CIPRIANI SETTIMO SDB, " Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico"

10 luglio 2016 | 15a Domenica T. Ordinario - Anno C | Appunti per la Lectio
" Un uomo scendeva
da Gerusalemme a Gerico"
Non è facile scorgere, almeno a prima vista, l'armonia delle diverse letture proposteci per la Liturgia
della presente Domenica.
Se il punto culminante è rappresentato dalla parabola del buon Samaritano, che si china pieno di misericordia sull'uomo lasciato mezzo morto dai briganti lungo la strada, e se essa vuol essere soltanto una grande lezione di amore al prossimo, allora ci suona piuttosto strana la prima lettura, ripresa dal Deuteronomio, in cui si tende a evidenziare la lontananza e quasi la "inaccessibilità" della Parola di Dio, espressa in concreto nella Legge mosaica: "Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire?... Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica" (Dt 30,11-14).
Si vuol forse dire che il precetto della carità è molto arduo, però bisogna pur sempre "metterlo in pratica" come ha fatto il Samaritano a differenza del sacerdote e del levita? In questo caso un precetto "troppo lontano" dalla nostra esperienza e capacità ci diventerebbe "vicino" perché Dio ce lo propone e ci dà anche la forza per attuarlo. È un punto di accordo possibile, che permette di gettare un ponte fra le due letture.
Però, a mio parere, non è a questo livello che si può intravedere una certa armonizzazione dei due brani: mi sembrerebbe troppo artificioso tale collegamento. Se invece di vedere nella Parola semplicemente il precetto, oppure la Legge donataci da Dio, tentiamo di intravederci Cristo "Parola", oppure "Logos" (= Verbo), come dice Giovanni (1,1-18), allora il discorso diventerà molto più facile: davvero in Cristo Dio ci si è fatto "vicino" (cf Rm 10,5-10), e in lui e con lui è possibile "amare" eroicamente il nostro prossimo. Perché, in realtà lui è il buon Samaritano della parabola che con il suo esempio ci dice quello che dobbiamo fare.
In tal modo ci riesce anche più comprensibile la seconda lettura, che contiene il celebre inno "cristologico" di S. Paolo (Col 1,15-20) e in cui Gesù viene presentato come "immagine del Dio invisibile" (v. 15), cioè l'espressione perfetta del volto e dei sentimenti del Padre, e perciò anche del suo amore infinito. Dal cuore stesso di Dio zampilla la fonte dell'amore e arriva fino a noi nella persona, nei gesti, e negli insegnamenti di Gesù, buon Samaritano.
Tenendo presente questo sfondo di pensieri, vorremmo tentare di commentare il testo di Luca.

"E chi è il mio prossimo?"

Soltanto il terzo Evangelista ci riferisce la parabola del buon Samaritano, che egli aggiunge come illustrazione a una richiesta di un dottore della legge circa il "primo" comandamento (Lc 10,25-37). Mentre in Matteo (22,35-40) e in Marco (12,28-34) è Gesù che, rispondendo, mette insieme i due comandamenti dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, qui è lo stesso interpellante, provocato da Cristo: "Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso"" (vv. 26-27).
In realtà, nella migliore tradizione giudaica più di una volta questi due comandamenti, già presenti nella Legge, vengono uniti: perciò non è del tutto strano che un maestro della Legge potesse affermare questo.
La "novità" introdotta da Gesù è tutta sul significato e sull'estensione da dare al termine "prossimo", come risulta appunto dalla parabola del buon Samaritano, che egli racconta rispondendo all'interrogativo del dottore della Legge il quale, "volendo giustificarsi", domanda: "E chi è il mio prossimo?" (v. 29).
Nell'A. Testamento, "prossimo" era il connazionale, membro della comunità israelitica; al tempo di Gesù, poi, sembra che il termine avesse un significato anche più restrittivo, essendo passato a significare colui che faceva parte del medesimo gruppo religioso o politico (Farisei, Esseni, Zeloti, Erodiani, ecc.). Come si vede, c'era una tendenza a restringere sempre di più il concetto di "prossimo", rendendo in tal modo estremamente facile l'obbligo dell'amore verso gli altri.
Rompendo questo cerchio angusto ed egoistico, Gesù allarga all'infinito il comandamento dell'amore: ogni uomo che si trovi in bisogno, sia esso amico o nemico è "prossimo" a tutti gli altri uomini che, in qualsiasi maniera, vengono in contatto con lui.
La parabola è veramente un capolavoro di creatività immaginativa, ed è piena di sorprese e di passaggi arditi e polemici: perciò più espressiva della pur bellissima parabola del figliol prodigo. "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto" (Lc 10,30).
Nell'ardita creazione "fantastica", c'è da sottolineare un tratto molto realistico: davvero era assai pericolosa la strada che da Gerusalemme strapiombava verso Gerico, con un dislivello di oltre 1000 metri, attraversando una zona desertica piena di anfratti e di scoscendimenti, dove molto facilmente predoni e assassini potevano nascondersi. Dato il termine adoperato da Luca (lestái = briganti), che in Giuseppe Flavio viene usato per indicare gli Zeloti, qualcuno ha pensato che qui si parli proprio di loro: un improvviso colpo di mano per rifornire l'organizzazione politico-banditesca! La cosa è possibile: in tal caso il realismo descrittivo di Gesù sarebbe anche più mordente.
Ma a noi interessa il seguito del racconto: "Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui..." (vv. 31-35).
Tutta l'attenzione di Gesù è volta alla delineazione dei personaggi: due addetti al culto che si svolgeva nel tempio di Gerusalemme e che molto probabilmente ritornavano a Gerico, tipica città sacerdotale, dopo aver espletato il loro settimanale servizio liturgico; un forestiero, e per di più eretico, appartenente alla razza dei Samaritani, non ben visti dai Giudei (cf Gv 4,9).

"Invece un Samaritano, che era in viaggio,
lo vide e n'ebbe compassione"

Stranamente, il comportamento di questi personaggi è tutto il contrario di quello che più ovviamente ci saremmo aspettati.
Il sacerdote e il levita, proprio per il servizio religioso che svolgevano, dovevano essere i più indicati a compiere un gesto di carità verso il prossimo: Dio e l'uomo si richiamano a vicenda! E invece lo "videro" e "passarono oltre". Il Samaritano, proprio perché forestiero e non ben visto in Giudea, aveva tutto l'interesse a non frammischiarsi in un oscuro fatto banditesco, che poteva anche coinvolgerlo in possibili sospetti e recriminazioni. Invece sarà proprio lui a chinarsi sul ferito, ad apprestargli i primi soccorsi di urgenza e a mettersi completamente a sua disposizione: tutto il tempo e il denaro che ha non sono più suoi, ma dell'altro. Si impegna addirittura anche per quello che sarà necessario per il futuro: "Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno" (v. 35), dice all'albergatore. È uno che "si gioca" veramente tutto in favore dell'uomo!
Questo "gioco delle parti" non è certo casuale: c'è una evidente intenzione "polemica" di Gesù nell'attribuire ai suoi personaggi atteggiamenti così contrastanti.
La prima polemica è contro il "formalismo" liturgico, contro il culto sterile che non aiuta a scoprire Dio nei fratelli: quasi che bastasse credere in Dio per salvarsi, e non credere anche nell'uomo, creato "a immagine di Dio" e redento da lui! La colpa del sacerdote e del levita è stata quella di non vedere lo stretto e indispensabile rapporto unitario fra i due comandamenti dell'amore di Dio e del prossimo.
La seconda polemica è contro i pregiudizi di razza e le discriminazioni sociali o religiose, quasi che il bene possa trovarsi solo da una parte e debba farsi solo a certe persone: il Samaritano, forestiero ed eretico per i Giudei, in realtà compie dei gesti di benevolenza che delle persone "devote" non hanno compiuto; e li compie verso uno che gli era socialmente estraneo, addirittura nemico. Il che sta a dire che non solo il bene non ha frontiere, ma che deve essere "inventato" con capacità creativa in tutte le più strane situazioni in cui ognuno di noi può venire a trovarsi: come ha fatto il Samaritano della parabola, che Gesù propone come esempio del nostro comportamento verso gli altri.
Su questo tono eminentemente pratico, infatti, si chiude la parabola: "Chi di questi tre ti sembra che sia stato prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso" (vv. 36-37).
Si sarà notato che dalla domanda iniziale del dottore della Legge: "Chi è il mio prossimo?" (v. 29) Gesù passa a una contro-domanda: "Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?" (v. 36). Non basta scoprire chi è il nostro prossimo: la parabola ci dice chiaramente che è il ferito, lasciato mezzo morto lungo la strada. L'importante è "dimostrarsi prossimo" verso il nostro prossimo: altrimenti egli ci rimarrà sempre molto "lontano", anche se di fatto si trova a un passo da noi, addirittura sotto i nostri stessi occhi, senza però che noi sappiamo vederlo.

Il "vero" Samaritano è Cristo

Abbiamo detto dello "strano" atteggiamento dei protagonisti della parabola. Più strano di tutti, però, è l'atteggiamento del Samaritano. Veramente egli sembra essere un personaggio al di fuori della realtà, così come sembra essere al di fuori della realtà il padre della parabola del figliol prodigo: una carità e una bontà così grande fra gli uomini non si trovano!
E perché Gesù allora l'ha pensata, questa parabola? Si è che parlando del Samaritano, egli pensava alla sua propria storia, così come nella parabola del figlio smarrito. C'è stato Qualcuno che ha saputo amare come il Samaritano: Cristo. Egli si è davvero "giocato" tutto per l'uomo: pur discendendo dal "tempio" alto di Dio, non ha ritenuto che fosse indegno di lui occuparsi del povero infelice che giaceva esangue e moribondo lungo la strada.
"Il Samaritano viaggiatore che era Cristo - poiché viaggiava veramente - vide colui che giaceva per terra. Non passò oltre, poiché lo scopo che aveva dato al suo viaggio era di "visitare" noi, per i quali è disceso sulla terra, sulla quale ha dimorato, poiché non è solamente apparso, ma ha conversato con gli uomini realmente... Ha versato del vino sulle piaghe, il vino della Parola; e siccome la gravità delle ferite non sopportava la sua forza, vi mescolò dell'olio, sicché si attirò per la sua dolcezza e filantropia i rimproveri dei farisei... Poi, condusse l'uomo all'albergo. Egli dà questo nome di albergo alla Chiesa, diventata la dimora e il ricettacolo di tutti...".
In questa prospettiva "cristologica" la parabola del buon Samaritano acquista tutta la sua forza dirompente. La parola finale: "Va' e anche tu fa' lo stesso" (v. 37) non è più la proposta di qualcosa di utopico o di immaginario, come potremmo essere tentati di pensare. Essa riassume una storia e un'esperienza di amore infinito, tuttora in atto: la storia di Cristo, che per tutti noi si è fatto Samaritano misericordioso e perdonante.

Settimio CIPRIANI
 Fonte:  www.donbosco-torino.it

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