MONASTERO MARANGO, "No all'accumulo, sì alla condivisione"

8° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)

Letture: Qo 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21
No all'accumulo, sì alla condivisione
1)Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità.
Un uomo chiede a Gesù di fare da arbitro in una questione di eredità con il fratello, perché questo era
uno dei compiti dei dottori della Legge. Gesù non è un dottore della Legge, ma il profeta del regno di Dio annunciato ai poveri, e perciò respinge la sua richiesta.
L’esortazione a tenersi lontani «da ogni cupidigia» e l’avvertimento che la vita e la sua riuscita non dipendono da ciò che si possiede, introduce alla parabola del ricco coltivatore, che illustra e conferma drasticamente questa verità.
La struttura della parabola ci presenta solo due personaggi: il ricco proprietario terriero, i cui piani sono bruscamente interrotti dall’intervento di Dio, che è il vero protagonista del racconto, e che ha il potere di disporre della vita e della morte dell’uomo.
Nel racconto si parla dell’esperienza quotidiana con toni esagerati: capita raramente, infatti, di vedere che si abbattano dei magazzini per costruirne di più grandi; se mai se ne aggiungono altri a quelli esistenti. Ma sembra, ad una prima lettura della parabola, che essa ci voglia ricordare, se ancora ce ne fosse bisogno, che la preoccupazione principale dei ricchi consiste nell’organizzare le loro proprietà e accumulare le loro ricchezze, mettendole al sicuro. Scrive a tale proposito papa Francesco: «Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (E.G. 55).

Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita.
Il monologo del protagonista, costruito esclusivamente intorno alla sua persona, finisce improvvisamente, come inghiottito in un oscuro vortice. La morte divora parole e progetti dell’uomo.

Domandiamoci: qual è il contesto storico – sociale di questa parabola?
Gesù si rivolge soprattutto alla gente semplice della Galilea contadina. Le sue parabole sono profondamente radicate nella vita quotidiana dei destinatari. Il latifondo era notoriamente diffuso in Palestina, soprattutto nella fertile pianura lungo la costa, nella fossa del Giordano e nella pianura di Jezreel. Nella piramide sociale i grandi proprietari terrieri si collocavano, insieme ai grandi mercanti e agli esattori delle tasse, sul gradino più alto. La popolazione viveva lavorando duramente la terra, perché poteva disporre solamente dell’aiuto di qualche bue, asino o cammello. I contadini dei villaggi consumavano le loro forze arando, vendemmiando o mietendo le loro messi con la falce.
Il terreno del latifondista – al centro del nostro brano – produce tanto frutto che si profila un raccolto straordinariamente buono. L’idea di utilizzare almeno una parte di questo raccolto per scopi sociali non gli passa nemmeno per la testa. Egli si occupa unicamente di se stesso e della sua ricchezza. Guidato dalla logica del profitto, vuole coronare il successo della sua impresa demolendo i magazzini esistenti e costruendone di nuovi più grandi, per poter mettere al sicuro tutto il suo raccolto e guardare al futuro con tranquillità.

Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; rilassati, mangia, bevi e divertiti.
Il ricco coltivatore riassume la felicità sperata in un dialogo con la sua anima, invitata a condurre una vita di piaceri, senza alcuna preoccupazione per il resto del mondo.
Il fatto che Dio mandi all’aria con la morte improvvisa i suoi calcoli, e che il ricco sia costretto a lasciare ad altri la ricchezza accumulata, avrà forse provocato un sorriso di compiacenza nei destinatari, prevalentemente appartenenti al proletariato più svantaggiato e ridotti ad una semi-schiavitù.
Oggi, invece, la disuguaglianza genera violenza.
Ho letto che il dieci per cento della popolazione è in possesso del novanta per cento della ricchezza mondiale. Si tratta di una inammissibile ingiustizia. «Si accusano della violenza i poveri ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione» (E.G. 59).
A noi europei fanno paura i profughi, gli stranieri immigrati; parliamo di invasione e ci scagliamo con violenza contro di loro. Ci fanno paura gli attentati terroristici, la violenza, il sangue di tanti innocenti sparso sulle strade e sulle piazze del nostro continente. Ma non ci scagliamo contro la guerra, le sue cause, i suoi sostenitori, i produttori di armi e i venditori di morte, che sono la causa di tutto questo. Non vogliamo interrompere il turpe commercio, frutto di violente rapine di risorse naturali nei Paesi del terzo mondo, che ingrassa le nostre economie e ci getta addosso una umanità esausta e derubata di ogni elementare diritto.
In questo non c’è una rigida distinzione religiosa. I ricchi che ammassano ricchezze appartengono al mondo occidentale quanto a quello orientale. E i poveri sovrabbondano ovunque. «L’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice» (E.G.59).

Cerchiamo di concludere.
E’ stolto chi si illude di potersi garantire la felicità mediante la ricchezza e non tiene conto di Dio, che dispone della vita e della morte di ciascuno.
Un grande esegeta aggiunge un’altra interpretazione: «Stolti tanto quanto il ricco minacciato dalla morte siamo noi, quando accaparriamo beni e averi alla vigilia del diluvio universale» (J. Jeremias).

Cosa facciamo, in questi tempi segnati dalla paura, dalla violenza, dal timore di un nuovo diluvio che ci seppellisca tutti?
Continuiamo a costruire nuovi magazzini per noi, circondandoli di filo spinato e di guardie armate, invocando una impossibile sicurezza?
O impariamo l’alfabeto della giustizia, della condivisione, dell’amore vicendevole, dell’accoglienza dei poveri, del prenderci cura delle ferite dei fratelli?



Scatto Giorgio

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