Don Enzo BIANCO sdb "NELLA NOTTE, ANDIAMO VERSO LA LUCE"

7 agosto 2016 | 19a Domenica T. Ordinario - Anno C | Omelia
NELLA NOTTE, ANDIAMO VERSO LA LUCE

Nel Vangelo Gesù invita i suoi discepoli, e quindi noi, alla piena fiducia. Essi sono - noi siamo - un
piccolo gregge. Lo dice con la connotazione della tenerezza: c'è un pastore, il Padre celeste, che vuole i suoi figli accanto a sé nel suo Regno: "Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno". Di qui l'invito alla fiducia, all'ottimismo, al coraggio.
E in queste poche parole c'è tutto il messaggio di Gesù.

STUPISCE LA QUANTITÀ DI SIMBOLI

Stupisce la quantità di simboli che Gesù ha utilizzato. Elenca il Regno, il gregge, il pastore. Poi notte e tenebre, alba, feste di nozze, un padrone e i suoi servi, un amministratore, i ladri, vesti strette ai fianchi, lampade accese, mangiare e ubriacarsi, percosse; parla perfino dei tarli… Perché questo straripare di simboli?

A pensarci bene, è una necessità. Dio è mistero. È al di sopra della nostra comprensione. Comprendiamo che due più due fa quattro, ma Dio lo raggiungiamo non con calcoli e ragionamenti ma solo col cuore. Dio è indicibile, e solo con i simboli ci riesce di balbettare qualcosa su di lui.
Intanto il nostro mondo si sta riempiendo di sempre nuovi segni (pensiamo all'invasione dei cartelli stradali). E per vivere, anche per vivere la fede, noi dobbiamo imparare a leggere i segni.

Non sempre è facile. Diciamo per esempio che un tale è un coniglio non perché ha le orecchie a ventola e la coda, ma perché è timido e pauroso. Ha spiegato col solito umorismo Sinclair Lewis, quello delle Lettere a Berlicche: "Quando Cristo ci disse di essere come colombe, non intendeva che avremmo dovuto anche deporre le uova". Se dunque vogliamo capire i messaggi, dobbiamo sollevare il velo del simbolo. Ed è una fatica che compiamo da sempre. Anche nel campo religioso.

LE PARABOLE PIENE DI SIMBOLI

Dopo il rassicurante incoraggiamento al piccolo gregge, Gesù suggerisce ai discepoli come dovranno comportarsi. E ricorre ad alcune brevi parabole, naturalmente piene di simboli.

La prima è la Parabola dei servi che attendono nella notte il ritorno del padrone. Una grande fattoria con campi, silos, pozzi, strade: per i servi c'è tanto di fare. Quella sera poi il padrone è assente, è andato a un banchetto di nozze. Di notte? Sì: nei paesi di grandi calure festeggiavano le nozze col fresco, sul calare delle tenebre.
Ecco i simboli: quel padrone è Dio, i servi sono gli uomini a cui ha affidato il loro mondo, la notte è la vita terrena, il ritorno del padrone è il ritorno di ognuno a Dio. A che ora avverrà? Non sappiamo. L'importante è essere svegli e pronti a andargli incontro, a qualsiasi ora della notte, appena il Signore bussa.
Perciò essere vigilanti nell'attesa. Con occhi e cuore rivolti a Dio. Con quel limpido stato d'animo che sant'Agostino ha descritto nelle Confessioni: "Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".

UN MOTTO UNIVERSALE

Dopo la prima, Gesù narra la Parabola del ladro che viene nella notte. Ancora la notte con le sue inquietudini, e una casa con i suoi beni esposti ai ladri. Se solo si potesse sapere a che ora verranno. Non lo si sa, quindi si è costretti a vigilare tutto il tempo.

Gesù descrive con precisione la silhouette dei discepoli: devono essere con la cintura stretta ai fianchi per non inciampare nel vestito, con la lampada accesa per vedere dove mettono i piedi. Dice: "Tenetevi pronti!". In latino: Estote parati, e l'espressione è diventata un motto universale.
È successo che un geniale educatore, Robert Baden-Powell, ha assegnato questo motto al movimento giovanile da lui fondato: gli Scout. Il più numeroso oggi sulla terra. Per tanti bambini del pianeta le due parole Estote parati sono tutto il latino che conoscono. (E magari qualche monello italiano le fraintende e legge "Estote pirati"…)

Tenetevi pronti: in che senso? per che cosa? e come? Di fronte allo scorrere inesorabile della vita, occorre essere discepoli del Signore non sonnacchiosi e incolori ma vivi, aperti alla speranza. Intraprendenti. Sull'esempio di Gesù, all'interno del progetto del Padre, nella linea delle opere di misericordia.

E ALLA FINE LE PARTI SI INVERTONO

Gesù conclude il suo insegnamento ai discepoli con la Parabola dell'amministratore fedele e saggio. Ne tesse l'elogio, lo dice beato. Beato perché il suo padrone, cioè Dio, "lo metterà a capo di tutti i suoi averi". E questo è l'ennesimo simbolo, che Gesù ci aveva già presentato nella prima parabola.

Essa si concludeva col capovolgimento delle comuni aspettative. I servi erano stati pronti ad aprire la porta di casa al padrone, ed erano pronti a essergli ancora utili: doveva essere stanco e affaticato. Invece alla fine le parti s'invertono. Il padrone fa sedere a tavola i servi, si rimbocca le maniche, indossa il grembiule, si mette a servirli. Questo ennesimo simbolo è chiaro: indica la vita eterna, diciamo pure il paradiso, con Dio che è Padre e ama e accoglie i suoi figli.

In conclusione Gesù invita l'umanità a vivere ora in pienezza. L'umanità camminando nelle tenebre sovente annaspa e va per traverso, come cerca di spiegarci tutte le sere il telegiornale. E Gesù la invita a tenere l'occhio rivolto al Padre, che prepara per noi il Regno.
La gragnola di immagini e simboli, fatta piovere sulle nostre teste da Gesù, viene a dirci in sostanza che noi - non ostante le inquietudini della notte - siamo incamminati verso la luce. E lo siamo se vigilanti, "con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese". Sapendo che a un certo punto il Signore busserà.

Don Enzo BIANCO sdb
Fonte:  www.donbosco-torino.it

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