MONASTERO MARANGO," La Chiesa è madre di consolazione"

14° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Is 66,10-14; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20
La Chiesa è madre di consolazione
1)Ho visto un uomo anziano morire. Invocava incessantemente la mamma. Forse, inconsciamente,
desiderava farsi prendere in braccio, come quando era bambino. Voleva essere preso per mano, essere rassicurato che la sua vita non andava perduta, che tutto, alla fine, si sarebbe ricomposto in un grande abbraccio di pace.
Nella liturgia di questa domenica è il Signore stesso che, come una madre, ci prende in braccio, perché tutti noi abbiamo bisogno di consolazione; sono troppe le ferite, troppe le disgrazie da sopportare, se qualcuno non ci stringe al suo petto e ci rigenera. Ho sperimentato quanto sia importante tutto questo recandomi pochi giorni orsono in una casa dove una ragazza di vent’anni si è tolta la vita. Era appena successo e non ho potuto fare altro che abbracciare a lungo, e stringere al petto, i genitori distrutti dal dolore. E’ scritto: «Sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò».
In questa prossimità al dolore, in questo amore di compassione, si trova tutta la ricchezza della Chiesa, che è la madre che ci nutre. Questa Chiesa non ha per i suoi figli altra consolazione di quella che le è stata a sua volta donata: nella croce di Cristo l’amore di Dio si è fatto conoscere definitivamente e pienamente, ed è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che è stato effuso.
Nella croce gloriosa di Cristo la pace fluisce verso di noi «come un fiume, come un torrente in piena».

Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.
L’Apostolo diventa come colui che lo ha inviato. La debolezza di Gesù e la sua umiliazione fino alla morte ora si è mutata nella passione del discepolo, nel quale l’apparente sconfitta si dimostrerà come la vera vittoria. Il mondo, con tutta la sua potenza distruttiva, canta un effimero e momentaneo primato, annullato da chi, partecipando della croce di Cristo, ha vinto tutte le potenze mondane, diventando «nuova creatura».
Il fatto che l’Apostolo porti «le stigmate di Gesù nel suo corpo» è solo il segno della sua stretta imitazione del Signore e la certezza che «la pace e la misericordia» saranno date in abbondanza a coloro che «seguiranno questa norma»: la vittoria si troverà unicamente in una vita che si fa dono, fino alla fine.

Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi.
Nel grande discorso missionario del Vangelo, Gesù manda i suoi discepoli «come agnelli in mezzo ai lupi». Se consideriamo l’immagine da un punto di vista puramente umano, tale missione potrebbe apparire del tutto irresponsabile, pura follia. Ma Gesù può usate tale immagine solo perché lui è il pastore che è diventato agnello: «maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come una pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). Gesù è venuto nella mitezza più assoluta, «senza borsa, né sacca, né sandali», portando con sé solo la Parola della misericordia e l’Evangelo della pace. E così vuole che siano disarmati e inermi i «pochi operai» mandati in missione. Non devono appoggiarsi a sicurezze mondane – il potere, il possedere, la cura della propria immagine – e nemmeno si possono trattenete a lungo sulla strada, perché la missione riveste un carattere di urgenza, dal momento che «il tempo si è fatto breve».

Chi è inviato in missione deve per prima cosa augurare la pace. Non importa se questa pace viene accolta oppure no; e quando non viene accolta, non la si può imporre con la violenza. Si va altrove, non pretendendo nulla, non portando via nemmeno la polvere che si fosse attaccata sotto i piedi, perché la missione comporta un’assoluta gratuità. San Paolo scrive che la ricompensa dell’Apostolo consiste nel poter annunciare liberamente il Vangelo, e nella gioia che da esso proviene. A quelli che lo accolgono, come anche a coloro che non lo accolgono, i missionari devono annunciare la vicinanza del regno di Dio, affinché la gente possa prendere posizione a favore o contro.
Annunciare il Regno è accompagnare la Parola con i gesti: la cura dei malati, l’accoglienza dei poveri, la condivisione umile e gioiosa della mensa «mangiando di quello che sarà offerto».

Il successo della missione non è incluso nell’incarico. Il vero successo si trova unicamente presso il Signore, che nella sua Pasqua ha visto «Satana cadere dal cielo come una folgore». Solamente in Cristo, e non in loro stessi, gli inviati sperimentano il potere di vincere «tutta la potenza del nemico».
Questa certezza ci deve bastare per poter continuare il pellegrinaggio della fede e l’annuncio dell’Evangelo della pace.


Giorgio Scatto