Padre Paolo Berti, “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”

Omelia 
XVIII Domenica del tempo ordinario     
Lc.12,13-21
“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”
La parabola che ci presenta il Vangelo denuncia il vizio dell'avarizia, dell’accaparramento dei beni,
beni destinati a molti che però vengono tenuti da pochi. I discorsi di questi pochi sono veramente paurosi; dicono che è Dio che ha dato loro questi beni; che non è colpa loro se sono stati benedetti, magari da una buona stella; che il mondo con le sue ingiustizie non l’hanno fatto loro; che loro sono pronti a fare opere di beneficenza. Il Vangelo dice però ben altro. Dice che costoro non hanno alcuna voglia che il mondo cambi e accumulano ricchezze per assicurarsi delle isole felici di benessere senza tener conto di nessuno, che le loro beneficenze sono delle spilorcerie perché danno del loro superfluo (Mc 12,41s); dice che il loro riconoscimento di Dio è ipocrita e solo strumentale al loro egoismo (Lc 18,10s); dice che si compiacciono della “disonesta ricchezza” (Lc 16,9), che è tale perché i loro beni non diventano opportunità di lavoro per tanti (Mt 20,7). Queste denunce del Vangelo gli accaparratori di ricchezze le sanno bene, ma vi oppongono i loro discorsi paurosi, presentati con scaltrezza di parola. Sono blindati a tutto, eppure ecco una parola che li spiazza, che li insegue tormentandoli: “Stolto”.
Stolto è colui che potendo benissimo vedere non vuole vedere. Il saggio, invece, è colui che vede e ne trae le conseguenze. Saggio è Qoèlet, che di fronte al compiacimento riguardo ai suoi beni conclude che “anche questo è vanità”. E perché? Perché dovrà morire e lasciare le sue fatiche a un altro. Capite? Uno ha speso energie, tempo; ha accumulato ricchezze, ma nulla gli garantisce che le sue ricchezze rimarranno nel futuro a celebrarlo (Ps 48/49, 19). Gli uomini cercano di aggirare questa amara sensazione progettando un sicuro successore, ma sanno che la cosa è molto aleatoria, e che, al contrario, non è aleatorio che debbono lasciare tutto.
La campagna diede un buon raccolto, dice la parabola. La campagna per dire che non fu tanto il lavoro degli operai del ricco, ma appunto la benedizione di Dio, che voleva dare al ricco un’occasione di fare del bene e con ciò la gioia del fare il bene. Ma non andò come il buon Dio voleva, e visto che l’albero, ancora una volta zappettato dalla misericordia divina (Lc 13,8), non dava alcun frutto, il buon Dio pensò di toglierlo di mezzo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”. In quale modo, se stava bene, voi mi direte? In tanti modi. Ad esempio per mano di un assassino come avvenne per il re Baldassàr che, appunto, dopo aver visto una mano verde scrivere sulla parete della stanza del banchetto parole che lo accusavano, venne assassinato (Dn 5,5s).
Ma Gesù non ci lascia fermi a questi pensieri di deplorazione dell’attaccamento alle ricchezze; ci invita ad arricchirci di altri tesori. Arricchirci di santità per la gloria di Dio.
Dove la nostra ricchezza? Paolo ci dice che la nostra vita “è nascosta con Cristo in Dio”. Dunque, le nostre ricchezze non sono quelle che il mondo considera, sono interiori, nascoste. Il loro irraggiamento esterno - nelle parole e azioni - non renderà mai la consistenza delle ricchezze interne, e del resto neppure noi al presente le possiamo percepire pienamente. Solo in cielo noi conosceremo appieno le ricchezze, i tesori di grazia che Dio ha posto nel nostro cuore; e tutto ciò che è nostro apparirà ai beati e le ricchezze dei beati appariranno a noi. Così ognuno gioirà dei tesori presenti in sé e negli altri, sarà la comunione dei santi nella gloria.
Paolo ci dice di cercare la mortificazione: “fate morire dunque ciò che appartiene alla terra”. Mortificare quella parte di noi che, se assecondata, finisce per serrarci nell’illusione di essere autosufficienti, di poter progettare un futuro di benessere senza Dio. L’uomo della parabola pensava, rinnovando i suoi granai, di avere raggiunto l’autosufficienza; una duratura autosufficienza. Pensava di avere raggiunto un margine di sicurezza e di spensieratezza che nessun avvenimento avrebbe potuto scalfire; e invece, ecco, quel ricco dal cuore indurito la notte stessa morì. La grazia di quel raccolto abbondante era stata voce di Dio per lui, ma egli indurì il suo cuore, noncurante di Dio e dei poveri.
Paolo ci invita a non dirci menzogne gli uni gli altri. La verità è Cristo e spesso i cristiani non si dicono gli uni gli altri Cristo, il Cristo vero, senza abili svisamenti di lui. Noi possediamo la Parola, ma spesso scegliamo di indebolire la verità, e difendiamo le nostre adulterazioni del vero, ornandole di ragionamenti, e così mentiamo a noi stessi e agli altri. E tutto ciò lo vediamo quando si dice che la mortificazione è una cosa del medioevo; che oggi dobbiamo evitare gli autolesionismi, le mortificazioni del nostro umano. Buona cosa è guardarci dall'autolesionismo, ma ciò non esclude affatto la mortificazione. Noi, infatti, con la mortificazione non intendiamo atrofizzarci, ma purificarci; con la mortificazione non intendiamo mutilarci nelle nostre possibilità umane, ma intendiamo fare guerra all’amor proprio, inteso come falso, esagerato, concetto di sé, per dare spazio a Colui che ci arricchisce, attirandoci a sé e aprendoci agli altri. Chi dice che la sessualità è una cosa che non va repressa, dice una parola ambigua, che lascia la porta aperta alla menzogna; infatti, noi non neghiamo la sessualità, che è un dato importante della nostra realtà, ma ne rifiutiamo l’uso errato. Ed è falso quando si dice, per giustificare l’uso errato della sessualità, che in tal modo noi ci possediamo. Sì, ci possediamo, ma possediamo un rudere, perché abbiamo deturpato il nostro essere ad immagine e somiglianza con Dio. Dunque, fratelli e sorelle, non mentiamoci gli uni gli altri; e questo anche nel campo dell’uso dei beni di questo mondo. Troppo spesso scegliamo un appiattimento alla terra, presentandolo come saggezza, come realismo.
Troppo spesso si dà, mentendo, del fondamentalista a chi non lo merita affatto. Ma il fondamentalista chi è? Chi nega alla Parola la sua inesauribile ricchezza e la serra in un suo ottuso intenderla. Ma noi non siamo affatto fondamentalisti, e del resto la Parola non dà alcun spazio alla produzione di fondamentalisti. Nessuna meraviglia, fratelli e sorelle, se il miscredente bolla sempre di fondamentalismo chi lo contraddice. Lui, il miscredente - oggi sottilmente scaltro -, di certo fondamentalista non lo è, infatti è l'opposto, cioè un relativista, ma il relativista fa diventare il relativismo un assolutismo, e guai a chi si oppone a lui affermando l'esistenza di un Assoluto, Dio.
Nessuna paura, fratelli e sorelle, il Magistero della Chiesa Cattolica alla quale apparteniamo, e lo Spirito che abbiamo, ci aiuteranno sempre ad intercettare le menzogne e a confutarle.
AAllora non mentiamoci gli uni gli altri, ma cerchiamo invece di edificarci vicendevolmente, sapendo che se io edifico il mio fratello edifico anche me stesso, infatti noi siamo uni in Cristo (Cf. Gal 4,28). Se io arricchisco il cuore del mio fratello arricchisco anche il mio.
Che brutto è il cuore che ha come movente l’invidia e non la carità! Brutto è il cuore di chi gode del male altrui e si rattrista del bene altrui! E perché gode? Perché il male altrui lo fa emergere e il bene altrui lo mette nell’ombra! Ecco l'invidia, che altro non è che superbia e perdita della pace. Bello è quel cuore che considera il bene altrui come suo bene e prega per l’estinzione del male. Ma come arrivare a vivere questo? Appunto, vivendo Cristo. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.