don Alberto Brignoli, "Missione: mangiare e bere di ciò che hanno"

Missione: mangiare e bere di ciò che hanno
don Alberto Brignoli  
XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (03/07/2016)
Vangelo: Lc 10,1-12.17-20 
Quando ero in missione all'estero, ricordo che cercavamo sempre dei criteri attraverso i quali
giudicare la validità del nostro operato o di quello di altri missionari. Gira e rigira, alla fine sempre giudicavamo in base alle molte o poche cose fatte: un'opera piuttosto che un'altra, un'attività originale, un'iniziativa di successo, una serie di strategie messe in atto a combattere la povertà, e via di questo passo. Quando poi si torna qui, nella nostra realtà, cambia l'ambito della missione, ma i criteri di efficacia della pastorale pare siano i medesimi: quante belle cose fai, quanta gente ti segue, quante iniziative metti in atto, eccetera... Mentre invece, a quanto pare, ciò che conta è che "i nostri nomi siano scritti nei cieli". E se nei cieli abita il nostro Dio, ciò che conta non sono i nostri successi nella pastorale, ma che i nostri nomi siano scritti nel cuore di Dio, ossia che riusciamo a fare l'esperienza di sentirci amati da Dio.
E per sentirci amati non è necessario che "abbiamo il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni", o che "anche i demoni si sottomettano a noi nel nome di Gesù", ma che "satana cada dal cielo come una folgore", per riprendere tutte le affermazioni che abbiamo ascoltato nella parte finale del Vangelo. Che cosa ci vogliono dire tutte queste espressioni usate da Luca? Partiamo proprio dall'ultima che ho citato, quella che descrive la caduta di satana dal cielo. Nella visione giudaica, satana, il grande avversario di Dio, non vive negli inferi, dove invece la nostra tradizione da sempre lo colloca. Fa parte, piuttosto, di quella schiera di spiriti celesti che stanno intorno al trono di Dio, e si trova lì non perché sia amico di Dio, ma perché è il grande accusatore che ha il compito di gettare discredito sui fedeli, quasi a mettere in luce di fronte a Dio le loro opere cattive, perché Dio li giudichi e li condanni. È sufficiente leggere i primi capitoli del libro di Giobbe per comprendere bene quest'aspetto. Ebbene, nell'immagine di Dio che Gesù ci ha rivelato, ovvero nel volto amoroso e misericordioso del Padre, non c'è più posto per il grande accusatore, l'avversario: perché il Dio di Gesù Cristo non giudica né tantomeno condanna, bensì ama e assolve. Satana è dunque destinato a cadere dal cielo, così come Giovanni scriverà nella sua Apocalisse. L'annuncio del Regno di Dio ha lo scopo di mostrare al mondo che Dio non lo giudica, ma lo salva condividendo la sua storia e la sua vita. Questo è l'unico scopo e l'unico successo cui deve puntare la missione della Chiesa: e cosa deve fare per ottenerlo?
È quanto ci viene descritto in quello che, a ragione, può essere definito il "Manuale della missione", ovvero una sorta di "vademecum" che il Maestro affida alla sua Chiesa perché comprenda cosa significhi essere missionaria. E già l'esordio è interessante: Gesù non invia in missione i Dodici, bensì "settantadue" che Luca nemmeno definisce discepoli, solo ne indica il numero. Un numero simbolico, riconducibile al libro della Genesi, quando viene fatto l'elenco dei discendenti di Noè: è il numero delle nazioni della terra fino ad allora conosciute, per dire che la missione della Chiesa è aperta a ogni uomo, è universale, non esclude nessuno, nemmeno quei samaritani che Giacomo e Giovanni domenica scorsa volevano sterminare. Invece anche tra i samaritani, tra coloro che gli eletti di Israele ritengono eretici e senza Dio, qualcuno fa parte di questi settantadue; anche tra i samaritani c'è qualcuno di buono, talmente buono - e lo ascolteremo domenica prossima - da divenire l'immagine del Cristo sollecito verso l'umanità ferita.
La missione della Chiesa non esclude nessuno, è aperta a tutti e si fa carico di tutti e di ognuno. Per realizzarla, però, occorre che accettiamo le condizioni del Maestro. E la condizione principale è quella di spogliarsi di tutto, di non caricarsi di eccessivi bagagli e di eccessive sicurezze, ma di andare con l'essenziale, ovvero con ciò che siamo e niente più. Occorre andare come "agnelli in mezzo ai lupi", consapevoli della nostra precarietà, perché emerga il primato di Dio su di noi. Occorre andare senza confidare nella sicurezza della borsa, della sacca e dei sandali, perché non sono mai stati i potenti mezzi economici della Chiesa ad attirare a sé fedeli; anzi, ogni volta che nella Chiesa sono sorti profeti che vivevano e predicavano la povertà, sempre hanno suscitato interesse, ammirazione ed emulazione.
Ma c'è qualcos'altro che cattura immediatamente la nostra attenzione: e che sia importante lo si capisce dal fatto che Luca, in pochi versetti, lo ribadisce ben due volte. Riguarda il fatto che, entrando in una casa, una volta augurata la pace, è necessario "mangiare e bere di ciò che hanno", "quello che vi sarà offerto", buono o meno che esso sia, evitando l'escamotage di saltare da una casa all'altra in cerca di ciò che dà maggior comodità e serenità. Perché Luca ci tiene a sottolineare questo particolare insignificante come se fosse di vitale importanza? Tutto può essere riconducibile all'idea di "contaminazione attraverso il cibo". La Legge di Mosè indicava infatti tutta una serie di norme che vietavano la consumazione di determinati cibi, considerati impuri: tra di essi, i cibi preparati dai pagani, da coloro che non appartengono al popolo d'Israele. Imbattersi in una casa di pagani obbligava il pio israelita ad evitare addirittura di entrarvi, o quantomeno a non servirsi del cibo offerto, con la conseguente necessità di passare di casa in casa fino ad imbattersi in un fratello di fede con il quale condividere il pasto. Ebbene, ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli è l'esatto opposto, ovvero di condividere il cibo con ogni persona, aldilà della sua provenienza e della sua fede. Mangiare con i pagani significava entrare in comunione con loro, condividere la loro vita e le loro tradizioni: questo è ciò che Gesù chiede ai suoi discepoli e alla Chiesa missionaria.
Parlare la lingua dei popoli e mangiare il loro cibo è proprio uno dei fondamentali della missione della Chiesa, perché riguarda la capacità di acculturarsi, di entrare nella cultura di un popolo, di condividere la sua cultura, di essere parte della sua storia. E questa è la grande opera del Vangelo, questo è il criterio dell'efficacia dell'azione missionaria della Chiesa: non saremo giudicati sulle grandi opere che avremo progettato, costruito e fatto con i pochi o molti mezzi a disposizione, ma sulla nostra capacità di condividere la sorte di un popolo, credente o no che esso sia.
Non c'è bisogno, allora, di borsa, sacca o sandali, e neppure è necessario che "i demoni si sottomettano a noi nel nome di Gesù". Ci basta aver "mangiato e bevuto di quello che hanno"; ci basta aver condiviso parola e cibo con tutti i popoli. Allora "ci rallegreremo con Gerusalemme, esulteremo di gioia per essa, e ci delizieremo alla dolcezza delle sue consolazioni"; allora "ci rallegreremo, perché i nostri nomi sono scritti nei cieli".

Fonte:qumran2.net

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