JUAN J. BARTOLOME sdb, Lectio Divina""Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso!"

14 agosto 2016 | 20a Domenica T. Ordinario - Anno C | Lectio Divina
Lectio Divina su: Lc 12,49-57
Potrebbe sembrarci che il testo evangelico, sorprendente per la sua radicalità, ci presenti un Gesù
sconosciuto, insolito. Non è un Gesù inoffensivo al quale siamo molto abituati; non coincide col Gesù che ci piace tanto ricordare, mite ed umile di cuore. Ma è un Gesù a cui non conviene abituarci, del quale sarebbe meglio dimenticarsi. Perché la durezza con la quale Gesù si esprime oggi nel vangelo riflette molto bene la sua persona ed il suo pensiero, la ragione della sua vita e le esigenze che imponeva a coloro che lo seguivano.
Questo Gesù che vuole incendiare la terra e dividere famiglie può risultare esagerato addirittura scomodo, ma non è falso; non è quello che certamente noi c'inventeremmo, ma è quello che è in realtà. Chi ha detto che convivere con lui era un semplice camminare insieme?
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
49 "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo da ricevere e sono ansioso finché non sii compia. 51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, ma la lotta. 52 Perché d'ora in poi saranno divisi i cinque membri di una famiglia, tre contro due e due contro tre. 53 Il padre contro il figlio e il figlio contro il padre, la madre contro la figlia e la figlia contro la madre, la nuora contro la suocera e la suocera contro la nuora".
54 Disse alla gente:
"Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: "Sta arrivando la pioggia", e così accade. 55 Quando sentite il vento del sud che soffia, dite, 'Sta arrivando il caldo ", e succede. 56Ipocriti, se sapete come giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come è che non sapete discernere questo tempo? 57 Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto"?
1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il testo evangelico ha due parti, tanto diverse per contenuto e destinatari; in realtà, due brevi discorsi. Nel primo, (Lc 12,49-53), Gesù confida ai suoi discepoli la sua propria intimità, svela loro la coscienza che ha di sé stesso e la sua missione. Nel secondo, (Lc 12,54 -57), parla al popolo e lo esorta a discernere quanto sta succedendo e trarre le proprie conclusioni.
A quanti lo seguono, Gesù svela la passione interna che lo divora, mentre cammina verso la sua passione. Ricorre all'immagine del fuoco, per alludere alla rapida ed irresistibile forza propagatrice che desidererebbe avesse la sua missione personale: è venuto ad incendiare la terra e desidererebbe avere già finito il compito. Sorprende, per la sua durezza, la confessione di Gesù ai suoi discepoli: ha come missione personale di incendiare la terra; ed è il suo desiderio più fervente che arda quanto prima.
Il fuoco, elemento di rapida propagazione e di fatidica potenza, è un'immagine abile della passione che lo divora per compiere il compito ricevuto. Ugualmente, il battesimo, per immersione, è figura di una morte che gli sopravviene. Mentre la similitudine del fuoco allude alla missione ricevuta, la prova del battesimo indica il prezzo personale che pagherà. Ammette che è molto alto, un battesimo di sangue. Saperlo lo riempie di angoscia, della quale si libererà solo quando si realizzerà. E' noto a quanti lo seguono, che non usciranno illesi: seguire un "appassionato" crea passione e divisione, perfino in seno alle migliori famiglie. Probabilmente questo tragico annuncio riflette la situazione dei primi cristiani la cui fedeltà a Cristo ha imposto loro rotture profonde con i parenti. A quanti l'osservano, lavoratori di campo, abili nel prevenire quello che deve venire, Gesù invita ad usare quella capacità per decifrare quanto sta succedendo intorno ad essi. Sanno interpretare quello che succede nel cielo, "leggendo" le nuvole ed i venti; e si preparano così per il domani. Ma non captano il senso nascosto, profondo, di quello che stanno vivendo giorno per giorno: il passaggio di Dio tra loro. A cosa gli serve giudicare se non lo identificano al giusto?
 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!

Salendo a Gerusalemme, Gesù prevede la sua tragica fine e si lascia dominare dal presentimento di una morte violenta, il suo battesimo di sangue, una conclusione che impressionerà quanti l'accompagnano. Predice la sua morte, ed annuncia a quanti lo seguono che non ne usciranno indenni. Sa che è venuto affinché il giudizio di Dio, il fuoco e la divisione, si realizzino ed anela che si realizzi quanto prima, benché non nasconda che egli dovrà pagare un alto prezzo. Com'è inevitabile l'intervento divino, così lo è la anche la reazione dell'uomo.
E dato che si sta predicendo questo, c'è tempo per preparla. L'angoscia che l'invade non diminuisce le conseguenze della decisione che sarà presa, sottolinea la gravità del momento e rende più drammatiche le implicazioni personali.
Le stesse relazioni umane più profonde saranno segnate dalla decisione di fronte alla sua persona: tra i più amati nasceranno divisione e rottura. Chi non è stato neutrale con noi, non deve scusare neutralità alcuna rispetto a lui. Solidarizzarsi con lui impone l'assunzione del suo destino.
Non si sa se bisogna meravigliarsi più per la chiaroveggenza con cui Gesù predice la sua fine o per la determinazione e la fretta di affrontarla. Gesù diventa amico dei suoi discepoli svelando loro la missione che guida la sua vita e il desiderio che aveva di compierla. Coloro che gli stanno più vicino, conoscono meglio il suo segreto, la passione che l'incoraggia.
Se ai suoi seguaci Gesù confida loro le sue convinzioni più intime, è per incoraggiarli a mantenersi fedele nella sequela; se è ricompensa la vicinanza alle sue confidenze, se concede maggiore familiarità a chi meglio lo segue, vale la pena, nonostante la sofferenza, essergli vicino. Arrivano a conoscere la passione per Dio di Gesù che hanno come compagno abituale ed occupazione giornaliera.
Nonostante si preferisca dimenticarlo, questo non rende meno reale il pericolo. Certo è che se cercassimo di comprenderlo, questo suo radicalismo tanto estremo non ci sembrerebbe tanto strano; rimarremmo, più che attirati, prigionieri di una personalità tanto forte. Ricordarci quando sono state pronunciate quelle inaudite parole ci aiuta a comprenderle.
Gesù stava intraprendendo un viaggio a Gerusalemme che presentiva gli sarebbe costato la vita; la probabile fine tragica non riduce il suo valore, l'accresce; non si preoccupa che possano togliergli la vita, è desideroso di consegnarla. È venuto con una missione ed è ansioso di realizzarla. Non è che non veda il pericolo né misuri le sue conseguenze; confessa la sua angoscia fino a che tutto si realizzi; soffre perché soffrirà e soffre fino a quando arriva il momento.
Né il temuto finale né la sua logica ansietà lo separano dal suo compito. Prevedendo la sua fine e cosciente delle sue paure, fa quello che Dio si aspetta di lui: andare verso Gerusalemme a trovarsi col suo destino.
Superata l'ammirazione che può produrci nel contemplare un Gesù tanto umano e risoluto, faremmo bene a cercare la ragione di un simile atteggiamento. Se troviamo il suo segreto, chi ci negherà la possibilità di seguire il suo esempio? È facile indovinarlo: solo un appassionato parla tanto radicalmente e disinteressatamente.
Ed è quello che Gesù fu nella sua vita, uomo di una sola passione; generato da Dio, visse per Dio. Non ricevette altro compito nella sua vita che quella di fare conoscere Dio ed avvicinarlo a tutti quelli che avessero bisogno di lui, incominciando dai più lontani o indifesi.
Tanto urgente era la missione che non tollerava dilazioni né scuse; tanto importante che non si permise condividerla con nessun altro; tanto necessaria che a lei si dedicò interamente. Niente di strano, dunque, per coloro per cui solo Dio e il suo regno erano un buono compito al quale consacrare la propria vita, senza altri sogni né faccende diverse. É illogico che chi arde di passione, desideri conquistare il mondo?
Se ci paragonassimo con quel Cristo, tanto poco pacato, tanto estremista, i cristiani oggi dovremmo sentirci tanto ragionevoli, quanto mediocri; in realtà, non sappiamo che cosa fare con lui. Ci siamo convinti, a base di piccoli ma continui tradimenti alla nostra coscienza, che per essere buoni cristiani basta non essere cattivi del tutto o che è sufficiente aspirare ad essere migliore.
Benché desideriamo da Dio sempre più di quanto ci concede, e per quel motivo la nostra relazione con Lui non riesce a calmarci né ci soddisfa del tutto, sempre mercanteggiamo quanto gli offriamo e qualunque cosa che ci chiede ci sembra irrinunciabile. Non siamo fatti per vivere con una sola passione; e vivendo senza passione per Dio, non sopravviviamo alle passioni. Gesù è esempio compiuto che si può essere felice facendo il volere di Dio e soffrire quando l'ora tarda a venire.
Converrebbe, dunque, che ci domandassimo, in sua presenza, se realmente merita la pena seguire così un Gesù che contraddice la nostra forma di vivere e le nostre convinzioni. Perché non c'è dubbio che chi lo segue non uscirà indenne dal suo zelo: la passione del suo Signore finirà per toccare la sua vita.
Lo stesso Gesù l'annunciò a quanti partivano con lui per Gerusalemme. Chi non è neutrale con Dio, non permette imparzialità al suo fianco. Dopo avere manifestato la sua decisione incondizionata per Dio ed il suo regno, è logico che non sopporti indifferenza o dilazioni in quanti lo vogliono avere come compagno di tutta la vita. Non può avere pace fino a quando vive appassionato e vede che non si condivide la sua passione.
Vivere vicino al fuoco, brucia. E Gesù vuole essere fuoco che incendia, passione che si estende. Facendolo sapere ai suoi compagni, Gesù li ha avvertiti: se accetta che non sentano ancora il suo stesso zelo per Dio, non vuole che lo seguano senza sentirsi obbligati ad averlo; se sopporta mediocri al suo fianco, è perché confida che la loro convivenza li cambierà e spera che si accenda in essi il fuoco della sua passione per Dio.
La radicalità delle sue condizioni si percepisce meglio nel suo progetto annunciato. É inevitabile la disunione nelle famiglie dei suoi; più ancora, è venuto precisamente a seminarla. La cosa inaudita della sua missione è manifestare la discordia nel seno delle proprie famiglie. La passione per Dio può - nel progetto di Gesù deve - creare gelosia e separazioni nella casa, tra le persone più care.
Chi non condivide la passione per Dio non è degno dei suoi sentimenti. Non c'è casa per Gesù, né devono trovarla coloro che lo seguono, dove non ci sia zelo per Dio. Per quanto ci suonino dure oggi tali pretese, non lo saranno più di quanto lo furono per chi le ha sentite per la prima volta.
La famiglia ai tempi di Gesù era il nucleo sociale più importante, quando non praticamente l'unico, dove l'individuo riceveva tutto quanto per vivere; separarsi da lei supponeva, oltre all'emarginazione sociale, un'esistenza sommamente precaria e alquanto sospetta. Gesù non è troppo preoccupato dal fatto che i suoi perdano le loro famiglie, se trovano Dio. Gesù non sembra misurare le conseguenze, quando si tenta di difendere il suo amore a Dio.
Più ancora che miscredente ed infedele l'esigenza non è altro che una dimostrazione di quanto si deve fare. Si può mettere a rischio l'amore ai figli, l'amore ai mariti o l'amore ai fratelli purché non rischi l'amore a Dio, niente è nella terra tanto sacro che sia preferibile a Dio.
Per Gesù, come per qualunque ebreo del suo tempo, la vita familiare era la cosa più sacra delle realtà non sacre, il meno rinunciabile tra gli irrinunciabili. Prendendolo come esempio unico, fa capire che niente nella vita, per buono che sia, è degno di separarci da Dio; nessun amore, nessuna persona, da amare o dalla quale ci sentiamo amati, merita l'attenzione che prestiamo a Dio. Se perfino la vita familiare cede davanti a Dio, non c'è niente nella vita che resista alla passione per Dio.
E ciò non significa che chi opta per Dio si allontani dai suoi, come succede a Gesù; implica, soprattutto, che la passione per Dio non sarà condivisa con altre passioni, per legittime che siano. Quando Dio entra nella vita di qualcuno, lascia come non importante la separazione ed il distacco dalla famiglia: chi è innamorato del suo Dio, non ha tempo né voglia per coltivare altri amori.
Più che ammirare questa passione di Gesù, dovremmo temerla. Perché la esige da coloro che lo seguono. E perché l'impone a quelli che camminano con lui. Prima di andare a Gerusalemme avvisò i suoi; oggi ripete per noi la sua avvertenza: se non vogliamo perderlo, se non ci vogliamo perdere, condividiamo con lui il suo amore per Dio poiché condividiamo strada e mete.
Se c'importasse di Dio come a lui importa di noi, non è vero che molte cose sarebbero per noi meno importanti? Seguire qualcuno appassionatamente come Gesù non può portare niente 'buono': chi ha più che una causa, semina divisione nel suo ambiente. Il discepolo deve sapere che chi opta per Gesù deve separarsi, e non raramente con violenza, dei suoi esseri cari.
Chi ha rinunciato alla sua famiglia per predicare il regno di Dio non si fa accompagnare da chi vive carico di legami familiari. Non solo. Gesù annuncia ai suoi discepoli qualcosa di molto peggio. Optare per lui porta con sé la disintegrazione nelle famiglie, separazioni traumatiche, irriconciliabili rotture per la sua causa. Chi lascia la famiglia per seguire Gesù non la lascia in pace.
Non è molto, né buono, quello che promette Gesù a coloro che lo seguono; chi è venuto a portare fuoco, non sta per impiantare la pace. La passione di Gesù per Dio ed il suo regno non permette mediocrità né compromessi. Non deve risultare comodo, né pacifico, convivere con un piromane che va per il mondo, senza rimanere ferito per quella passione.
Ma, non sarà meglio vivere attratti da un Gesù appassionato che camminare in ricerca di passatempi e divertimenti che ingrandiscono il nostro vuoto interno?
Stando così le cose, fa bene Gesù a far notare alla gente che l'ascolta che conviene loro osservare bene quanto sta succedendo e discernere meglio. A ben poco servirebbe sapere predire la pioggia che viene o l'imminente caldo, se dopo non si riesce ad intuire quello che Dio sta producendo nel nostro interno o intorno a noi.
A che cosa serve mettersi ad indagare su quello che succederà, se non riusciamo a riconoscere quello che sta succedendo? Non serve a nulla prevenire il futuro se non si illumina il presente. Finché Gesù è impegnato a "bruciare la terra", non ci si può dedicare a predire che tempo farà domani. È probabile che, come i contemporanei di Gesù, noi stiamo perdendo la cosa migliore, Dio ed il suo regno, solo per preoccuparci delle cose future, come le nuvole ed il sole.
Juan J. BARTOLOME sdb

Fonte:Fonte:  www.donbosco-torino.it

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