padre Gian Franco Scarpitta "Perché in Dio sta tutto l'uomo"


"Perché in Dio sta tutto l'uomo"
padre Gian Franco Scarpitta  
XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (31/07/2016)
Vangelo: Lc 12,13-21
Interpretando il pensiero sapiente del re Salomone, l'autore ignoto del libro del Qoelet delinea una
visione pessimistica della vita, che viene compendiata con questa famosissima espressione, cantata anche da Branduardi e sfruttata anche in un certo romanzo letterario: "Vanità delle vanità, tutto è vanità" perché ogni cosa che accade nel mondo è relativa e l'uomo stesso è relativo. Come diceva una delle"mattonelle" che mi diletto a leggere ogni tanto fra i souvenir turistici, "non fare il male, perché è peccato; non fare il bene perché è sprecato" e sembra che il nostro autore legittimi questa posizione descrivendo la buona sorte che viene sempre riservata ai malvagi, a dispetto di quanti lavorano nell'onesta, nell'umiltà e nel silenzio per subire ingiustizie e sopraffazioni. Coloro che hanno combattuto per tutta la vita per realizzare progetti o grandi opere al loro trapasso dovranno lasciare ogni cosa a coloro che non vi avranno mai faticato e "nulla di nuovo avviene sotto il sole", nulla cioè che ribalti questa situazione a vantaggio dei più deboli o che ripristini il giusto equilibrio. Fortunatamente la conclusione di questo libro sapienziale è più incline alla speranza. Nell'ultimo capitolo infatti la frase suddetta con la quale l'autore aveva esordito "Vanità delle vanità, tutto è vanità"si ripete nuovamente, ma questa volta con la raccomandazione a riporre la propria fiducia in Dio e a osservare i suoi comandamenti "perché qui sta tutto l'uomo". In contrapposizione alla malvagità del mondo, alla sfiducia a cui si viene costretti e alla latente perversione incombente che è di prassi nelle relazioni umane, si contrappone la speranza e la fiducia nel Signore, considerando che ogni cosa comunque deriva da lui e che nulla può essere sprecato di quanto egli ci ha dato. E' in Dio che troviamo quella motivazione e quella forza che la dimensione umana ci toglie e occorre radicarsi nel Signore fin quando siamo in tempo, finché prosegue la nostra avventura terrena e prima di essere indotti alla tentazione della sfiducia e del pessimismo. Chi si radica in Dio e segue attentamente le vie del Signore senza farsene distogliere dal compromesso mondano e dalla falsità delle aberrazioni anche del nostro tempo non potrà che trarre sollievo e serenità perché ometterà di considerare quanto di perfido e di ingiusto succede attorno a sé, coltiverà intensamente i suoi propositi senza dover rendere conto a nessuno se non a Dio e senza dipendere da nessuno. Non molto tempo fa, una signora della comunità ecclesiale nella quale vivo e opero mi ha detto: "Tu non farai carriera nella Chiesa non perché non la meriti, tutto il contrario. Non farai carriera perché non sei "lestofante" e "furbo" come gli altri, manchi di millanteria e sei radicato nei principi." Non posso negare di essermi trovato nel suo discorso, di averle dato ragione e di aver considerato con serietà quanto diceva, ma ho risposto che se dovessi abbandonare i principi e gli ideali per sottostare al concetto (inesistente) di meritocrazia umana, alla logica del carrierismo, della prevaricazione e della falsità che sussiste nel mondo anche ecclesiale, avrei già perso la pace e la ricchezza interiore acquisita per una vana lotta per la sopravvivenza. Avrei già sprecato il mio tempo ad inseguire chimere e voli pindarici anche qualora avessi raggiunto elevati obiettivi; avrei dovuto consumarmi continuamente nella sottomissione ad altri, sgomitando in un sistema avverso con il rischio di non perseverare nemmeno nella fede. Meglio restare al proprio posto ed evitare i confronti fra Dio e il mondo, considerando che in Dio sta il vero mondo. Meglio coltivare ciò in cui si crede e restare fermi nei propri ideali che sottostare a un sistema che ti toglie ogni ideale.
Quanto al mondo in se stesso, come bene afferma anche Paolo in sintonia con il nostro Qoelet, esso è destinato a passare con la sua concupiscenze e poiché passa la scena di questo mondo, è meglio non usarne a fondo (1Cor 7, 31). La brevità della vita e il suo aspetto secondario in rapporto all'eternità suscitava riflessioni anche in uomini illustri dell'antichità, come Sallustio e Terenzio, nelle cui opere si esorta a vivere in pienezza il proprio tempo lasciando un'impronta edificante di se stessi evitando la vanità e l'effimeratezza del possesso e del guadagno economico, elementi dannosi al progresso dello spirito umano, che è provvisorio. La Parola di Dio, negli scritti sapienziali e nei brani del Nuovo Testamento, è tutta concorde nell'affermare le insulsaggini di chi pone la propria sicurezza nel denaro e nei beni di consumo, che non garantiscono il prolungarsi della vita biologica, anche in tempi odierni nonostante i progressi della scienza e della medicina. Può darsi che in punto di morte vi sia chi si preoccupa di lasciare i propri averi ai figli o a qualcuno che non li delapidi, ma nessuno in punto di morte ha mai esaltato l'onnipotenza del denaro o le garanzie della ricchezza. Piuttosto vi è stato chi, al momento del trapasso, ha pianto il tempo perduto a inseguire vani successi accumulando ricchezze. Occorre piuttosto vivere il mondo in Dio, considerando che appunto perché noi siamo di passaggio ogni cosa va interpretata come un mezzo e non già come obiettivo finale. E' vero quanto afferma alla fine il Qoelet: tutto l'uomo sta nell'essere fedele a Dio. Tutto ciò di cui si dispone è semplicemente conseguenza di un dono accolto, ogni cosa va messa a frutto per se stessi e per gli altri, nulla si possiede che non si sia ricevuto e nulla deve diventare nostro obiettivo e scopo finale di vita. In parole povere, è vano e ridicolo accumulare ricchezze e sicurezze terrene dietro alle quali illudersi di potersi trincerare.
Alla richiesta dei due interlocutori che chiedono a Gesù di sedare la loro lite in fatto di eredità materiale, il Maestro ribatte di non essere "giudice delle loro cose", ma questa risposta non vuole denotare distacco, indifferenza o mancata pressa di posizione su una questione sulla quale occorre mettere pace. Se così fosse Gesù non seguiterebbe con il suo racconto parabolico, il quale mette in evidenza la vera radice del problema posto dai due interlocutori: l'avidità e la cupidigia. Costoro sono orientati alla vanagloria, al potere e alla dissolutezza materiale e pertanto non si può essere loro "giudici" perché in tal caso si legittimerebbero posizioni non condivisibili.
Che la corsa sfrenata alla ricchezza e alla gloria sia assurda e ridicola ce lo ha dimostrato la commovente confessione del compianto Bud Spencer, scomparso di recente dopo aver vissuto con maggiore intensità il proprio rapporto con Dio e proprio raffrontando il suo passato di "vanità delle vanità" con la precarietà della sua persona e considerando l'entità dei veri valori, esclamava: "Credo in Dio, è ciò che mi salva. E prego. Perché? Perché riconosco in modo sempre più forte come sia nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore. Lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota».


Fonte:qumran2.net