a fare giustizia tra due fratelli circa l’eredità.

L’uomo ricco, chiuso nel cerchio murato del suo io ripete un unico aggettivo: il mio raccolto, i miei granai, i miei beni, la mia anima.

Accompagnato da questa ossessione del “mio”, aumenta il suo desiderio insaziabile di possedere di più.

Vivere così è solo abbracciare la propria solitudine.

L’uomo che accumula per sé spegne da solo il proprio domani.

Dall’uso delle realtà materiali dipende la realizzazione o il fallimento dell’uomo.

Questa coscienza è spesso falsata in noi perché, idolatrando le cose, non le poniamo in discussione, e pensiamo che la salvezza si giochi su altri fronti, forse più spirituali.

Rimanendo legati alle cose, ci sciogliamo dall’unico legame necessario che è quello con Dio.

L’uomo vive di vita donata, di vita trasmessa.

Quando cessa di trasmettere vita attorno a sé, in quel preciso momento la vita in lui si dissecca.

L’uomo vive anche del lieto godimento del pane quotidiano, ma di un pane che sia “nostro”, da chiedere e da donare, e che ci faccia, insieme, quotidianamente dipendenti


Fonte:chiesadelgesu.org

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