MONASTERO DI RUVIANO, "GUARDARSI DALLA CUPIDIGIA"

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
GUARDARSI DALLA CUPIDIGIA
Qo1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3, 1-5.9-11; Lc 12, 13-21
            L’autore della Lettera ai cristiani di Colosse, nella seconda lettura che oggi si proclama, fa una
chiara affermazione ed un invito conseguente; l’affermazione è detta con grande limpidezza, è un dato di fatto per il discepolo: Voi siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! E poi: Vi siete spogliati dell’uomo vecchio … avete rivestito l’uomo nuovo. L’invito (anche se è preposto alle affermazioni) è una conseguenza a queste realtà indubitabili per chi ha scelto Cristo ed il suo Evangelo, anzi la bella notizia è proprio quella morte e quella spoliazione dall’uomo vecchio e l’essersi rivestiti dell’uomo nuovo. L’invito è dunque: Se siete risorti con Cristo (ed è ancora un’affermazione che completa quella dell’essere morti!) cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo seduto alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù e non a quelle della terra.

            Non è questo un invito a disinteressarsi della storia e di ciò che è quotidiano, non è un invito a disprezzare la materia. Per carità! Il cristianesimo è fede nell’incarnazione di Dio! E’ invece invito a cambiare del tutto le prospettive della vita.

            Queste parole della lettera ai cristiani di Colosse può fare da sfondo a tutta la riflessione di questa domenica, può fare da sfondo al testo di Luca che oggi siamo invitati ad accogliere per la nostra esistenza credente.

            Il racconto di Luca su cui ci fermiamo è l’inizio di una sezione dell’evangelo (12,13 – 13,6) in cui vengono raccolte varie parole di Gesù sul tema della vigilanza, una vigilanza che, per Luca, va esercitata in primo luogo per il tempo della Chiesa; certamente come modo per attendere il Signore ma anche come uno stile da vivere giorno per giorno.

            Tutto inizia con una domanda posta da Gesù da un tale che vorrebbe fare di Gesù un giudice che dirima una questione ereditaria con un suo fratello. Gesù agisce come al solito. Non vuole essere usato e, come accade spesso nell’evangelo, non risponde alla domanda ma aiuta chi fa la domanda a cambiare le prospettive mettendo in discussione la saggezza di quella domanda stessa. Gesù non vuole che l’Evangelo sia trascinato nelle questioni ma vuole che l’Evangelo sconvolga le situazioni.

            Per Gesù i due fratelli hanno entrambi torto perché il problema non è quello di un’equa divisione, il problema sta nella brama di tutti e due, brama di possedere credendo che così si è felici ed al sicuro! Così Gesù pone il discorso su di un piano altissimo: non è questione più o meno di giustizia, di equilibrio, di rispettare le volontà del testatore, di calcoli di percentuali … è questione che riguarda la vita: Tenetevi lontani da ogni cupidigia perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni!

            Capite? E’ in gioco il senso ed il valore della vita. Cosa dà valore alla vita, da cosa “dipende” la vita? Da chi è la vita? Il testo greco infatti dice proprio così: la vita non è “ek tõv iuparchónton autõ” cioè “dai suoi beni”.

            Per sottolineare questo Gesù racconta una parabola; avrebbe già detto tutto ma la breve parabola del ricco stolto gli serve per fissare questa verità cosi necessaria ed essenziale per chi vuole essere suo discepolo.

            E’ straordinario che questa parabola si presenti come una meditazione, direi quasi un midrash su due testi sapienziali; il primo è Sir 11, 18-19: “C’è chi arricchisce a furia di cure e di avarizia. Ed ecco la sua ricompensa quando dirà: Finalmente ho trovato riposo, ora godrò i miei beni. Non sa però quanto gli rimane. Dovrà lasciare tutto ad altri e morire.” L’altro testo sapienziale che è dietro questa parabola di Gesù è nel Libro di Qoelet di cui leggiamo tratti del primo e secondo capitolo in questa domenica. Un testo culmina con quell’affermazione che Gesù mette nella sua parabola in forma di domanda: Chi ha lavorato con sapienza e successo – dice Qoelet – dovrà poi lascaire i suoi beni ad un altro che non vi ha per nulla faticato.

            Il ricco della parabola è stolto (in greco “aphrõn” che significa “senza saggezza”, “senza pensiero”; il verbo “phronéo” significa “pensare, essere intelligente” e la sua radice è qui con l’alfa privativa!); insomma questo ricco non è avveduto, dice Gesù; eppure per il mondo è una vera icona della più acuta avvedutezza, prudenza e sapienza! Per il mondo è un vero saggio che si assicura il futuro. Eppure per Gesù è stolto perché perde di vista l’essenziale; in realtà è stolto perché non è libero. E’ uno che fa dipendere la sua vita dalle cose.

            La parabola si conclude con una frase di Gesù che ci dice dove voleva condurci Gesù: Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce per Dio.

            E’ questione di orientamento!

            In greco Luca usa stranamente un’espressione di “moto a luogo” (“verso Dio” cioè “eis Theòn”); si tratta dunque di acquisire ciò che conduce verso Dio e le sue logiche e la sua volontà. L’alternativa è allora tesorizzare per sé o arricchire verso Dio! Per arricchire verso Dio è necessaria la fiducia nel Padre … il seguito infatti di questo passo è il testo della fiducia in Dio che sa di cosa abbiamo bisogno … Chi accumula non si fida di Dio ma di se stesso e soprattutto si fida dei beni, delle cose, delle avvedutezze e prudenze mondane.

            La via di Gesù è tutt’altra cosa!

                                      p.Fabrizio Cristarella Orestano
Fonte :MONASTERO DI RUVIANO,