Monastero Domenicano Matris Domini Lectio"Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore."

Commento su Luca 12, 32-48
Monastero Domenicano Matris Domini  
XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) 
Vangelo: Lc 12, 32-48
Collocazione del brano
Il secondo brano del capitolo 12 di Luca ruota ancora attorno al tema delle ricchezze di questo mondo
e apre alla giusta amministrazione delle ricchezze del Regno dei cieli. Gesù sta ancora predicando alle folle e dà loro degli insegnamenti sull'atteggiamento da assumere nella vita quotidiana, confidando nella provvidenza e mantenendo una giusta responsabilità nei confronti dei beni di questa terra. Al tempo stesso ci ricorda che c'è un padrone a cui dovremo rendere conto e che sarà molto esigente quando al suo ritorno ci chiederà conto dei beni che ci ha affidato.
Lectio
32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Con queste parole termina il discorso del brano precedente (Lc 12,22-34) che invitava ad abbandonarsi con fiducia alla provvidenza di Dio, che si prende cura degli uccelli del cielo e dei fiori del campo. L'invito a non temere si trova sulle labbra di Gesù rivolto a persone che si trovano in una situazione di difficoltà (es. Lc 8,50, Giairo, la cui figlia era morta), oppure nei momenti in cui Dio si manifesta e ciò crea stupore e paura in quanti lo vedono (es. Zaccaria, Lc 1,13; Maria 2,10; Pietro 5,10).
Il gregge nell'Antico Testamento indica in modo privilegiato il popolo di Israele. Dio si è impegnato ad essere sin dall'inizio il pastore, la guida di questo popolo. In questo caso però l'aggettivo piccolo indica una realtà più ristretta. Si tratta del piccolo gregge dei discepoli di Gesù. Questo piccolo gregge per volere di Dio ha ricevuto un grande dono: il Regno. Si trova qui uno dei temi che ritornano spesso del Vangelo: la preferenza dei piccoli a cui vengono affidate cose grandi e che le sanno mettere a frutto (es. Lc 10,21-22).
33 Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.
Qui si ricorda cosa è necessario per avere una ricchezza duratura. Si collega a ciò che Gesù diceva pochi versetti prima riguardo al ricco stolto (v. 21): egli pensando solo a se stesso non si è assicurato un tesoro nei cieli. Luca prende questa raccomandazione dalla fonte Q (gli scritti che condivide con Marco e Matteo) ma la adatta e vi introduce l'invito a vendere tutto e a fare l'elemosina.
L'idea del tesoro conservato in cielo, l'esortazione a non riporre la fiducia nei beni effimeri ma in Dio, il valore dato all'elemosina come opera di misericordia, sono conosciuti nel giudaismo (vedi Tb 4,7-10; Sir 3,30). Dio viene paragonato a un buon banchiere: le opere di bene compiute sulla terra sono come un capitale depositato presso Dio; quest'ultimo aiuterà le persone generose quando, a loro volta, si ritroveranno nel bisogno in questa vita. Il pensiero della ricompensa nell'aldilà entrerà più tardi. In queste correnti sapienziali, i beni terreni sono conciliabili con i tesori celesti: la ricchezza è segno di benedizione.
Per Gesù invece la prospettiva cambia: la ricchezza diventa una concorrente di Dio e del suo Regno nel cuore dell'uomo; il discepolo non può servire a due padroni. Gesù sfrutta dunque immagini tradizionali per poi focalizzare l'attenzione del discepolo su Dio solo. Luca in questi versetti ha in mente l'episodio del giovane ricco (Lc 18,22), un esempio concreto che serve da avvertimento: la ricchezza materiale non offre nessuna sicurezza all'uomo, anzi rischia solo di fare da ostacolo alla scelta fondamentale di Dio a cui ogni discepolo è chiamato. Il Regno è il vero tesoro, non sottomesso alla legge del consumo e al rischio di essere rubato. L'immagine delle borse che Luca aggiunge, implica un'attività «finanziaria» (e non solo un deposito), un trafficare corretto dei beni in possesso; per Luca questo trafficare consiste soprattutto nell'aiutare i bisognosi, non nell'arricchirsi materialmente.
34Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Questa sentenza conclude il branetto sul giusto rapporto verso i beni materiali. Il tesoro è ciò per cui l'uomo lavora, ciò che gli sta a cuore e a cui si attacca con passione. Per Gesù il tesoro si identifica con la realtà del Regno di Dio che il discepolo è invitato a scegliere senza riserve. Per Luca la scelta di Dio non ha perso la sua radicalità: il credente deve viverla nella sua esistenza quotidiana. Se Dio è l'ideale del cristiano, la decisione profonda di quest'ultimo sarà orientata alla ricerca del Suo Regno. Bisogna quindi, all'opposto del comportamento del ricco insensato, centrare la propria scelta ed esistenza sul Bene per eccellenza. Il buon senso fa capire che altri beni sono effimeri, la fede conferma che solo Dio risponde pienamente alla vocazione profonda dell'uomo.
35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese;
Con questo versetto inizia una seconda sezione dedicata all'importanza di mantenere la vigilanza. Stare con le vesti strette ai fianchi significava essere pronti al servizio o a mettersi in viaggio, cioè essere pronti per ogni eventualità. La lampada accesa è simbolo del vegliare durante la notte, cioè durante il tempo che precede la Parusia. I discepoli sono direttamente interpellati a tenersi pronti, in un atteggiamento di servizio, per il ritorno di Cristo.
36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Le case di un tempo non potevano essere chiuse dall'esterno, quindi se il padrone di casa tardava, il portiere doveva attenderlo per aprirgli la porta. Sembra però che questo testo attribuisca a tutti i servi il compito del portiere: vegliare e aprire la porta. Il significato attuale della parabola è chiaro: tutti i credenti devono essere vigilanti e aspettare l'arrivo di Cristo glorioso, per accoglierlo con amore e premura appena egli bussa alla porta.
37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
Una prima conclusione generale sviluppa l'idea della ricompensa in forma di doppia beatitudine. Sicura e magnifica sarà la ricompensa per coloro che saranno trovati svegli quando arriverà il Signore. La parabola finisce dunque non con un avvertimento ma con una promessa di beatitudine che supera la semplice immagine parabolica: non è più la gioia dei servi all'arrivo del padrone, ma la felicità dei discepoli quando incontreranno Cristo glorioso. Probabilmente, per scrivere il v. 37a l'evangelista si è ispirato alla finale della parabola dell'amministratore fedele (Lc 12,43 Mt 24,46 entrambi provenienti dalla fonte Q).
La seconda parte del versetto presenta una scena inattesa, fuori del normale, che rompe la coerenza tra il v. 37a e il 38: il signore in persona si mette al lavoro, fa accomodare i suoi servi e li serve a tavola! E' un'aggiunta secondaria, ma adatta al livello allegorico del racconto: Luca descrive il banchetto alla fine dei tempi: Gesù vive come il più grande nel Regno, la sua Signoria nel servizio, atteggiamento di cui aveva già dato l'esempio durante la sua esistenza terrena (cf Lc 22,27), ma soprattutto nel dono di sé sulla croce.
38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
Questo versetto riprende il tema della felicità di chi sarà trovato vigilante al momento della venuta del Signore, con l'impressione di voler completare quanto detto nel v. 37a. Il ricordare le diverse suddivisioni della notte rafforza l'idea di un'attesa prolungata e fonda quindi l'atteggiamento lodevole di coloro che aspettano. Senz'altro la raccomandazione a tenersi pronti riguarda l'ora incerta della venuta del Signore, si comincia a fare i conti con un tempo che può prolungarsi.
Con questa piccola parabola sembra che Gesù metta in guardia dinanzi a un evento futuro, coloro che non sono preparati. Si tratta delle folle indecise dinanzi alla sua predicazione. E' l'esortazione a capire la serietà dell'ora, e cioè il valore dell'annuncio di Gesù, per non trovarsi addormentati quando Dio verrà nel suo Regno.
39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa.
L'esortazione alla vigilanza prosegue con la parabola del ladro, un detto parabolico che proviene dalla fonte Q.
Mentre nel primo racconto sono i servi che vengono invitati a vegliare di notte in attesa del padrone, qui è il padrone di casa che deve vigilare. Cambia l'immagine ma non il contenuto: la vigilanza di fronte a un evento improvviso.
E' possibile che Gesù, secondo la sua abitudine, prenda spunto da un fatto accaduto: un furto notturno che ha fatto scalpore nel villaggio dove s'è verificato. Gesù ne trae la lezione per gli ascoltatori in relazione al suo messaggio. Egli allude al grande evento che sta alle porte: il Regno di Dio; importa rimanere pronti per accoglierlo quando verrà all'improvviso.
Il detto ha avuto successo nella tradizione cristiana. Lo troviamo in 1Ts 5,2 e 2 Pt 3,10, dove l'immagine viene applicata al «giorno del Signore» con connotazione Cristologica e risalto dell'aspetto minaccioso: l'evento imprevedibile è il ritorno di Cristo glorioso per il giudizio.
40Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo".
Questo versetto ribadisce il contenuto dei versetti precedenti. L'immagine del ladro che irrompe all'improvviso è messa in relazione con la venuta del Figlio dell'uomo per il giudizio. Ormai i vv. 39-40 rientrano nella categoria delle «parabole della Parusia».
41Allora Pietro disse: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?".
Il racconto dell'amministratore fedele/infedele conclude la serie delle «parabole della Parusia» aventi il tema della vigilanza. Anch'esso proviene dalla fonte Q. L'esortazione riguarda la fedeltà al compito assegnato ed è nel testo, sinonimo di vigilanza. In un primo quadro, viene presentato l'amministratore che compie lealmente il suo dovere e riceve una grande ricompensa; poi lo stesso servitore, in un secondo quadro, cambia atteggiamento, approfittando del prolungarsi dell'assenza del padrone per maltrattare gli altri servi e godersela; la punizione che l'aspetta è terribile.
Luca introduce il racconto con una domanda di Pietro che interrompe la serie delle parabole. Il versetto è redazionale. Mediante l'intervento di Pietro, l'autorevole portavoce degli apostoli e rappresentante dell'autorità ecclesiale, l'evangelista precisa i destinatari dell'insegnamento parabolico: sono tutti i credenti, ma in modo speciale i responsabili della comunità ai quali Luca dedica la parabola seguente.
42Il Signore rispose: "Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?
La risposta viene direttamente dal Cristo risorto presente nella Chiesa. La parabola utilizza lo stesso titolo di Kyrios per parlare del padrone che affida il compito al servo e verrà per chiederne conto. Dietro questa figura l'evangelista scorge in realtà l'agire del Signore, capo della Chiesa, che verrà al momento della Parusia.
La parabola si apre con una domanda retorica, che invita l'ascoltatore a identificarsi con il soggetto: un servitore riceve autorità dal suo padrone sui domestici. Nella linea evangelica, tale autorità è orientata al sevizio degli altri; il che viene espresso con l'immagine: dare in tempo opportuno la razione di cibo.
Al posto di servo, Luca utilizza il termine amministratore, nome con il quale venivano designati i responsabili nelle comunità fondate da san Paolo. Il verbo è al futuro; Gesù sembra riferirsi alle funzioni che sorgeranno nella futura Chiesa. L'amministratore viene presentato con le qualità ideali richieste per un responsabile: la fedeltà e la prudenza.
43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
La lode è espressa con una beatitudine, ed è rafforzata nel v. 44 con una promessa che non sembra aggiungere molto all'autorità che già il servo aveva ricevuto in precedenza. La formulazione «beato!» e «veramente vi dico» fa tuttavia pensare alla ricompensa celeste; è un tratto allegorico già utilizato per concludere la prima parabola sulla vigilanza.
45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: "Il mio padrone tarda a venire" e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
Cambiamento di comportamento di questo medesimo servo motivato dall'assenza prolungata del padrone di casa: «Il mio signore tarda a venire», pensa l'amministratore. Ne approfitta per darsi alla bella vita e maltrattare i suoi subalterni; egli insomma agisce come se Dio fosse lontano, non vedesse e non intervenisse; vive senza contare che il Signore può tornare ad ogni momento.
46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il ritorno del padrone è espresso con una formulazione che richiama alla mente del lettore la venuta di Cristo al momento della Parusia: il verbo «venire», messo all'inizio della frase, e che accentua la certezza di tale venuta; la formula stereotipa: «il giorno... l'ora».
La punizione supera le possibilità di un padrone di casa e rimanda al vocabolario religioso della punizione eterna, anche se la formulazione è oscura: letteralmente significa «lo taglierà in due», probabilmente lo toglierà dalla comunità, infatti continua con «metterà la sua parte tra gli infedeli». L'espressione nel suo insieme è forse da capire come formula di scomunica e di condanna. Questa parabola approfondisce la precedente, rivolgendosi specificatamente alle guide delle comunità cristiane. L'attesa del Signore può durare molto, ma è certa.
47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
Luca aggiunge alla parabola dell'amministratore fedele/infedele un complemento a lui proprio. Sono due sentenze di costruzione tipicamente semitica.
La prima sentenza (47-48a) prende spunto da «quel servo» a cui il padrone ha affidato un compito, ma non sviluppa il tema della fedeltà/infedeltà, bensì quello della conoscenza o ignoranza della volontà del signore. La parabola parla di due diversi comportamenti di un servo che conosce bene la volontà del padrone: l'applicazione prende in considerazione il cattivo comportamento di due servi che saranno puniti in proporzione alla loro conoscenza o meno del volere del padrone.
Il v. 48b è una sentenza sapienziale che funge da conclusione generale al commento precedente ma anche alla parabola dell'amministratore fedele/infedele e all'intera sezione sul tema della vigilanza.
Ci si allontana dalla prospettiva terrena della punizione per guardare alla retribuzione nel giudizio divino: Dio chiederà molto a colui cui ha dato molto. Carismi e funzioni all'interno della comunità sono quindi da sfruttare per il bene dell'intera Chiesa, sono doni da amministrare a favore degli altri.
Meditatio
- Quale è il mio atteggiamento verso le ricchezze? Sono capace di investire in affetti, legami forti di amicizia?
- Cosa mi ha affidato il Signore in attesa del suo ritorno? Cosa significa mantenere un atteggiamento vigilante?
- Cosa significa per me oggi la venuta di Cristo?
Preghiamo
(Colletta della 19a domenica anno C)
Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell'attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...