don Marco Pedron"Seguire Gesù, non è per tuttti"

Seguire Gesù, non è per tuttti
don Marco Pedron
XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 14,25-33
Siamo nel vangelo di Lc e Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme (14,25). C'è molta
gente con lui: sono entusiasti di ciò che dice e di ciò che fa. Per questo lo vogliono seguire. Solo che non sanno bene cosa voglia dire seguire Gesù.
Infatti, essere entusiasti e seguire Gesù sono due cose molto, molto, molto diverse. Perché seguire Gesù è trarre le conclusioni, operare le scelte, mettersi in gioco, andare là dove bisogna andare.
Infatti il vangelo dice che Gesù si voltò (14,25) e usa la parola strafeis. Il verbo strefo indica sia il voltarsi indietro che il guardare in un'altra direzione. Cosa succede? Gesù è fisso verso la sua direzione, il suo obiettivo (andare a Gerusalemme (9,51)), e quelli che lo seguono iniziano a mugugnare, a brontolare, hanno di che dire: "Ma è difficile!; ma ci chiede tanto; ma perché bisogna essere così radicali".
Allora Gesù per un attimo lascia il suo obiettivo e la sua direzione, si gira, li guarda in volto, in faccia e mette le cose in chiaro: "Volete essere vivi davvero? Siate liberi!". Non c'è altra possibilità.
Prima cosa: quando hai un obiettivo, perseguilo con tutto te stesso. Cosa sarebbe successo se Gesù avesse creduto a quelli che gli dicevano: "Bello, ma difficile; non è per noi; impossibile; non vale la pena di abbassare un po' il tiro?; ma chi te lo fa fare?; ma chi ti credi?". Se credi in qualcosa, non farti deviare da niente: vai deciso per la tua strada e perseguila.
1938: un certo Soichiro Honda (andava ancora a scuola!) vende tutto (perfino i gioielli di sua moglie) perché gli viene l'idea di creare un anello elastico e di venderlo alla Toyota. Quando la sua idea si realizza, la Toyota rifiuta la sua proposta. E deve con vergogna di tutti, ritornare a scuola. Ma lui continua e due anni dopo la Toyota gli chiede i suoi anelli elastici.
Ha l'idea, l'ha creata, ma non ha la fabbrica per costruirla. Il governo giapponese, che sta per entrare in guerra, rifiuta di fornire il cemento armato per la sua fabbrica. Si rinuncia? Con la sua equipe inventa lui stesso un nuovo cemento armato e costruisce la fabbrica. Durante la guerra la fabbrica viene distrutta, una, due volte. Tutto finito? Neanche per sogno! Per ricostruirla usa come materia prima i bidoni della benzina che i bombardieri americani scartavano. E la ricostruisce. Ma un terremoto gliela rade al suolo un'altra volta.
Tutti gli dicono: "Ma lascia stare! E' destino che non vada! Non vedi?". Honda non ha più niente di niente: non ha neppure i soldi per la benzina dell'auto. Così applica alla sua bicicletta un motore. Quando le persone lo vedono, vogliono anche loro un motore da mettere alla loro bicicletta: e così nasce la famosa moto Honda. Se qualcosa ti ha fatto vibrare il cuore, ti ha ridato vita, ti fa vivere, non lasciarlo per nessun motivo.
Seconda cosa: non farti fermare dal dolore o dalla sofferenza. Quante volte le persone dicono: "E' difficile!". E' vero, tutto è difficile prima di essere facile!
Quando eravate alle elementari, non vi sembravano cose impossibili? E adesso? E quando avete preso in mano l'auto per la prima volta, non vi sembrava difficile? E adesso? E quando avete preso l'aereo la prima volta, non vi sembrava difficile? E adesso? San Francesco diceva: "Le cose del mondo prima sono dolci e poi sono amare. Le cose di Dio prima sono amare e poi dolci".
Cioè: non permettere che la fatica o la sofferenza di adesso ti impediscano di raggiungere la felicità di domani. Mai dirsi: "E' difficile!", ma chiedersi sempre: "Che conseguenze ci saranno se mi evito questa fatica?".
Il versetto successivo a questo vangelo dice (14,34): "Il sale è buono, ma se il sale perdesse il suo sapore, con che cosa lo si salerà? A che cosa servirà? Non serve più a niente né per la terra né per il concime e così lo buttano via" (14,35). Se un uomo perde la capacità di lottare, di faticare, di "tenere nella difficoltà", è perso, ha perso tutto, perché più nulla gli è raggiungibile. E' come il sale senza sapore: inutile.
Devi dire una cosa ad un amico e sai che è un argomento delicato. E' difficile? Sì: ma che cosa succederà nel tempo, a lungo termine, se tu non gliela dici? Non sarà sempre più difficile dirgliela?
Devi dire al tuo partner un errore che hai fatto. Pensi: "Non glielo dico". Ma che cosa succederà se continui a non dire le cose per paura della sua reazione?
Un uomo sposato viveva da dieci anni in una casa con il fratello (uno sopra, uno sotto). La situazione però era ormai insostenibile. Era difficile in effetti dire: "Noi andiamo abitare da un'altra parte", anche perché era chiaro che l'unico motivo era il rapporto con suo fratello. Ma se per evitarsi un dolore non lo si fa', cosa accadrà nel tempo? Quanto dovrai roderti? Quanto dovrai soffrire?
Una donna viene picchiata dal marito. "Vorrei andarmene, ma ho paura di rimanere da sola, ho paura di non farcela, ho paura del futuro...". E vuoi rimanere lì tutta la vita? Alcune persone purtroppo rispondono: "Sì!".
Devi farti aiutare e tirare fuori le tue paure: è difficile? Beh, un po' sì. E' doloroso? Beh, un po' sì, perché vedi un'immagine di te diversa da quella che pensavi. E se non lo fai, cosa accadrà? Accadrà che vivrai per sempre con le tue paure. Vuoi vivere così?
Durante un camposcuola un ragazzo è caduto e si è tagliato un braccio. Siamo andati al pronto soccorso. Il dottore gli ha detto: "Guarda sentirai un po' male, ma poca cosa. Ti metto qualche punto e la settimana prossima potrai già giocare e correre". Il ragazzo urlava e non ne voleva sapere. Allora, visto che con le buone non andava - e si doveva fare - con tono deciso gli ha detto: "Adesso bisogna farlo e si fa!". E' meglio soffrire un po' all'inizio che soffrire tutta la vita.
Ai ragazzi dobbiamo insegnare che la fatica e l'impegno di oggi li faranno felici domani. Non dobbiamo evitargli la sofferenza dello studio, del guadagnarsi i soldi per le proprie cose, la fatica delle relazioni giovanili: la fatica di oggi diverrà la felicità di domani.
Gesù dice: "E' difficile seguirmi? Sì, lo è. Ma se avrete il coraggio di farlo, scoprirete quanto sia bello".
Gesù dice questa frase: "Se uno mi segue e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo" (14,26).
Ora se questa frase non fosse scritta nel vangelo e non fosse scritta proprio così, non potremo pensarla di Gesù. Gesù ha detto che bisogna odiare, padre, madre, fratelli, moglie e figli? Sì, ha detto proprio così. Ma ha detto proprio "odiare"? Sì, il verbo miseo vuol dire proprio odiare, detestare, disprezzare.
Cosa vuol dire questa frase? Gesù non ci invita ad un sentimento (l'odio), ma ad un'azione (essere liberi). Non si tratta di avercela con qualcuno; non si tratta di avercela con chi ti ama. Anzi: ringrazia chi ti ama e sii grato per l'amore (poco o tanto) che hai ricevuto. Nulla ti era dovuto.
Si tratta però di rimanere liberi. Perché quando si è legati, nel senso di attaccati a qualcuno o a qualcosa, il rischio è quello di perdere la propria libertà, di mettere cioè qualcos'altro prima della propria missione (cioè di Gesù).
Si usa "odiare" per indicare che in certe situazioni non si può venire a patti, a compromessi: bisogna proprio rifiutare la situazione e bisogna essere radicali, decisi e risoluti.
Io sono nato da una famiglia (e società): è normale che prenda le sue regole, le sue leggi, le sue tradizioni, le sue convinzioni, i suoi giudizi, i suoi riferimenti, i suoi pensieri.
A casa mia, ad esempio, c'era la regola non scritta, ma che tutti rispettavano, che non si alzava mai la voce, per nessun motivo, oppure quella che quando si è felici non bisogna esserlo troppo. Sono delle regole che io ho imparato: sono nate da motivazioni buone. Non le ho messe io ma so che hanno avuto, un tempo lontano, un loro senso. Adesso sono grande e non voglio più essere legato a questa regola solo perché l'ho ricevuta e mi chiedo: "Quando sono felice, voglio esserlo del tutto ed esprimerlo o no? E perché sì o perché no? Cosa mi fa bene? Cosa è per me?".
Io sono nato da due genitori: grazie a loro io ci sono. E' normale che io voglia assecondare le loro aspettative, le loro richieste. E' il modo naturale di ricambiare ciò che si è ricevuto (la vita). E' normale da parte loro aspettarsi "qualcosa" dai figli.
I miei genitori non avevano neppure fatto le scuole medie e si aspettavano da me e da mio fratello che "studiassimo": questo avrebbe in qualche modo redento, riscattato, anche loro. Era una loro (legittima) aspettativa: li posso capire. Loro avevano questa pretesa e io l'ho assecondata. Ma adesso non voglio più sentirmi in dovere "di studiare" o di "essere qualcuno" perché loro si aspettano da me questo. Voglio studiare se lo desidero e se mi va, altrimenti non mi sentirò in dovere di farlo.
Io sono nato in una cultura religiosa e sociale: è normale che io prenda le regole di vita di quel mondo.
Nel mondo dove io sono vissuto, piangere era segno di debolezza: era una regola. Nel mio mondo religioso c'era la regola che mostrare i sentimenti è "male" e che si soffre in silenzio come Gesù (a dir la verità il vangelo non dice affatto questo, ma così mi veniva detto). Capisco: c'era un senso. Ora credo che invece piangere sia normale, un po' come la pioggia: anzi è bene che ogni tanto piova così la terra (il cuore) si ammorbidisce. Credo che essere duri nel tempo fa diventare insensibili, allora, per me, ben venga la "mollezza", il pianto e la vulnerabilità. E quando accade non mi vergogno più. E' una regola di altri; a me questa regola non fa bene, mi impedisce di essere libero e la lascio. Se altri invece la vivono, non li giudico, perché è la loro vita.
Il punto è che spesso tutto questo è inconscio o poco consapevole. Allora tutti questi "legami", questi genitori interiorizzati, questo super-io dentro di noi, queste autorità che ci sono dentro di noi, come dei giudici, come dei tiranni, ci costringono a fare e a vivere delle cose che non vogliamo e che non sono per noi.
Da varie generazioni una famiglia gestisce un'osteria; adesso è diventata un rinomato ristorante che il padre porta avanti con grande successo e soddisfazione. Il figlio unico è incaricato di portare avanti l'attività: ma lui è un'artista, è un compositore di musica. Il padre non gli ha mai detto niente (e credo, visto che un po' lo conosco, che ci starebbe male ma che capirebbe), ma il figlio si sente in dovere di continuare l'attività dei genitori. Sa che se non lo fa', li deluderebbe (è così!). Sa che lì avrebbe un posto, un lavoro sicuro e già fatto, ma non è il suo posto e non si è creato lui quel lavoro! Deve proprio odiare il "genitore interiore" per essere libero, altrimenti per tutta la vita farà quello che gli altri si aspettano da lui e ciò che è peggio, perderà se stesso. Se non taglia, se non "odia", non vivrà la sua vita ma quella di altri.
C'è un uomo che dirige una bella (remunerativa) attività, ha una bella (e innamorata di lui) moglie, ha una bella (stimata dagli altri) famiglia e ha dei bei (da tutti invidiati) figli. Che si può avere di più dalla vita? Eppure... Da piccolo sua madre gli diceva sempre: "Diventerai come tuo padre!" (cioè un poco di buono). E' una vita che lui vive per non essere come suo padre: non ha mai vissuto la sua vita ma ha fatto di tutto per non esser come suo padre. Lui lo sa ma fa finta di niente, per questo, anche se si dice: "Ma cosa voglio di più?", è sempre insoddisfatto e insofferente. Il suo genitore interno gli dice sempre: "Non esporti, non rischiare, non ascoltarti, non seguire i tuoi desideri, manda tutto giù". O rinuncia alla "propria vita", a questa vita di maschera e di menzogna che si è costruito per ritrovare chi è lui o vivrà una favola che non lo riguarda: tutti penseranno a lui come un uomo felice ma non lo è. Ci vuole tanto "odio", cioè coraggio, per tirare giù la maschera e mostrarsi diverso a chi lo ha sempre visto così.
Qui il vangelo dice: "Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo" (14,27).
Leggendo questa frase alcuni hanno pensato che "croce" volesse dire soffrire, patire, penare. Molte volte si sente la gente dire: "Ognuno ha la sua croce... è la croce che il Signore ci ha dato". Quindi croce significava: 1. le tribolazioni della vita (malattia, difficoltà, paure, incidenti, separazioni, dolori, ecc); 2. sembrava che il Signore stesso ce le mandasse per purificarci, per convertirci, per veder quanto forte fosse la nostra fede. Per cui di fronte ad una "tribolazione" bisogna anche ringraziare.
Ma cosa dice il vangelo in merito a ciò? E capite quanto è importante che studiamo il vangelo!
Nel N.T. croce (stauros) appare 73 volte e mai ­ dico mai! ­ come "tribolazione". La prima volta che "croce" viene equiparata come "sofferenza, tribolazione", avviene nel V secolo in una preghiera cristiana. Ma siamo nel V secolo!
Nei vangeli mai gli evangelisti usano verbi "passivi" come fero o dechomai, che indicano un portare passivo, un subire, un dover accettare o prendere qualcosa che ti è stato imposto.
I vangeli usano verbi come lambano, "prendere" (quindi un gesto volontario) o bastazo, "sollevare" (che indica il momento preciso in cui il condannato prende, afferra con le proprie mani la croce). Quindi prendere la croce è un gesto che uno volontariamente fa.
Per questo Gesù qui dice: "Se uno viene dietro a me... ". Cioè: "Non è per tutti! E' solo per chi lo vuole! E' solo per chi vuol vivere da uomo libero e accetta le conseguenze".
Ma allora cos'è la croce? La croce quindi non è subire rassegnati quanto di brutto accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la distruzione della propria reputazione e di se stessi: "Se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!" (Mt 10,25); "Sarete odiati da tutti a causa mia!" (Lc 21,17).
La croce è la conseguenza da vivere per chi vuol vivere il "Regno di Dio", cioè come Gesù, "alla Gesù", cambiando i valori tradizionali del mondo e del vivere comune: condivisione e non accumulo... uguaglianza e non prestigio... servizio e non dominio.
Solo chi è libero può amare e mettersi a servizio degli altri (1 Cor 9,19: "Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero") e perdere la reputazione, cioè disinteressarsi di ciò che gli altri dicono, che è l'unico modo per poter essere liberi (Mc 9,35)
Naturalmente perdere la reputazione non equivale a perdere la dignità. Proprio per conservare la propria dignità occorre perdere la reputazione! C'è una storia che, secondo me, lo esprime bene.
Una ragazza, in un villaggio di pescatori, restò incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: "E' stato il maestro zen che vive nel tempio fuori dal villaggio". I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del maestro zen. Gli dissero: "Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prendine cura!". Il maestro zen si limitò a replicare: "Va bene! Va bene!". E diede il bambino ad una donna del villaggio perché lo svezzasse e lo accudisse, facendosi carico delle spese. In seguito a questo fatto il maestro perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andò più a chiedergli consigli, e questo durò per alcuni mesi. Quando la giovane vide tutto ciò, non sopportò questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bambino non era il maestro, ma il figlio del vicino. I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi del maestro zen. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino. Il maestro restituì il bambino e si limitò a dire: "Va bene! Va bene!".
Swami Beyondananda: "La verità vi libererà sconvolgendovi".
Allora croce vuol dire vivere come Gesù: libero, felice, ma sapendo che il mondo ti sarà contro.
Poi il vangelo fa due esempi (14,28-33). Se tu devi costruire una torre, una casa, prima di iniziare ti fai la domanda: "Ho i soldi per finirla? Ho i mezzi necessari perché sia compiuta?". Oppure: se vado in guerra contro un altro re, mi devo chiedere se con i miei soldati posso vincerlo o sostenere la battaglia, perché se è evidente che non ce la farò, non vale la pena di iniziarla.
La domanda non è solo: "Cosa voglio fare/essere?" ma anche: "Lo posso fare/essere?". Ne ho la capacità? Perché se non ce l'ho è inutile iniziare ciò che poi non posso affrontare.
Spesso le persone dicono allora: "Vedi, non sono fatto per queste cose". Ma non è vero. E' solo che non ne hai la capacità. E che si fa allora? Costruiscitela!
C'è chi dice: "Vorrei trovare un lavoro!". "Ok, bene: cosa sei capace di fare?" Lingue, no! Informatica, no! Comunicazione, no! Inventiva, no! "E allora cosa vuoi fare? Tu vorresti che il lavoro ti cadesse dal cielo, ma non è così". Non ci sono le risorse per quello che tu vuoi.
In coppia: "Padre, non va tra di noi". Che risorse ci sono? "Siete in grado di ascoltarvi (no!); vi fate aiutare (no!); frequentata qualche corso per migliorarvi (no!)". E allora? Se si fa niente, si avrà niente!
"Vorrei lavorare con i bambini". "Ok, bene. Hai fatto studi su questo?". "No!". "Lavorato con i bambini?". "No". "Possibilità di aprire un baby-parking?". "No". "E come credi di fare, allora?". Il desiderio è buono, ma bisogna crearsi le condizioni, le capacità, le opportunità (risorse).
Il vangelo chiaramente si riferisce a tutti quelli che vogliono seguire Gesù. Tanta gente si dice cristiana... va in chiesa e dice che vorrebbe seguire Gesù. Ma "seguire Gesù", 1. intanto è una scelta libera: nessuno vi costringe: e se non lo seguite siete salvati lo stesso. Dio vi ama lo stesso, state tranquilli, anche se non lo seguite.
2. Ma se lo seguite chiedetevi: "Io sono disposto per avere tutto questo (seguire Gesù) a perdere la reputazione... il buon nome... il riconoscimento... l'accettazione... il prestigio... gli onori... ecc".
Cioè: "Fai bene i tuoi calcoli - dice Gesù - se vuoi seguirmi".
Un uomo voleva conoscere i meravigliosi mari tropicali pieni di pesci meravigliosi e colorati. Quindi si prende una muta subacquea, pinne, maschera, galleggiante e un'ottima guida del posto. Giunto al largo con la guida, indossa tutto: finalmente corona il suo sogno di vedere i mari tropicali. La guida, indossata anche lei tutto l'occorrente, gli dice: "E' pronto?". "Prontissimo!". "Andiamo?". "Sì, non vedo l'ora!". La guida si butta in acqua... ma non vede l'uomo buttarsi. Allora esce fuori e gli dice: "Beh, e allora?". "Ma... veramente io non saprei nuotare", gli dice l'uomo. "Cosa??? -dice esterrefatta la guida - Ma dove pensava di andare?!".
Fa bene i tuoi calcoli... prima di seguire Gesù!

Pensiero della Settimana
Stai tranquillo: Dio ti ama e tu sei già salvo. Il Paradiso è già tuo.
Adesso chiediti: "Vuoi seguire Gesù?".

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