CARLA SPRINZELES, "Dio ci chiama alla libertà,"

Commento su Luca 14,25-33
CARLA SPRINZELES, 
XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (04/09/2016)
Vangelo: Lc 14,25-33
Dio ci chiama alla  libertà, siamo figli di Dio e lui desidera per noi la felicità, vuole che siamo uomini e
donne libere da ogni dipendenza: questo comporta una nuova nascita, strapparsi alla dipendenza, qualunque essa sia, è doloroso come morire ma ci apre a una vita piena di gioia.
SAPIENZA 9, 13-18
La prima lettura è tratta dal libro della Sapienza.
E' una preghiera che pone quattro interrogativi al Signore: "Quale uomo può conoscere il volere di Dio.....chi può immaginare cosa vuole il Signore....chi ha investigato le cose del cielo.....chi avrebbe conosciuto il tuo volere?"
Nell'insieme queste domande esprimono la consapevolezza di una strutturale precarietà e insufficienza della ragione umana a inoltrarsi nel cuore di questa singolare indagine: "i ragionamenti dei mortali - osserva l'autore - sono timidi e incerte le riflessioni."
C'è un limite della creatura, la cui natura si rivela fragile e instabile: "siamo una tenda di argilla".
L'autore non svaluta l'uomo, bensì prende coscienza della sua inadeguatezza di fronte al mondo di Dio. Molti sbandierano una sicurezza sbalorditiva circa la volontà di Dio, di cui pare conoscano tutti i segreti, ma non fanno altro che sostituire la loro volontà a quella di Dio!
Se a stento l'uomo può raccapezzarsi nella sfera delle cose materiali, e già per la soluzione di problemi terreni, la ragione umana offre ben poche garanzie, essa deve considerarsi del tutto incompetente a gettare uno sguardo nel mondo soprannaturale.
E' un dono di Dio la sapienza, l'uomo la può possedere solo se la invoca dal Signore.
Quando non si invoca Dio perché mandi il suo Spirito dall'alto, perché soprattutto conceda la sapienza del cuore, ci si illude di ammaestrare senza essere prima ammaestrati e di insegnare la strada giusta camminando per sentieri tortuosi e frequentando pensieri "non raddrizzati".
La Sapienza e lo Spirito di Dio hanno la medesima origine: sono effusi da Dio.
Non è la posizione sociale, né il benessere economico, né il prestigio la meta da raggiungere, ma la sapienza, cioè la piena realizzazione dell'uomo in tutte le dimensioni e capacità.
Ogni uomo ha inscritta in sé la legge della coscienza, l'israelita in più ha la legge mosaica, ma le passioni e il clima corrotto circostante offuscano la mente dell'uomo.
Abbandonati a noi stessi non riusciamo a seguire le vie diritte.
Non crediamo però di conoscere il volere di Dio.
Rimaniamo nel dubbio e non giudichiamo gli altri, non sostituiamoci a Dio, non arriviamo mai a dire: "Dio lo vuole!"
I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, le vie di Dio non sono le nostre vie!
L'atteggiamento giusto è quello dell'umiltà, che è verità.
LUCA 14, 25-33
Nel passo secondo Luca che leggiamo oggi, il Maestro ha appena raccontato la parabola del banchetto rifiutato da coloro che sono troppo radicati nella loro realtà e al quale partecipano tutti coloro che non possiedono proprio niente.
Molta gente viaggia con lui, attratta dalle sue parole, ed ecco che lo sentono dire: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre..... e persino la propria vita, non può essere mio discepolo".
Questo invito va preso alla lettera, senza diluirlo: per stare con il Signore bisogna odiare il legame che ci rende ancora dipendenti.
Le esigenze di Cristo per coloro che vogliono accompagnarlo sono ancora e sempre la stessa offerta di libertà: bisogna lasciare per essere.
Dalla Genesi al grido della Croce: "Eli, Eli, lema sabachtani"..."Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!" la stessa capacità di abbandonare il padre, di essere abbandonati da lui, scandisce l'avventura umana.
Bisogna perdere la vita per ritrovarla.
E' la sola necessità evangelica, e implica tutto il resto, perché libera la capacità di amare l'altro in un rapporto di faccia a faccia.
Cristo stesso ha dovuto vivere questa esperienza per "entrare nella gloria", cioè per trovare la Vita.
La Scrittura è attraversata dalle prime pagine alla Pasqua di Cristo, da un Soffio, che vuole fare dell'uomo un essere libero.
Nella Genesi, è chiesto all'uomo per diventare autonomo, di "abbandonare suo padre e sua madre".
Solo così si può amare l'altro, il coniuge, non più come uno specchio nel quale proiettarsi per accettare la propria esistenza (come faceva da bambino, cercando negli occhi dei genitori la conferma del suo valore), ma "come un aiuto che gli è simile", la cui differenza lo rende fecondo.
La Legge, attraverso i suoi innumerevoli precetti, insidia la tendenza di "fusione" dell'uomo, che non vuole abbandonare la sua origine in tutte le sue innumerevoli sfacettature.
Tuttavia se lui non obbedisce a questo primo precetto, per lui crolla tutto l'edificio degli insegnamenti biblici, fino al comandamento dell'amore.
Lo strapparsi alla dipendenza è doloroso come morire, è veramente una nuova nascita, è la liberazione dal male che abbiamo ricevuto attraverso il patrimonio genetico, attraverso il modo in cui siamo stati concepiti e poi educati.
E' "prendere la propria croce".
Dice Gibran: "Chi non rinasce, avrà una pagina bianca sul libro della Vita."
La Sapienza del Vangelo è una sapienza "contro corrente".
Esige ponderatezza, chiara coscienza dei rischi e delle difficoltà dell'avventura.
Nel testo troviamo due parabole: la progettazione della torre e l'impresa militare.
Non è una decisione che si possa prendere alla leggera, in un momento di euforia.
Ci vuole serietà, intelligenza, capacità di adottare un programma impegnativo di largo respiro, disponibilità alla fatica, accettazione della croce, determinazione ad arrivare fino in fondo.
Soprattutto, in partenza la scelta deve esprimere una preferenza assoluta accordata a Cristo e alle esigenze del Regno.
La questione è avere la disponibilità a entrare nella logica folle dell'amore e della donazione, abbandonando i calcoli egoistici e le riserve dettate dal desiderio di "amministrare" prudentemente la propria vita.
La decisione di seguire Cristo esclude le mezze misure, i compromessi, le scuse di comodo, e le tattiche.
Alla fine di questo discorso, sembra che la folla abbia lasciato il Maestro: il vangelo prosegue dicendo che mentre "si avvicinano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltare", i farisei mormorano.
"Chi ha orecchi, intenda."
Amici, guardiamoci dentro, siamo anche noi dipendenti da qualcosa o da qualcuno?
La libertà è da conquistare e da chiedere a Dio, insieme alla Sapienza, ogni giorno.
Non diamo per scontato niente e viviamo con tanto entusiasmo al seguito del Cristo!

Fonte:http://www.qumran2.net/