fr. Massimo Rossi, “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.”


XIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO – 7 agosto 2016
Sap 18,6-9;  Sal 32/33; Eb 11,1-2;8-19; Lc 12,32-48
Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino,
e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna.
“condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.”
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di ciò che non si vede…”
“Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.”
La pagina di Luca che avete ascoltato è la continuazione del Vangelo di domenica scorsa: che cosa merita la nostra attenzione, più di ogni altra cosa, il nostro affetto più di ogni altro affetto? Paolo parla di cose di lassù distinte dalle cose della terra;  Il terzo evangelista parla di tesoro nei cieli, al sicuro dai ladri e dai tarli.
Intanto, siamo ancora quaggiù, in questa valle di lacrime, piena di ladri e di tarli, ove niente e nessuno è al sicuro! La nostra vita è tutta qui, almeno così sembra; la vita eterna è un dogma di fede che ripetiamo ogni domenica recitando il Credo.   Nessuno è mai tornato a raccontarci se c’è e com’è…
Il misterioso autore della Lettera agli Ebrei ci presenta la figura di Abramo, modello di coraggio della fede.  La vicenda del grande patriarca è interamente orientata e mossa dalla fede;  Abramo fece tutto per fede:  abbandonò la sua terra, entrò in contatto con altre culture, generò fuori tempo massimo il figlio Isacco; accettò addirittura di sacrificarlo nel caso che Dio gliel’avesse chiesto; e lo riebbe dalle Sue mani, come simbolo di una posterità numerosa come la sabbia del mare e come le stelle del cielo.
Anche oggi, come ai tempi di Abramo, per avere fede ci vuole coraggio.
Non possiamo avere fede, se non crediamo nella Provvidenza!  non basta dichiarare: “Io credo in Dio!”;  è necessario credere che Dio provvede a me e ai miei bisogni.
Quando si parla di Provvidenza divina, chissà perché, la si immagina come qualcosa, come Qualcuno che interviene per risolvere i problemi, sì che l’uomo può stare tranquillo…  tanto c’è Chi ci pensa al posto suo…  In altre parole, è difficile  immaginare che Dio possa lavorare insieme con l’uomo;  o io, o Dio.  E così, la separazione tra Dio e uomo rimane…
E l’incarnazione è vana, tutt’al più è un modo di dire.  Perché, se non riusciamo a credere che Dio possa agire insieme con noi, allora non crediamo neanche che Gesù sia vero Dio e vero uomo….  e andiamo ad indagare, a sezionare il Vangelo col bisturi della ragione, per capire se, quando disse quelle parole, le disse come uomo, o come Dio; e quei gesti prodigiosi, compreso l’atto di morire in croce, il Signore li compì come uomo, o come Dio?
Sapete quante persone non credono sul serio che Gesù è Dio? Uomo perfetto, sì!  tre volte santo, sì!  ma Dio, no! Dio non è Gesù, Dio è un’altra cosa…
Sia chiaro che non credere sul serio nella divinità del Signore non è, certo, un atto di umiltà!
Verosimilmente, le prime affermazioni del Vangelo di oggi – “vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro…” – non sarebbero indirizzate a tutto il popolo, ma solo alla ristretta cerchia dei discepoli, meglio, degli apostoli.
Pietro lo intuisce, ma chiede al Maestro di precisare. Il figlio del falegname non raccoglie la provocazione e continua a parlare.
La riflessione sul regno di quaggiù si intreccia con quella sul regno di lassù.
In realtà non si tratta di due riflessioni diverse che l’evangelista semplicemente accosta.
Non ci sono due regni, ma un regno solo: ciascuno di noi comincia ad esistere nel tempo e la sua vita non ha più fine;  si passa dalla vita fisica a quella eterna senza soluzione di continuità.  Ce lo ricorda la Preghiera Eucaristica che il sacerdote recita in occasione dei funerali, “la nostra vita non è tolta, ma trasformata.”.
L’insigne teologo e biblista Alberto Maggi, dichiara che i vivi non muoiono, e i morti non risorgono. La vita eterna comincia qui, nel presente. Questa tesi a dir poco originale, non è poi così peregrina;  è attinta dal Vangelo di Filippo, un testo apocrifo dove leggiamo che:  “Se non si risuscita prima, mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più.”:  vi esorto a non intendere espressioni come questa in senso letterale; sarebbe integralismo, così come quando si traduce e si interpreta un testo biblico alla lettera.
Tutto dipende dal significato del verbo risuscitare”: nella valenza usata dal testo antico e riproposta da Maggi, risuscitare significa iniziare a vivere una vita di qualità diversa rispetto a quella umana-solo-umana: è la vita dei figli di Dio,  e deve cominciare su questa terra, per poi sconfinare nell’eternità.  Se moriamo da morti, cioè senza aver scelto quella vita di qualità, non avremo la possibilità di risorgere.  La vita eterna è dunque la vita cristiana: o comincia durante l’esistenza terrena, o non ci sarà neanche dopo la morte.
San Paolo, che non è un apocrifo, invoca spesso la categoria della vita da schiavi, i quali, aderendo alla fede, sono già risuscitati ad una vita nuova, rispetto a quella passata.  Nella lettera ai cristiani di Efeso (Paolo) afferma: “Con Cristo, il Padre ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù.” (2,6);  dice che “ci ha anche risuscitati”, e non che “ci risusciterà”!
È ancora Paolo a insegnare: “Con Cristo siete stati sepolti nel battesimo, in Lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.” (Col 2,12), e anche: “Se dunque siete risorti con Cristo…” (Col 3,1).
La vita eterna non è un premio che riceveremo nell’aldilà, ma una condizione presente.
La vita nuova che Cristo ci insegna a scegliere in tutta libertà, aderendo senza esitazione alla fede, è indistruttibile! Tengo a precisare che la fragilità che inclina gli uomini a cedere al peccato non intacca l’adesione convinta e definitiva all’opzione cristiana. È vero, il peccato smentisce la scelta cristiana, ma non si può pensare che un peccato, ancorché grave, la possa compromettere del tutto. Credere che la perfezione cristiana consista nel non commettere peccati è un atto di superbia, oppure, al contrario, è sintomo di disimpegno e di scarsa stima di sé….
Per concludere, ritornando alla domanda iniziale, “che cos’è la vita eterna”, la vita non è eterna in senso temporale, quanto a durata, ma in senso reale, quanto a qualità: saldamente radicata nella fede, sull’esempio di Abramo, la scelta cristiana è talmente forte e ostinata da vincere anche il peccato, anche la morte.

Fonte:paroledicarne.it

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