CIPRIANI SETTIMIO SDB"Di' a mio fratello che divida con me l'eredità"

31 luglio 2016 | 18a Domenica T. Ordinario - Anno C | Appunti per la Lectio
"Di' a mio fratello che divida
con me l'eredità"
È una lezione molto cruda, ma anche terribilmente attuale quella che ci viene dall'enigmatico autore
del Qoèlet, a cui fa da riecheggiamento, sia pure in un clima più arieggiato e sereno, la parabola del ricco "stolto" che è tipica di Luca: "Vanità delle vanità, dice il Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità" (1,2). Il termine ebraico, tradotto per "vanità" (hèbhel) ricorre per ben 22 volte nel nostro libro: propriamente esso significa "vapore umido", "fiato" e tutto ciò che è passeggero, effimero, appunto come un "fiato" che abbiamo appena il tempo di trarre dai polmoni alle narici e alla bocca e si è già perduto nel nulla.

"Vanità delle vanità, tutto è vanità"

Niente dà sicurezza all'uomo, neppure quello che da sempre è stato considerato come la garanzia più sicura: il denaro, perché con esso si avrebbe prestigio, potenza, successo, piacere e tutto quello che ognuno può desiderare. In confronto alle fatiche, alle preoccupazioni e all'incertezza del domani, dice infatti il Qoèlet, che compenso può fornire il denaro? "Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura. Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità" (2,21-22).
Dunque l'uomo che si è preoccupato soltanto di accumulare denaro, come il ricco della parabola lucana, incorre normalmente in un doppio rischio: quello di non poter godere i suoi beni, perché insidiato dalla morte che arriva repentina, e quello di non veder compensati i suoi affanni da felicità e da serenità: adesso che è diventato ricco, "il suo cuore non riposa neppure di notte" (v. 22) per cercare di custodire le ricchezze così faticosamente messe insieme!
L'Autore del libro, scritto probabilmente verso il III-II secolo a.C., quando il prepotente influsso ellenistico mette in crisi una quantità di antiche credenze, sembra che abbia il gusto amaro di scalzare le più diffuse sicurezze dell'uomo, ingenerando nel lettore delusione e senso di vuoto, quasi una punta di scetticismo: "Questo scetticismo del Predicatore può essere inteso nel senso giusto solo se viene guardato come la posizione di antitesi all'ottimistica sapienza che presume di conoscere fin troppo bene la volontà di Dio e quindi il cammino del mondo".
Facendo vedere la "transitorietà" delle cose, la provvisorietà di tutto, il Qoèlet, che di per sé vuol dire il "Predicatore", non congela l'uomo nella sua amarezza e nella sua delusione, ma lo invita implicitamente ad attaccarsi alla sola "ricchezza" che rimane, cioè Dio: in tal modo esso prepara la via al "beati i poveri" del Vangelo.

"Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia"

Il brano, che leggiamo nel Vangelo odierno, appartiene al materiale esclusivo di Luca e vuole insegnare l'assoluta libertà dei discepoli di Cristo di fronte ai "beni" di questo mondo.
Lo spunto a intervenire è dato da una domanda di un anonimo in mezzo alla folla, come altre volte in Luca (10,25; 11,45; 14,15): "Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità" (Lc 12,13). È una domanda un po' strana, ma che si capisce abbastanza in quanto riguardava problemi di carattere giuridico-religioso , che normalmente venivano sottoposti ai rabbini in quanto esperti della Legge. D'altra parte, esprime anche un senso di stima nei riguardi di Gesù, che viene così presentato come uomo imparziale, al di là di ogni interesse di parte.
Egli però rifiuta nettamente di intromettersi in questioni del genere. E ciò non tanto per motivi di carattere manicheo, quasi che i "beni" di questo mondo siano una realtà peccaminosa: egli stesso, infatti, aveva un gruppo di persone, donne soprattutto, che "lo assistevano, insieme agli Apostoli, con i loro beni" (Lc 8,3). Il motivo, invece, è un altro: Gesù intende snidare il male, che è causa di ogni contesa, alla sua radice, cioè nel cuore dell'uomo. ""O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?". E disse loro: "Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni"" (vv. 14-15).
Gesù non si perde nella "casistica", diventando una specie di giudice conciliatore: egli rimane al suo livello altissimo di Maestro, che sa scoprire e indicare le ragioni ultime che determinano le divisioni e i contrasti fra gli uomini e che si riassumono praticamente nell'egoismo e nella cupidigia. In tal modo egli dà anche la "misura" per risolvere il "caso" concreto: non si tratterà di qualcosa di più o di meno che mi potrà toccare nella divisione dell'eredità, quanto di una misura più grande di amore, per cui io guarderò più alle persone che alle cose. Sia io che il mio fratello non varremo "di più" per un pezzetto in più di terra o per una più grossa somma di denaro, ma per un maggiore amore, che saprà eventualmente anche rinunciare a una parte di "eredità", pur di mantenere integri i rapporti con gli altri.
Due cose particolarmente importanti e attuali mi sembra che ci insegni qui Gesù con il suo atteggiamento circa la divisione dell'eredità.
Prima di tutto egli insegna a guarire l'uomo, curando il male dell'egoismo che è dentro di lui: le "strutture" in se stesse non sono né sane né malate, è l'uomo che le rende tali. Incominciamo a guarire il "cuore" dell'uomo, che sarà sempre inquinato dal peccato originale sotto qualsiasi latitudine e in qualsiasi regime politico; e poi, o contemporaneamente, riusciremo a correggere e perfino ad abolire le "strutture" inique o deformanti. È una lezione di grande attualità per i cristiani, che oggi soprattutto sono richiesti o tentati di impancarsi a "giudici" imparziali (in realtà, poi, sempre di parte!) dell'eredità da "dividere" fra gli uomini. Gesù ha rinunciato a questo ruolo, preferendo quello immensamente più duro ma anche più fruttuoso della "conversione" dei cuori.
La seconda cosa che ci insegna Gesù, e intimamente collegata con la precedente, è il valore della persona in sé e per sé, a prescindere dai beni che possa avere o produrre: "Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni" (v. 15). C'è molta gente, oggi soprattutto, che pensa che "la vita dipende dai beni" che ha. E questo in una doppia maniera: sia pensando che i beni diano più valore, più importanza, più prestigio a quello che uno è, a prescindere dal bene o dal male che possa compiere; sia pensando che i beni possano proteggere, o garantire, o assicurare l'esistenza perfino dall'imprevisto della morte.

"La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto"

La parabola del ricco "stolto", che Gesù aggiunge immediatamente, sta a dire tutto il contrario: non solo i beni, lungamente agognati e carezzati, non liberano dalla morte, ma addirittura fanno perdere la "vita" perché tolgono la tranquillità e soprattutto perché impoveriscono il cuore, impedendogli di aprirsi verso gli altri nella carità e nell'amore. Così accade che colui che ha fatto di tutto per accumulare ricchezze, in realtà è "il più povero" e miserabile di tutti, perché non "si è arricchito davanti a Dio" (v. 21)!
"La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non so dove deporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni: riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita..." (vv. 16-21).
Difficilmente si sarebbe potuto rendere in maniera più scultorea l'egoismo del ricco, che pensa solo a se stesso: l'insistenza esasperante sul "mio" e quel soliloquio con se stesso dicono la gelida prigione che si è costruito con le sue stesse mani. Gli altri non esistono: esiste solo lui con i suoi "beni"!
In una situazione del genere si capisce il vuoto disperante che provoca l'annuncio della morte imminente: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita" (v. 20). Siccome la "vita" era stata da lui identificata con la ricchezza, adesso tutto crolla nel vuoto. Quello che sembrava calcolo, intelligenza, preveggenza, abilità, si rivela per quello che davvero è: "stoltezza"! Il termine "stolto" nel linguaggio biblico designa appunto l'uomo fatuo che misconosce Dio e ripone la sua fiducia su falso fondamento: si costruisce da se stesso i suoi "idoli", dopo aver rinnegato Dio!
A mio parere, tutta la forza della parabola sta in questo duplice rovesciamento della posizione del ricco che si ritiene abile e intelligente, garantito e protetto dai suoi beni: in realtà egli è "stolto", cioè ottuso e impreveggente, e "povero" di ogni bene, cioè sprovvisto di tutto quello che può darci garanzia davanti a Dio al momento della nostra morte. La frase conclusiva, che forse è un'aggiunta redazionale, mette in evidenza tutto questo quando commenta con sottile ironia: "Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio" (v. 21).

"Cercate soprattutto il regno di Dio..."

Si veda un riecheggiamento di questa situazione, che crea solo illusioni di false sicurezze, nel rimprovero all'angelo, cioè al vescovo, della Chiesa di Laodicea: "Tu dici: "Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo"" (Ap 3,17).
Abbiamo parlato all'inizio di una lezione molto "cruda", che ci veniva dai brani biblici odierni; però bisogna dire che è anche "liberante", perché nella misura in cui il nostro cuore non si attacca o si distacca dai beni di questo mondo, più facilmente aderisce a Dio. È quanto Gesù dice subito dopo, nel Vangelo di Luca, quando esorta ad aver fiducia nella bontà e nell'amore del Padre celeste: "Non cercate perciò che cosa mangerete o berrete, e non state con l'anima in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate soprattutto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta" (vv. 29-31).
È la libertà del cristiano, morto e risorto con Cristo, che sa che l'unica sua vera "ricchezza" è ormai "l'eredità della gloria" fra i santi (cf Ef 1,18), e perciò è proteso con tutta la forza del suo spirito verso quel traguardo, come ci invita a fare nella lettura odierna S. Paolo: "Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la nostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria" (Col 3,14).

Settimio CIPRIANI
 Fonte:  www.donbosco-torino.it