MONASTERO MARANGO, "Il primato dell'ospitalità e dell'ascolto"

6° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Gen 18,1-10; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Il primato dell'ospitalità e dell'ascolto
1)Non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.

L’ospitalità presso i popoli mediterranei e orientali è una delle leggi non scritte che rimangono fondamentali. Io stesso l’ho potuta sperimentare quando ho avuto il dono di soggiornare per tre anni in Calabria e nei miei ripetuti viaggi in Medio Oriente e in Iraq. L’ospite è sempre atteso e, quando arriva, viene accolto come Dio stesso che fa visita ai suoi amici. Per lui si mette a disposizione non solo la casa e il cibo abbondante sulla tavola, ma la vita stessa: nell’ospite, nel pellegrino, l’eternità fa irruzione nella quotidianità delle nostre vicende. Le relazioni umane, spesso segnate da una stanca ripetitività, si accendono in un fuoco divino.

Abramo ha praticato l’ospitalità nel modo più solenne.
Faceva caldo quel giorno in cui stava seduto davanti alla sua tenda, riparato all’ombra di un querceto.
Faceva caldo come nei giorni d’estate, ma quello che vide non era un miraggio. All’improvviso apparvero davanti a lui tre viandanti, che giungevano da lontano, impugnando ciascuno il lungo bastone da viaggio. Abramo corse loro incontro e li pregò di fermarsi, tanta era la fretta che sembrava li dominasse e dovesse portarli lungo sentieri sempre nuovi e lontani. Camminavano come se avessero le ali. Con la medesima fretta Abramo preparò per loro un pranzo di festa, sopra una tavola che aveva le dimensioni del mondo intero: intuiva che in quegli stranieri lo raggiungeva una presenza divina e che in quell’incontro, in quella sosta amorevole, tutto il mondo veniva raccolto e salvato. Sì, la salvezza del mondo passa attraverso un incrociarsi di sguardi, come quelli dei misteriosi pellegrini che dialogavano continuamente tra di loro con gli occhi fino a sembrare tre in uno. Negli occhi di quei viandanti Abramo vede Dio. Si rivolse loro al singolare. E l’unicità della divina presenza si dilatò in una pluralità e in una fecondità per lui ancora incomprensibili.

Ma anche i tre parlano con una voce sola: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».
Due semplici sottolineature: accogliere il mistero di un Dio che, in modi imprevisti, viene a farci visita, apre la nostra esistenza ad un nuovo futuro, non più segnato dalla rassegnazione e dalla paura.
Così, accogliere l’altro che si affaccia alla soglia della nostra vita, il vicino come lo straniero, è come gettare semi di speranza e di pace in un mondo che ogni giorno di più parla solo il linguaggio della violenza e del terrore.
Il rifiuto porta alla sterilità e alla morte. L’accoglienza dona vita nuova: «Tornerò da te fra un anno, e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

Di una cosa sola c’è bisogno.
Al primo posto, nel brano del vangelo, non sta, invece, la generosa ospitalità di Marta, che accoglie in casa Gesù, non senza un eccesso di affanno e di agitazione. Al primo posto c’è la Parola del Signore che, come per gli ospiti di Abramo, è sempre portatrice di fecondità. Ed è sempre una parola non meritata per le nostra azioni, ma donata in una assoluta gratuità a chi, con altrettanta libertà e gratuità, può ascoltare e aprirsi al dono. L’uomo non può agire giustamente se prima non ha ascoltato la Parola di Dio. L’episodio narrato nel vangelo non vuole assolutamente proporre la superiorità della vita “contemplativa” sulla vita cosiddetta “attiva”, il primeggiare di chi prega su tutti coloro che si spendono nella fatica dell’operare. Dice semplicemente del primato dell’ascolto. Questo lo si può riconoscere perfino nell’episodio di Abramo a Mambre, poiché la storia era incominciata con «Ascolta Israele». L’agire è la conseguenza dell’ascolto. E anche quella che usiamo chiamare “pastorale” ha valore solo se è traduzione nella storia dell’ascolto della Parola. Non ogni azione della Chiesa si può chiamare “pastorale”, perché può accadere che le nostre iniziative siano in palese contraddizione con la Parola di Dio. C’è, talvolta, una Chiesa che si affanna e si agita troppo.
L’atteggiamento di Maria, che «ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta», si dimostrerà giusta nell’azione da lei compiuta a Betania, quando ungerà Gesù per la sua sepoltura. La sua azione viene difesa dal Signore contro tutti i biasimi delle persone pie e religiose, e proposta come esempio per tutta la storia della Chiesa.

Cristo in voi, speranza della gloria.
Nella Chiesa la parola dell’annuncio deve precedere la sua azione: «Come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come lo annunceranno senza prima essere inviati?» (Rm 10,14 – 15).
La Parola di Dio è portata a compimento nella vita e nei patimenti di Gesù. Egli è la parola e l’agire di Dio in nostro favore. Così l’Apostolo può scrivere parole audaci: «Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e dò compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne». In quanto Cristo ha patito come capo per tutto il suo corpo, non manca nulla a questo patire. Ma in quanto Cristo è «capo» ed è anche il suo «corpo che è la Chiesa», questo corpo deve prendere parte alla passione di Cristo.

Questo mondo, così segnato dalla sofferenza e dal dolore, dalla violenza e dalla morte, ha bisogno di essere “trasfigurato” da tutti coloro che, come Cristo, desiderano vivere nel primato di un ascolto che li porterà ad essere servi di tutti per amore.
Perché il mondo continui ad esistere.

Giorgio Scatto    

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