don Marco Pedron"Una libertà da conquistare"

Una libertà da conquistare
don Marco Pedron
XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 10,38-42 
Questo vangelo è stato spesso letto: "Dovete essere come Maria e non come Marta". Maria è
l'ascolto, la vita contemplativa, il silenzio. Marta: l'azione, il fare, l'attività. Per cui la donna che ne usciva era una reclusa: buona, sottomessa, tranquilla, ubbidiente.
Ma vuole proprio dire questo, codesto vangelo? Non è che ci abbiamo proiettato la nostra immagine di donna (soprattutto noi maschi!), invece di rilevare quella che il vangelo voleva presentarci?
Per capire questo vangelo, quindi, dobbiamo seguire le "chiavi di lettura", ovvero dei termini tecnici, che ogni evangelista mette nel suo vangelo per capirne il senso e il significato.
Per capire questo vangelo noi dobbiamo svestirci del nostro modo di pensare occidentale e con duemila anni di storia per vestire quello di un tempo e di un luogo diverso dal nostro.
Visto che il vangelo ci parla di donne, dobbiamo chiederci: ma chi era la donna a quel tempo? L'ambiente era fortemente maschilista e tutto veniva giustificato con "é volontà di Dio".
La donna era considerata un essere sub-umano, praticamente era un uomo venuto male. Ancora oggi nel mondo ebraico c'è una preghiera che si recita tre volte al giorno, con la quale l'ebreo ringrazia il Signore di non averlo creato pagano, di non averlo creato donna e di non averlo creato zotico, cafone, cioè uno che non può permettersi lo studio e la conoscenza della legge (come la donna).
Nella bibbia, commenta il Talmud, Dio non ha mai rivolto la parola a nessuna donna; poi, l'autore pensa di averla sparata un po' grossa, si corregge e dice: "No, una volta Dio lo ha fatto, ma si è subito pentito, perché ha parlato a Sara. Sara gli ha risposto con una bugia e da quella volta Dio non ha parlato più a nessuna donna". Proprio per il motivo della bugia, con cui Sara risponde a Dio, la donna è considerata non credibile e non può essere ascoltata come testimone.
E c'era un motivo ben pianificato e conosciuto per cui le donne dovevano lavorare sempre (come d'altra parte anche i servi e gli schiavi): "Fa' lavorare il tuo servo e potrai trovare riposo, lasciagli libere le mani e cercherà la libertà" (Sir 33,26). Lavoro, lavoro, lavoro... per non percepire il desiderio di libertà. Mi pare molto attuale il tutto!
La donna era una "bestia" che doveva servire per lavorare e fare figli. Basta: non serviva ad altro.
La donna poi, poiché aveva le mestruazioni, era impura per definizione. Quindi era in peccato per essenza.
La donna è sempre comandata da qualcuno: dal padre prima, dal marito poi e se questo non c'è, dal figlio maschio. La parola "sposata" vuol dire "posseduta".
Il Talmud dice che è una buona regola per le persone sagge non parlare mai con le donne, non chiedere mai loro consiglio; i pochi che lo hanno fatto sono finiti all'inferno.
Il Siracide scrive: "Una figlia per il padre è un'inquietudine segreta, la preoccupazione per lei allontana il sonno: nella sua giovinezza perché non sfiorisca, una volta accasata perché non sia accoppiata, finché è ragazza si teme che sia stolta e che resti incinta nella casa paterna. Quando è con un marito che cada in colpa e quando è accasata che sia sterile" (Sir 42, 9-10). E ancora: "Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna" (Sir 42,14)! Parola di Dio!
In un apocrifo molto simpatico, c'è Pietro che non sopporta la presenza della Maddalena tra di loro e chiede a Gesù: "Senti, va bene che la Maddalena deve stare tra di noi, ma non potresti almeno trasformarla in maschio?". Questo ci fa comprendere la difficoltà, all'interno della chiesa primitiva, di accettare le donne con la stessa dignità del maschio.
Nella lingua ebraica non c'è un termine per indicare discepolo al femminile, un vocabolo che esiste soltanto al maschile.
Lo stesso Giovanni Battista aveva soltanto dei discepoli maschi e nelle lettere si legge la difficoltà che ha avuto l'apostolo Paolo di portarsi dietro una donna.
Gesù ha accettato le donne e poi Paolo ha continuato, ma dopo, i padri della chiesa hanno respinto e ricacciato la donna in una condizione di subordine.
Questo perché? C'è un dato nei vangeli che è incontestabile: le donne battono sempre gli uomini! Le donne sono sempre le prime, le prime cronologicamente e le prime qualitativamente a percepire la realtà di Gesù. Non abbandonano Gesù e sono le prime inviate a testimoniarlo. Quasi tutte le donne sono presentate positivamente nei vangeli; mentre non sono tanti gli uomini.
San Paolo in Gal 3,28 dice: "Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo o donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". Cioè: non esistono più le differenze in Cristo, tra uomo e donna. Ma una frase così, a quel tempo (e tutt'oggi) era sconvolgente, rivoluzionaria rispetto a tutto ciò che si credeva e che si riteneva "volontà di Dio".
Per questo il fatto che Gesù avesse un seguito femminile era scandaloso e clamoroso (Lc 8,1-3).
1. Maria Maddalena, dalla quale sono stati scacciati sette demoni.
2. Giovanna, la moglie di Cusa, l'amministratore di Erode. Cusa era il ministro dell'economia del re Erode, quindi un personaggio dell'alta società; la moglie lo ha abbandonato per seguire il profeta Gesù! Dev'essere stato uno scandalo non soltanto a corte, ma uno scandalo nella società; Giovanna era una donna, non era libera di aderire ad un movimento o ad una persona. Qui c'è una donna che abbandona il marito e la corte di Erode, per unirsi ad un gruppo di altre donne; possiamo immaginare come saranno state considerate.
3. Susanna, della quale non sappiamo niente.
Sapendo questo allora veniamo al nostro vangelo. Si dice: "Mentre erano in cammino..." (Lc 10,38).
E va beh, dice uno, stavano camminando e poi sono entrati in un villaggio. E, invece, no. Quest'espressione "erano in cammino" è uno di quei termini tecnici, chiavi di lettura, che Lc ci mette appositamente.
Chi furono coloro che "erano in cammino"? Gli ebrei quando uscirono dalla schiavitù d'Egitto. Allora qui si parlerà di schiavitù e di libertà.
Era successo una cosa terribile: gli ebrei ad un certo punto si erano abituati ad essere schiavi, lo consideravano la loro condizione normale, tant'è vero che dissero a Mosè: "Ma perché ci hai fatto partire da un paese dove scorre latte e miele per farci morire nel deserto" (Es 3,8). Cioè: si erano così abituati ad essere schiavi che scambiavano pane e cipolla per latte e miele.
I rabbini dicono: "A Dio è stato più facile far uscire gli Ebrei dall'Egitto che l'Egitto dagli Ebrei".
Poi il vangelo dice: "Mentre erano in cammino Gesù entrò in un villaggio" (Lc 10,38). E gli apostoli che fine hanno fatto? Se ne stanno fuori ad aspettare che Gesù mangi e loro "dieta"?
Non entrano o non possono entrare? E' ovvio: non sono entrati in questa mentalità che Gesù ci presenterà. Loro sono rimasti fuori: troppo difficile da accettare.
Villaggio (komè), senza indicazione del nome, è un termine tecnico che adopera l'evangelista per dire al lettore: "Attenzione, perché il contesto sarà negativo" (Lc 9,52-56; 17,11-19).
"Il villaggio" è il luogo dove si è affermata e fermata la tradizione, dove si è attaccati ai valori del passato e si rifiuta il nuovo che viene proposto. Il villaggio è il luogo dove vige l'imperativo: "Si è sempre fatto così, perché cambiare!".
Gesù entra in una casa e qui ci sono Marta e Maria (Lc 10,38-39). Il nome di questa donna è tutto un programma.
Mar-ta è un termine aramaico che significa "la padrona di casa": oggi noi diremo "colei che vive per la casa". Marta, infatti, è la patrona delle casalinghe (29 luglio): sei una schiava ma ti facciamo credere che sei una regina!
Il libro dei Proverbi (Pr 31,10-27) descrive la perfetta padrona di casa: "Si procura lana e filo e vi lavora volentieri con le mani, si alza quando ancora è notte e prepara il cibo alla sua famiglia, si cinge con energia ai fianchi e spiega la forza delle sue braccia, neppure di notte si spegne la sua lucerna... stende la sua mano alla conocchia... si fa delle coperte di lino, di porpora le sue vesti, confeziona tele di lino e poi il ritratto della perfetta padrona di casa termina con un discendente: e il pane che mangia non è frutto di pigrizia". La donna perfetta (Marta) è una donna che lavora come un asino, per la Bibbia.
Per noi è un nome soave "Maria"; ma di certo non lo era a quel tempo.
Nella Bibbia c'è una sola Maria: la sorella di Mosè. Questa donna, molto ambiziosa, aveva cercato di fare le scarpe al fratello Mosè. Per questo Dio la maledisse con la lebbra (=la lebbra era la maledizione di Dio). E il Talmud riporta che quando Maria muore e le vogliono fare il funerale, Dio stesso interviene dicendo: "Perché state a piangere una vecchia?".
E dopo quella Maria nessuno più si chiamerà così fino alla madre di Gesù. Perché? Perché era un nome maledetto, oggetto di maledizione.
Nessuno di noi mette nome a suo figlio "Giuda" perché questo nome si collega al traditore. Eppure uno dei discepoli fedeli a Gesù si chiama così. Ma a noi evoca dell'altro. Così era per Maria. E chissà perché le avevano messo questo nome, segno di maledizione?
Cosa vuol dirci allora Lc? Che accogliere il messaggio di Gesù significa essere emarginati, maledetti dalla società.
Allora cosa succede qui. Abbiamo due donne totalmente diverse (ripeto: è molto importante che noi leggiamo il vangelo nel suo contesto culturale).
Maria è la donna che rompe con la tradizione: Maria trasgredisce.
Marta è la donna della tradizione. Marta fa quello che tutti facevano, che era ovvio fare.
Maria è ai piedi di Gesù (Lc 10,39): ma questo non è un gesto di adorazione o di preghiera. Nella case palestinese non ci sono le seggiole e neppure i tavoli: ci sono solo delle stuoie dove tutti si mettono per terra. Quando uno arriva lo si accoglie lì, sulle stuoie.
Allora che fa Maria? Accoglie Gesù. Ma chi poteva accogliere un uomo? Solo un altro uomo! In una casa palestinese la donna tu neanche la vedevi: lei cucinava e neppure portava i cibi in tavola. Perché era un altro uomo a farlo.
Quindi che fa Maria? Maria fa l'uomo, il maschio! Maria, anziché starsene in cucina, anziché starsene invisibile, osa trasgredire un tabù che la religione, la morale, imponeva e prescriveva alle donne. E cioè che le donne sono invisibili nelle case, non possono farsi vedere quando c'è un ospite.
E perché lo fa? Per ascoltare il suo messaggio (loghos=messaggio di Gesù). Lc dice: "Se tu ascolti "la parola", progressivamente trasgredisci quelle regole, quelle leggi, quel falso "buon senso" o "così fan tutti" che ti impediscono di essere te stesso e veramente libero".
Ma siamo in una cultura maschilista. E ciò che è più grave è che anche Marta ha assunto quella cultura.
Essere schiavi è tremendo ma credere che sia giusto essere schiavi è molto peggio! E' la vittoria del potere: farti credere che tu sia felice nella tua condizione (questo è da miserevoli).
La società aveva detto: "Le donne lavorano e fanno figli perché sono delle schiave". Marta, che neppure può pensarsi diversamente da così, dice: "E' così che io sono. E' così che Maria dev'essere!".
Marta: "Ma Signore non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?" (Lc 10,40).
Marta dice: "Ma a che le serve ascoltare la parola? Lei è una donna, lei deve servire! Che bisogno ha di apprendere?". Marta crede che sia normale per lei esser schiava. Non conosce la libertà. La trasgressione di Maria, per lei, è insopportabile. Lei si sente brava e non si accorge che è schiava. Marta sta tentando di ricacciare Maria nella tradizione: "No, tu non puoi essere così!".
Per Lc la situazione di Marta è drammatica perché è come quella degli schiavi contenti di esserlo.
Costoro non solo non aspirano ad essere liberi, ma spiano i tentativi di libertà degli altri allo scopo di ricacciarli nella schiavitù (S. Paolo in Gal 2,4: "Falsi fratelli intrusi i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo allo scopo di renderci schiavi").
Per questo Gesù le dirà: "Marta, Marta, tu ti preoccupi di tante cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,42).
Ma cos'è che non può essere tolto all'uomo? Può essere tolta la libertà di parola? Certo! E di muoversi? Certo, ti mettono in prigione! E di esprimersi? Certo, ti recludono!
Qual è l'unica cosa che non ti possono togliere? La liberà interiore. Tutto all'uomo può essere tolto, meno la libertà interiore. San Paolo dirà: "Dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà" (2 Cor 3,17).
In Marta Gesù rimprovera tutti quelli che sono schiavi... e sono contenti (o si sono abituati) di esserlo.
Cosa dice a me questo vangelo?
1. Io dico no ciò che non sono: "Io non ci sto!".
Eichmann il coordinatore e il responsabile delle deportazioni degli ebrei verso Auschwitz quando fu interrogato e gli fu chiesto dall'accusa: "Ma lei si rende conto che sono stati uccisi sei milioni di ebrei?", lui senza nessuna emozione disse: "Dovrebbe provocarmi qualcosa questo?".
Hannah Arendt lo descrisse, con una frase poi passata alla storia: "L'incarnazione dell'assoluta banalità del male". Se distruggi il tuo cuore puoi tutto.
Eichmann uccide un milione e mezzo di persone ubbidendo a quello che gli veniva detto di fare. E non riuscivano ad incriminarlo, infatti lui si difendeva così: "I vostri soldati non vi hanno ubbidito? Li avete condannati? No, anzi, gli avete dato delle medaglie al valore. Beh, anch'io ho fatto la stessa cosa: ho ubbidito al mio capo (Hitler). Merito una medaglia al valore per essere stato così scrupoloso (i treni ad Auschwitz arrivavano senza sgarrare di un minuto!)".
Fromm dice: "Per essere liberi bisogna disobbedire e per disobbedire bisogna essere liberi". Il grande pericolo è chiamare "normalità" ciò che fan tutti. Ma perché una cosa la fan tutti, perché tutti vanno dove tira il vento, perché tutti chiamano "normalità" una cosa, non vuol dire che lo sia.
Bisogna avere il coraggio di disubbidire e di dire: "Io non ci sto". Non otterremo popolarità ma dignità e fierezza per noi stessi.
Tutti noi giovani comunichiamo insieme tramite sms, facebook, skype. E' normale perché lo fan tutti, ma non si costruisce nessun tipo di relazione così. Io non ci sto!
Per molti di noi adolescenti la cocaina e l'ecstasy sono normali: "Lo fan tutti", si dice. Ma non è "normale" neanche una tirata. Ci sono altri modi per vivere emozioni forti. Io non ci sto.
Per molti di noi adulti, vivere così, "tirare avanti" in una vita piatta e abulica è normale. Io non ci sto.
Per molti di noi anziani non si tratta di accontentarsi: ormai il più è passato. Ma chi ha detto che non abbiamo nulla da dare? Non abbiamo nulla da dare se non abbiamo nulla dentro! Io non ci sto.
Io voglio fare come Maria: tutti vedono in un modo (le donne lavorano e non si discute) ma io non sono "tutti", io sono io. E se a me non va bene, io dico: "Io non ci sto".
2. Io voglio rimanere vivo: "Io sono vivo".
Patrick Henry, protagonista della rivoluzione americana che denunciò la corruzione dei funzionari pubblici e rivendicò i diritti degli abitanti delle colonie, quando fu catturato dagli inglesi e fu messo di fronte alla scelta di rinunciare alla rivoluzione e di unirsi agli inglesi o di essere fucilato come traditore, disse: "Datemi la libertà o datemi la morte". Dove trovò questa forza?
Dove si trovano uomini così? Appassionati, infuocati, radicali, che non cedono, che non indietreggiano, che non si vendono, che non scendono a compromessi, che sono disposti a pagare per le idee e per le proprie azioni?
Ma che uomo sei? Ma non vedi che sei pieno di paura! Hai paura perfino di cosa dice la gente; hai paura di rimanere da solo; hai paura di deludere, di non andar bene; hai paura di essere rifiutato dai superiori, dai tuoi capi... ma che uomo sei? Guarda Gesù! Sei vivo: resta vivo; non morire prima. Non permettere che la paura ti uccida!
Giorgio Faletti in una canzone dice: "Fa' che la morte mi trovi vivo".
La società ha tre armi per ucciderti.
La paura: "Se fai così lo dirò a tutti... cosa si potrebbe dire... ma non ti vergogni... fa come tutti... comportati bene... fa il bravo cristiano... e se sbagli... e se poi non ci riesci... e se fai brutta figura... e se deludi... e se non fai bene... e se non ti vogliono più..."
La ricompensa: "Se fai questo ti darò posizione, riconoscimento, amore... una mano lava l'altra... se sei così io ti amo... se fai quello io ti accetto... se sei bello io ti darò tante persone...".
La persuasione: "Ti fa bene... è per il tuo bene... così vivi meglio... non puoi non averlo... sei nessuno se non hai/sei": ti vien fatto credere che essere così, comandati, è per il tuo bene.
Avete presente le gocce. Le gocce scavano le montagne. Così la paura ti avvelena giorno dopo giorno l'anima e ti fa morire. Come Napoleone, che si dice l'abbiano fatto morire goccia dopo goccia.
Io voglio, come Maria, rimanere viva: io voglio la Vita per me.
3. Io voglio essere io: "Io voglio volare".
Steve Jobs, il fondatore di Apple, in un passaggio del suo famoso discorso ai neolaureati di Stanford, nel 2005 diceva: "Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore...". Volate.
Il bellissimo libro "Il gatto e la gabbianella" termina proprio così: "Vola solo chi osa farlo". Le navi al porto sono al sicuro ma non per questo sono state costruite.
Libertà è prendere il proprio volo e non quello di altri. Libertà è credere che si ha le ali e avere il coraggio di prendere il proprio volo.
Un proverbio cinese dice che nella vita tre cose non tornano più indietro: le parole dette, le frecce scagliate e le occasioni perse.
Ci fu un tempo in cui c'erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo. Tutti e tre avevano la passione per il mare. Jacopo si diceva: "Chissà se c'è qualcosa di là" e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare (la paura ti fa solo pensare). Gregorio: "Forse c'è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci" (la paura ti blocca). Cristoforo: "Cosa ci sia non lo so proprio... andiamo a vedere!". Fece il suo volo e scoprì l'America.
Essere liberi vuol dire fare il proprio volo (viaggio).
Pensiero della Settimana
Il grande dramma non è essere schiavi ma abituarsi ad esserlo.
Il grande dramma è credere che la schiavitù sia la nostra vera condizione.
Il grande dolore per uno schiavo è preferire l'agio della schiavitù
alla scomodità della libertà.
E quando uno schiavo vede uno libero... lo odia.


Fonte:qumran2.net

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