don Marco Pedron"Conoscere le preghiere per capire"

Conoscere le preghiere per capire
don Marco Pedron
XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 11,1-13 
Il vangelo di oggi ci presenta il Padre Nostro secondo la versione di Luca. Se in Mt vi sono sette-otto
domande, in Lc, invece solamente cinque. Il testo è diviso in due parti: la prima riguarda l'umanità e la seconda la comunità. Dopo l'invocazione iniziale vi sono alcune domande, richieste, inviti, desideri, speranze.
Probabilmente il testo di Lc è più vicino all'originale (per la comunità cristiana era più facile aggiungere che togliere dal testo ricevuto).
Ci soffermiamo a commentare solamente il Padre Nostro tralasciando il resto del vangelo.
"Padre" (Lc 11,2).
Nella cultura ebraica non esiste il termine genitori ma solo un padre e una madre con compiti differenti. Mentre il padre è colui che genera, la madre si limita a partorire il figlio (Is 45,10).
Il figlio riceve la vita esclusivamente dal Padre e la prolunga assomigliandogli nel comportamento mediante la pratica dei valori ricevuti.
Quando si trova l'espressione "Il figlio di...", non significa tanto "nato da...", ma "assomigliante" nel comportamento.
Gesù ha già parlato di Dio come un Padre. E cosa ha detto?: "Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso" (6,36). Il credente, il discepolo di Gesù non è uno che osserva le sue leggi, che gli ubbidisce, che "non sgarra", ma uno che come Lui ama del suo stesso amore.
E' un'immagine di Dio tutta nuova: Dio non premia più i buoni e castiga i cattivi (siamo lontanissimi dal nostro paradiso e inferno; cfr Lc 6,35: "Egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi") ma ama tutti e vuole la vita per tutti (e sempre ci prova e ci riprova!).
Non è un caso che poco prima di questo vangelo (l'abbiamo sentito due domeniche fa) c'è la parabola del buon samaritano. Come modello di credente Gesù propone un samaritano: ma chi erano costoro? Erano gli eretici, i lontani, i maledetti. Solo che mentre il Samaritano ha misericordia, si ferma e si prende cura; i religiosi, i puri, gli osservanti (sacerdote e levita) tirano dritto.
Gesù non vuole osservanza (sacerdote e levita) ma che l'amore ricevuto da Lui (e quindi bisogna sentirlo, riceverlo, percepirlo, sentirlo!) si dilati e di espanda: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8).
Per la religione del tempo Dio doveva essere servito. Dio era il Re e l'uomo il suo servo che con le preghiere, i digiuni, le penitenze, la retta condotta e la sottomissione alla sua volontà gli ubbidiva.
Ma con Gesù tutto è capovolto: Dio non dev'essere più servito ma è Lui che ti serve. Ciò è chiaro nell'Ultima Cena quando Lui si mette a servirli e a lavare i loro piedi. Lc 22,27: "Io sono in mezzo a voi come colui che serve".
Se la religione è ciò che l'uomo fa per Dio (preghiere, fioretti, digiuni, cerimonie, ecc.) la fede è ciò che Dio fa per l'uomo: lo ama aldilà di tutto e di ogni cosa.
San Paolo in Rm 8,15 dice una cosa meravigliosa: "E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio".
Quindi qualunque sia la tua situazione, la tua povertà, il tuo disagio, il tuo peccato, la tua morte, la tua vergogna, ricordati sempre che tu sei suo figlio. Rivolgiti a Lui... e mai, mai, mai Lui ti respingerà.
Un giorno una bambina va dalla mamma e gli dice: "Mamma, chi è Dio?". Ora la mamma è in difficoltà. Come si fa a spiegare chi è Dio ad una bambina? Già a volte abbiamo le idee confuse noi adulti. Allora la mamma le dice: "Vieni qui". La bambina va dalla mamma e la mamma la prende fra le sue braccia e la abbraccia forte forte. Poi dice alla bimba: "Cosa senti?". "Sento che mi ami, mamma". "Questo è Dio".
Una donna ha due figlie: finché giocano una delle due si rompe una gamba. Allora la mamma lascia quella sana dalla vicina di casa e lei corre al pronto soccorso con la figlia con la gamba rotta. Finché il dottore visita la figlia la madre dice al dottore: "Mi raccomando, dottore, me la aggiusti bene eh!, perché questa è la mia unica figlia". La figlia la guarda e le dice: "Ma mamma, e mia sorella?". E la mamma: "Lei è l'altra figlia unica".
"Sia santificato il tuo nome" (Lc 11,2).
Letteralmente potremmo tradurre: "Venga riconosciuto il tuo nome" oppure "fa conoscere a tutti chi sei".
Noi dobbiamo entrare in quella cultura per capire quest'affermazione.
Il nome nella cultura ebraica indica l'individuo non tanto nella sua essenza ma in quanto a ciò che l'individuo fa. E' una cultura pratica: non faccio tanti discorsi su ciò che sei, ma in base a quello che fai capisco chi sei.
Questo lo si vede bene quando Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo nome. Mosè ha il problema che deve andare dal Faraone e dirgli: "Libera il mio popolo!" e dagli Israeliti e dire a loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi". "Ma mi diranno: qual è il suo nome?". "E io che cosa risponderò loro?". "Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono!...: Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi" (Es 3,13-14).
Dio non rivela chi è, la sua identità, ma ciò che lo rende conoscibile. Io-Sono vuol dire: "Io Dio sono vicino alle esigenze e sofferenze del mio popolo. Io-Sono è venuto a liberarvi dalla vostra schiavitù!". Il nome di Dio si rivela in ciò che fa.
Santificare ha due sensi, uno soggettivo e uno oggettivo.
Soggettivo: se il "santo" è Dio (cioè Dio che rende santo) allora vuol dire separare o consacrare qualcuno o qualcosa con lo scopo di mettere in risalto un particolare valore. Ad esempio: il vasellame adibito per la liturgia veniva consacrato per questo uso.
Dio è il Santo nel senso che dà forza vitale (Spirito Santo), santifica ("Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti" (Is 6,3; Ap 4,8)).
Oggettivo: se invece è Dio che viene santificato (ad esempio dall'uomo), allora il verbo vuol dire "riconoscere", come in questo caso.
Quindi qui si dice: "Che il tuo nome sia riconosciuto". Perché, non era riconosciuto? Che sia riconosciuto non come finora è stato invocato, cioè Yahwé, ma come è stato riconosciuto dagli apostoli e da coloro che ti hanno incontrato: come Padre.
Quindi non si santifica il nome di Dio ogni volta che si dà di Dio un'immagine diversa da quella che Lui ci ha mostrato di Padre buono, misericordioso, amorevole e pieno di tenerezza.
"Venga il tuo regno" (Lc 11,2). Ma quale regno?
Gli ebrei sapevano bene cos'era stato il regno. L'esperienza della monarchia in Israele era un ricordo tragico e fonte di tutte le disgrazie patite nel presente.
Per molto tempo funzionò così: ogni volta che il popolo si trovava in difficoltà Dio faceva sorgere un condottiero che con la Sua forza liberava Israele dai nemici (Gedeone o Sansone (Libro dei Giudici)).
Ma ad un certo punto della storia il popolo volle un re come tutti gli altri popoli. E' la tentazione di tutti i tempi: l'illusione che ci sia uno "speciale" che possa risolvere i problemi di tutti.
Dio mise in guardia il popolo: "Prenderà i vostri figli per destinarli alla guerra e in guerra moriranno... li costringerà ad arare i suoi campi e a mietere le sue messi (li farà schiavi)... prenderà le vostre figlie per farla profumiere e cuoche e fornaie (per i suoi bisogni sessuali o come schiave)... vi sequestrerà schiavi e schiave e i vostri armenti migliori... vi metterà la decima sui vostri raccolti" (1 Sam 8,10-22): volete ancora un re? Sì, lo vogliamo.
E la monarchia (regno e re) fu un disastro.
Saul, il primo re, impazzì (1 Sam 16,14) e morì suicida (1 Sam 31,4).
Il legittimo erede Is-Bàal fu assassinato (2 Sam 4).
Il trono venne preso da David, che era riuscito a sposare la figlia di Saul, Michol. Adultero e assassino (2 Sam 11), il Signore lo maledì (2 Sam 12,11-14) e gli impedì di costruire il Tempio con le parole: "Perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me" (1 Cr 22,8).
Il terzo re fu peggio che peggio (e qui la monarchia terminò): Salomone, che salì sul trono dopo aver assassinato il legittimo erede, suo fratello Adonia (1 Re 2,15). Despota megalomane, Salomone morì idolatra (1 Re 11,4-5) e venne liquidato dalla Bibbia con la severa sentenza: "Salomone commise quanto è male agli occhi di Yahwé e non fu fedele a Yahwé" (1 Re 11,6).
Gli successe il figlio Roboamo, un emerito incapace, che portò il regno alla rovina, causando lo scisma (di dieci tribù di Israele) che pose praticamente fine alla monarchia (1 Re 12,3ss). Come il padre, Roboamo non seguì il Signore e per di più trascinò pure il popolo nell'infedeltà a Dio: "Roboamo abbandonò la legge di Yahwé e tutto Israele lo seguì" (2 Cr 12,1).
Fu così tragica l'esperienza dei re, che gli ebrei proiettarono la loro speranza in un regno divino, dove Dio stesso si sarebbe preso cura degli ultimi (orfani e vedove).
Ma questo non è un regno imposto con la forza come volevano i farisei e i religiosi del tempo ma un regno accolto e accettato "se tu lo vuoi", cioè volontariamente.
Il regno non è fuori, è dentro di te. Il regno da instaurare è che tu sia re nel regno della tua vita.
Lc è chiaro: "Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà" (Lc 18,17). E come lo accoglie un bambino? Nella cultura ebraica il bambino, era come la donna, all'ultimo posto: senza nessun valore. Un bambino è disposto a farsi amare, ad imparare, a ricevere, a seguire, a mettersi a disposizione. Per accogliere questo regno bisogna essere come un bambino: ricettivi, disponibili ad imparare, a mettersi in gioco, a farsi coinvolgere.
Ci fu un tempo in cui c'erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo. Tutti e tre avevano la passione per il mare. Jacopo si diceva: "Chissà se c'è qualcosa di là" e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare (la paura ti fa solo pensare). Gregorio: "Forse c'è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci" (la paura ti blocca). Cristoforo: "Cosa ci sia non lo so proprio... andiamo a vedere!". Fece il suo volo e scoprì l'America. Se non hai il coraggio di metterti in gioco non conoscerai il Regno di Dio.
"Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano" (Lc 11,5).
Qui c'è un problema. In greco c'è il pane "epiousios" che Lc 11,3 traduce "cotidianum" mentre Mt 6,11 traduce "supersubstantialem". Nel Padre Nostro che noi recitiamo venne scelto la traduzione più facile da pronunciarsi "quotidiano". Ma cosa vuol dire "epiousios"?
Vi sono tre possibilità che si completano, si integrano, a vicenda.
1. Il pane di domani (epi+ienai), cioè "necessario alla vita del giorno che viene, di domani". E' un invito a non essere abbandonati, a percepire la presenza di Dio che aiuta oggi e domani.
2. Il pane supersostanziale (epi+ousia). Allora questo pane non è tanto il pane fisico, quello del fornaio, ma il pane che alimenta il cuore, l'anima e l'interiorità. E' il corpo di Cristo.
3. Il pane necessario (epi+einai). "Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il pane necessario" (Pr 30,8). In questo senso allora: "Vivi, preoccupati di oggi e non vivere con l'ansia del pane di domani". Come diceva De Mello: "La vita è quella cosa che ci accade mentre noi siamo impegnati a fare progetti per il futuro". Vivi oggi. Se vivi proiettato nel domani non vivi né oggi né domani, perché domani vivrai nel domani di domani.
Tutte e tre sono possibili... quindi tutte e tre possono essere vere.
"E condona i nostri peccati perché anche noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori" (Lc 11,4). Il verbo afiemi vuol dire condonare e non tanto perdonare.
Gli ebrei avevano quest'immagine di Dio: un Dio che come un pignolo contabile registra tutto nel suo Libro dei Conti. Dio sa tutto. A Lui nulla scappa. Quindi non si può sfuggirgli.
Il perdono funzionava così: tu hai peccato e Dio lo sa. Per non essere punito tu dovevi compiere delle azioni riparatrici perché Lui non ti punisse (ecco i sacrifici, i digiuni, le preghiere Nm 15,22-30).
Quindi: "Hai sbagliato... ma poiché ti sei pentito, ti perdono". Il perdono, quindi, era una riammissione che l'uomo otteneva dopo aver fatto il suo errore.
Ma con Gesù cambia tutto: Dio perdona non perché l'uomo si converte ma perché il suo cuore è Grande. E' in base alla sua misericordia che Dio condona.
Condonare vuol dire mandare via, togliere tutto, non lasciare più nulla.
Un giorno dopo essersi confessato un uomo pregava così Dio: "Ti ringrazio Dio per aver perdonato i miei peccati". E Dio rispose: "Quali peccati?".
Perché usa il termine "debitore"?
In Israele c'era una regola: se avevi un credito da un tuo debitore questo decadeva nell'anno di remissione del Signore (ogni sette anni; Dt 15,2). Ma fatta la legge, trovato l'inganno...
Il Prozbul era un certificato contenente una dichiarazione, fatta di fronte al tribunale, in virtù della quale il debitore autorizzava il creditore a riscuotere il suo credito in qualunque tempo, anche dopo i sette anni, prescindendo dalla legge del condono.
Allora Lc prende le distanze da questa pratica e da questa regola per richiamarsi al disegno primitivo, di Dio: dopo un po' il debito va rimesso totalmente.
"Perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore" (Lc 11,4).
Tu puoi condonare tuo fratello solo se hai fatto tu esperienza di condono. Altrimenti non sai!
Chi non condona non ha ancora conosciuto chi è Dio. Perché chi conosce Dio, chi vive il vangelo, chi sa cosa gli è stato fatto non può fare diversamente: condonare.
"Non ci indurre in tentazione" (Lc 11,4).
Nell'A.T. il verbo "provare" non indica mai una sollecitazione al male (tentazione). Indica sempre una "prova", una verifica che viene fatta per vedere cosa c'è realmente nel cuore.
Un po' come a scuola: uno studia e poi si fa la verifica per vedere se sa quello che ha studiato. Lo scopo non è di mettergli insufficiente, di farlo "cadere" ma di vedere cosa sa e cosa non sa. Il senso quindi è sempre positivo.
Dt 8,2: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi".
Le prove sono necessarie perché l'uomo cresca, divenga. Pensiamo alla prova di Abramo (Gen 22, 1-19). Ad Abramo viene chiesto di sacrificare suo figlio, l'unico figlio che ha aspettato per novecento anni: è un Dio cattivo, capriccioso questo? Che Dio è che può chiedere questo? Ma in realtà, Dio lo sta provando, cioè lo sta facendo crescere. Quel figlio, quell'unico figlio, Isacco, che lui considera suo, è del Signore. E attraverso la prova Abramo imparerà qualcosa che in nessun altro modo forse avrebbe potuto imparare: mio figlio è di Dio, della Vita e non mio. Allora la tentazione è una prova, un passaggio di crescita.
Infatti nahasc (il serpente tentatore) in ebraico indica un ostacolo-barriera da superare: se l'uomo lo passa, si libera un quantum di luce, di consapevolezza che era nascosto. Allora Dio mi mette alla prova non per divertirsi ma perché io possa crescere, perché possa portar fuori la luce (consapevolezza) che c'è in me.
Nel vangelo di Lc però il verbo tentare appare due volte ed entrambe le volte ha un senso negativo.
Nelle tentazioni (Lc 4,2) il diavolo "lo tenta" e poco dopo questo vangelo (Lc 11,16) lo "tentano" perché faccia un segno dal cielo. Qui il senso è negativo: si cerca di far fare a Gesù qualcosa di spettacolare, di trionfale, di impressionante.
Ma allora in che senso dobbiamo prendere il verbo "tentare"? Come prova o come induzione al male?
Chiarisce tutto Gc 1,13-14: "Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria cupidigia che lo attrae e lo seduce". Dio non tenta, mai.
Qui si parla non di prove (plurale) ma di prova (al singolare). Qual è quindi la grande prova di Gesù? Il Getsemani (Lc 22,40.46). Gesù sa che deve morire ma non è questa la prova. La prova è di perdere la sua fiducia in Dio. Il rischio è di dire: "Mi sono sbagliato... Dio mi ha abbandonato... Lui non c'è... speravo, ma...". Questa è la grande prova, il grande rischio da cui si chiede di essere salvati, liberati.
Qual è di queste invocazioni di cui più ho bisogno? Di quale di queste domande ha più bisogno la mia anima? Perché il Padre Nostro più che recitato va vissuto.
Pensiero della Settimana
Prega per ogni cosa e per ogni creatura.
E chiedi per tutti il bene e il loro bene,
anche se non è quello che tu vorresti.
Perché il male non esiste finché tu non lo crei.
Bernard Grad, un biologo canadese, ha fatto questo esperimento:
ha messo dell'acqua dentro ad un becher (una caraffa trasparente)
e dei guaritori pregavano su quell'acqua.
I semi innaffiati con quell'acqua crescevano più rapidamente
di quelli innaffiati con acqua semplice.
Poi ha dato da tener in mano un becher d'acqua a pazienti gravemente depressi. I semi innaffiati con quell'acqua non nacquero mai.

Fonte:qumran2.net

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