don Alberto Brignoli"Semplicemente Padre

Semplicemente Padre
don Alberto Brignoli  
XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (24/07/2016)
Vangelo: Lc 11,1-13 
Abbiamo sempre un po' il difetto di voler "classificare" le cose e le persone, così come di essere
"identificati" per quello che siamo, e di conseguenza emettiamo anche dei giudizi (o meglio dei "pregiudizi") in base alle categorie espresse. "Questa cosa è buona perché viene da...", "Quella persona è in gamba perché fa parte di quel gruppo", "Questa manifestazione è poco valida perché organizzata da...", e via dicendo. Come se la bontà di una persona o di una cosa non dipendesse da ciò che essa è e dai valori che ha dentro, ma dalla classe, dalla categoria cui essa appartiene.
Questo rivela una sorta di crisi d'identità e di valori di cui la nostra società soffre, per la quale è molto più semplice relazionarsi con una persona chiedendo a quale gruppo appartiene piuttosto che scoprire i valori che ha dentro. E allora, cerchiamo di identificarci con qualcosa o con qualcuno per sentirci più sicuri in ciò che facciamo e in ciò in cui crediamo.
Spesso, si fa questo anche con le cose di Dio, con la vita di fede: fa comodo sentirsi qualcuno intorno a qualcosa che dà un'identità, al di là di quanto poi effettivamente vi si creda. Per cui, l'importante è appartenere a una religione, pur di ribadire la propria identità: fino ad arrivare, in alcuni casi, a usare la religione per dire che "Dio è con noi" piuttosto che con gli altri. Fino ad arrivare - ed è storia dei nostri giorni - a uccidere gli altri in nome di Dio, del proprio Dio, ritenuto e urlato "grande", "il più grande" di tutti.
Ma in genere, più "Dio è grande", e più fa danni. Più "Dio è con noi" e meno si crede in lui. Più ci si identifica in un gruppo religioso e meno si è capaci di vivere la nostra fede. E magari, si usa addirittura la preghiera per affermare la propria identità; ma quando la preghiera viene rivolta a Dio per fare in modo di sentirsi gruppo, di avere una identità, di sentirsi forti rispetto agli altri, allora la preghiera non vale nulla. Ci comporteremmo alla stessa stregua di quel discepolo che chiede a Gesù di "insegnare loro a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli"; vuole, cioè, imparare a pregare bene perché la preghiera sia un distintivo del suo gruppo così come lo fu per il gruppo dei discepoli di Giovanni. Ogni rabbino, ogni maestro, insegnava ai propri discepoli un metodo di preghiera, e quel metodo diveniva il distintivo di quel gruppo, magari anche attraverso formule specifiche di quel gruppo (come avviene ancora oggi in alcuni gruppi di preghiera, talmente esclusivi e chiusi da avere formule e modi di preghiera che solo essi conoscono). Pregando così, ci si rafforza sempre di più nella propria identità di gruppo di credenti, ma si crea un Dio a propria misura, si insiste su un'identità che poco a poco rischia di farci sentire esclusivisti di Dio, come se Dio fosse solo con noi e per noi, come se Dio fosse "il grande Dio" che difende un gruppo, una religione, un'identità.
La preghiera di Gesù, invece, non vuole creare gruppi né tantomeno identità, perché l'umanità intera è un gruppo, l'umanità stessa ha una propria identità, quella di essere in tutto e per tutto figlia di Dio. Per questo, la preghiera di Gesù non dice "Dio è con noi"; la preghiera di Gesù non dice "Dio è grande". La preghiera di Gesù si rivolge a Dio chiamandolo semplicemente "Padre", ossia con quell'appellativo che, imparato da bambino, è di tutti, non è esclusiva di nessuno, non è appannaggio di un gruppo.
E a scanso di ogni equivoco, la versione di Luca, che a quanto pare è la più antica e originaria, toglie al Padre pure l'appellativo di "nostro" e lo chiama semplicemente "Padre". Non sia mai che qualcuno si metta in testa di sentirlo come "suo"; non sia mai che qualche gruppo possa giungere a dire "Dio è Padre Nostro e non Padre Vostro"; non sia mai che qualcuno abbia la sfrontatezza di impossessarsi di Dio per mettere un sigillo sulla propria identità religiosa. Il Dio di Gesù Cristo non è un Dio grande: è un Dio Padre. Il Dio di Gesù Cristo non è il difensore di un'identità ad ogni costo: è il Dio del dialogo e della fraternità. Il Dio di Gesù Cristo non è un Dio padrone, che usa violenza sui suoi servi e si vendica del male ricevuto: è un Padre che perdona, che ascolta le preghiere dei suoi figli, che provvede loro il necessario, che chiede loro di perdonare così come egli perdona.
Un Dio così, allora, non ha bisogno di preghiere di lode e di sottomissione, ma di richiesta, di fiducia e di abbandono; non ha bisogno di una setta di fedeli al suo perenne servizio, ma di una famiglia in cui ci si voglia bene, in maniera sincera; non ha bisogno di gente che si sacrifichi per lui, perché l'ha già fatto lui per noi.
Permettere anche a noi di chiamare Dio "Padre" è forse la cosa più rivoluzionaria che Gesù potesse fare in tutto il Vangelo; agire da figli e da fratelli che si amano, è l'unica cosa che tutti possiamo fare perché il mondo sia migliore.

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