Paolo Curtaz"Hic Christus"

XVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Colore liturgico: verde
Gn 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42
Commento al Vangelo di domenica 17 Luglio 2016 - Paolo Curtaz
Lc 10, 38-42
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Hic Christus

Luca, nel suo vangelo, ci ha scosso nelle fondamenta con la sua riflessione sul buon samaritano, su quel invece che contraddistingue l’agire cristiano.

Davanti al dolore del mondo possiamo tirare dritto, far finta di non vedere, è normale che così accada, ci mancherebbe. Oppure, invece, vedere nel volto del fratello sofferente solo un fratello sofferente, uno di cui prendersi cura.

Ma per non incorrere nel rischio di cadere nell’efficientismo, di confondere la comunità cristiana con un’organizzazione (meritoria, ci mancherebbe) di aiuto sociale, per non diventare gli applauditi infermieri della Storia che fanno ciò che la società non riesce (e vuole) fare, allora dobbiamo imparare a metterci seduti ad ascoltare.

Come fa Maria, sorelle di Marta.

Betania

Il vangelo di oggi ci dice di Dio, quel Dio che papa Francesco invita a recuperare, a riscoprire, qualcosa di grande e destabilizzante, di folle e di magnifico.

Abituati come siamo a vedere Dio come una specie di sovrintendente all’ordine mondiale, restiamo stupiti e disorientati nel vedere Dio che lascia Gerusalemme, sale il monte degli ulivi fino a Betfage per poi arrivare a Betania.

Dio ha bisogno di lasciare le risse teologiche del tempio, le inutili contrapposizioni di chi si prende a scarpate in nome dell’Altissimo, per trovare una famiglia, una casa, una cena. Per poter essere se stesso, rincuorato, accudito.

Il nostro è il Dio del pane, del buon profumo della pietanza che cuoce, del fiore messo in centro al tavolo per festeggiare l’ospite. Il Dio delle piccole cose.

Il Dio dei dettagli che allargano il cuore, che lo allagano. Che ci aiutano a vivere, che ci aiutano a capire l’orizzonte alto e altro.

Mi commuove alle lacrime vedere Dio intessere una relazione, che chiede ascolto, che ama sedersi con semplicità intorno ad un tavolo e ridere e scherzare.

Se potessimo, di quando in quando, invitare Dio e ascoltarlo, preparare per lui, come Abramo, un buon pasto e dello yogurt fresco!

Diventassimo capaci, d’ogni tanto,  di ascoltare Dio e il suo desiderio di salvezza, ascoltare le sue fatiche e il suo dolore nel vedere l’umanità travolta dalla violenza e dal limite, dirgli che può contare su di noi per realizzare il mondo altro che ha nel cuore…

Facessimo diventare Betania la nostra vita!

Il Dio di Gesù è, anche lui, un invece.

Sorprendente.

Sessimo

Come è sorprendente, politicamente scorretto, eccessivo, quello che accade a Betania.

Accogliere l’ospite era il compito del capo famiglia. O, comunque, del maschio.

E un maschio, in quella casa, c’è: Lazzaro, che conosciamo bene grazie all’evangelista Giovanni.

Ad ascoltare i rabbini, seduti a gambe incrociate, nella rinata Gerusalemme, c’erano solo uomini. le donne non erano considerate adatte a leggere la Torah, meglio bruciarla che darla in mano ad una donna.

Una donna, Marta, accoglie il Maestro.

Una donna, Maria, lo ascolta, come discepola.

Una pagina così forte che anche le prime comunità cristiane dovranno in qualche modo mitigare, lasciar cadere, armonizzare all’imperante maschilismo.

Gesù, invece, ribalta questa logica maschilista e come già fatto con sua madre, propone come modello dell’ascolto una donna.

Ascolto e azione

Maria e Marta rappresentano le due dimensioni della vita interiore: la preghiera e l’azione.

Maria ascolta con attenzione le parole del Maestro, le manda a memoria, se ne abbevera. Come molti, ancora oggi, pende dalle labbra del Signore, aspetta che egli parli al suo cuore.

All’origine di ogni fede, il cuore di ogni esperienza religiosa è e resta l’incontro intimo e misterioso con la bellezza di Dio. Dio che solo intravediamo attraverso le fitte nebbie del nostro limite ma di cui, pure, possiamo temporaneamente fare cristallina esperienza.

Rimettiamo la preghiera e il silenzio nel cuore della nostra giornata, come sorgente di serenità e di gioia.

Marta realizza la beatitudine dell’accoglienza, la concretezza dell’amore e dell’ospitalità.

Anche lei sa che l’ascolto del Maestro è l’origine di ogni incontro, ma sa anche che se questo incontro non cambia la vita, resta sterile e inconcludente.

Marta nutre il Cristo che Maria adora.

Non esiste una preghiera autentica che non sfoci nel servizio.

È sterile una carità che non inizi e non termini nella contemplazione del mistero di Dio.

Marta viene invitata a non agitarsi (non a smettere di cucinare!) e ad attingere il suo servizio dall’ascolto (non dalla clausura…). Marta e Maria sono la rappresentazione di come deve essere condotta la nostra vita di fede.

Nella mia amata Valle d’Aosta, un figlio di questa terra, Bernardo, costruì su un alto colle un ospizio che accoglieva i pellegrini di passaggio sulla via francigena. Ai suoi monaci diede un motto: Hic Christus adoratur et pascitur. Qui Cristo è adorato e sfamato.

I patimenti

Restare ancorati a Cristo, ascoltare la sua parola, farlo diventare ospite fisso della nostra vita suscita e produce in noi una profondità che nulla può travolgere.

Marta e Maria, pur restando gravemente turbate dalle morte di Lazzaro loro fratello, sapranno, comunque, ancora disperatamente rivolgersi al Rabbì che scioglierà le loro angosce.

Paolo, riflettendo sul dolore che sta caratterizzando la sua vita di apostolo, invece di disperarsi offre il suo dolore a compimento del dolore di Cristo. Nella logica del Vangelo, anche la notte e la sconfitta, se unite a Cristo  Signore della notte e della sconfitta, possono trasformarsi in gesto d’amore.

Siamo ormai nel cuore dell’estate: in ferie – per i più fortunati – o nelle città arroventate, lasciamo entrare la freschezza dello Spirito accogliendo Cristo.

Fonte:Ti racconto la Parola"



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