CARLA SPRINZELES," Fede e preghiera."

Commento su Luca 17,5-10
Carla Sprinzeles  
XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (02/10/2016)
Vangelo: Lc 17,5-10
Oggi la liturgia mette a fuoco il rapporto tra fede e preghiera.

La fede è un atteggiamento vitale, che consiste nel fidarsi senza riserve di Dio. Cosa vuol dire?
Essere certi che affidandosi a Lui, aprendosi alla sua azione, che posso vivere ogni situazione, anche di incertezza, di sofferenza, di calunnia, di gioia, di trionfo, di successo, in modo positivo, crescendo nel rapporto con Dio.
La preghiera non è un cercare di dire a Dio cosa deve fare, o per far cambiare atteggiamento a Dio, questo è insensato, ma la preghiera serve a noi per allargare lo spazio di ascolto e accoglienza, perché l'azione di Dio possa esprimersi in modo più ricco e più ampio attraverso di noi.
Per questo è importante allargare gli spazi della nostra fede, altrimenti incontriamo un ammalato che ha bisogno di forza di vita e non riusciamo a trasmettergliela, incontriamo uno che soffre e non riusciamo a consolarlo, incontriamo un peccatore che ha bisogno di misericordia e diventiamo rigidi, condanniamo, puntiamo il dito e non sappiamo perdonare. Cioè noi restringiamo la potenza
di Dio con i nostri limiti.
ABACUC 1, 2-3; 2, 2-4
Oggi è l'unica volta che nella liturgia festiva si legge un brano del profeta Abacuc.
Visse attorno al 600 a.C., un momento storicamente triste per Israele che sta per essere sconfitto dai Caldei, che si sono rivelati un autentico flagello per il loro imperialismo dispotico, violento e sprezzante nei confronti di Giuda e della comunità umana.
In tale contesto Abacuc si fa interprete del dramma che si abbatte sul popolo dell'alleanza e propone angosciate domande: Perché Dio non interviene a frenare la dilagante iniquità che invade il mondo? Perché non risponde all'ingiustizia palese e imperante e non apre bocca neppure quando a lui si leva il lamento addolorato dei suoi fedeli?
Il "fino a quando, Signore implorerò aiuto e non ascolti?", non va interpretato come una rassegnazione o una mancanza di fede nella potenza e nella grazia del suo Dio.
Tutto il suo libro attesta che il profeta non smarrisce mai la certezza rocciosa che il Signore tiene ben saldo il futuro nelle sue mani, che Egli è più grande di tutte le vicende che all'uomo possono sembrare senza senso.
Se venisse meno questa certezza, la vita dell'uomo cadrebbe nella disperazione.
Ciò che invece inquieta Abacuc è il fatto che il Signore indugi ancora, che resti spettatore, mentre il male dilaga (iniquità, oppressone, rapina, violenze, contese, liti) e vengono meno i capisaldi della giustizia. La risposta di Jahveh, che il profeta dichiara di aver atteso "come una sentinella in piedi sulla fortezza", non tarda a giungere.
Quantunque la situazione sia penosa e nulla per il momento lasci intravedere una salvezza imminente, tuttavia questa parola del Signore dischiude una assoluta fiducia, manifestata attraverso una serie di espressioni che necessitano di essere decodificate.
"Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette" udire è importante per la fede di Israele, ma la dichiarazione scritta possiede sua natura di "impegnare" la parola del Signore e a suo tempo dimostrarne la veridicità.
"Se indugia, attendila", la risposta di Dio alle preghiere umane non è semplicemente un sì o un no, ma è un invito a restare in attesa.
La visione profetica, a motivo della sua origine divina, ha una potenzialità di sicuro compimento, che fa dire ad Abacuc: "certo verrà e non tarderà".
La potenza straniera dei Caldei "soccomberà", parola che allude al naufragio della vita, alla persecuzione e alla prigionia, all'esperienza della morte.
La parte di popolo che fa della fedeltà al patto con Jahweh, una ragione della propria vita e che nelle difficoltà continua ad avere fiducia, "vivrà", ossia avrà una vita piena.
LUCA 17, 5-10
Gesù dice la sua parola sulla fede: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa muovereste le montagne", dopo aver parlato ai suoi dell'iniquità della ricchezza, e raccontato la parabola di Lazzaro.
Quindi la fede di cui parla Gesù non è una fede qualsiasi, generica, la fede nell'al di là, è una fede-impegno, la fede è sicurezza che con la fiducia in Dio e il nostro impegno, il giorno della fratellanza verrà.
La fede vive nella quotidianità normale, non cerca esibizioni spettacolari - come sarebbe "sradicare un gelso e ordinargli di trapiantarsi nel mare" - ma si affida con fiducia a Dio, sapendo che a lui tutto è possibile.
La risposta di Gesù è prolungata da una parabola, dell'agricoltore e del suo servo, che sovrappone il tema della fede a quello del servizio. Gesù assume dal contesto della vita la modalità che regolava i rapporti tra un padrone e il suo servo.
A prima vista può offendere la nostra sensibilità, per via del padrone che può esigere dai dipendenti qualsiasi prestazione e in ogni momento.
"Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili"!
Ma come, facciamo tutto, andiamo a messa, facciamo l'elemosina e persino volontariato, obbediamo ai comandamenti, e ci viene detto che siamo servi inutili?
Questo brano è preceduto da quattro versetti in cui il Signore parla degli inevitabili scandali e del perdonare fino a sette volte al giorno, che nel linguaggio biblico significa sempre.
A questa sfida gli apostoli rispondono chiedendogli di aumentare la loro fede.
Di quali scandali si tratta? Forse di quelli recati dai benpensanti ai piccoli, poveri di meriti e di religione, ai pubblicani incapaci di osservare i precetti della Legge, e per questo emarginati dai "giusti". Eppure il Maestro si trovava così bene con loro!
E' molto facile vedere i torti dell' altro e sentirsi a posto perché in regola.
Questo atteggiamento provoca il fratello che fa fatica e lo fa sentire in inferiorità.
Non c'è allora da stupirsi se si compromette in atti sbagliati perché non si sente comunque in grado di raggiungere le vette di una morale di cui non capisce il senso.
Una morale infatti tagliata dalla sua radice, che è l'amore verso il prossimo, diventa scandalosa e incomprensibile.
Noi invece con tutto ciò che facciamo per tranquillizzare la nostra coscienza, non siamo in grado di perdonare perché, mancando di fede, siamo incapaci di vedere dietro l'apparenza, di lasciare l'amore del Padre esprimersi attraverso i nostri gesti.
Possiamo anche essere servi ma di fatto inutili, perché non sappiamo trasmettere il Bene.
Condanniamo, giudichiamo, ci fermiamo alla negatività.
Gesù afferma che non facciamo niente di straordinario se "eseguiamo gli ordini ricevuti", perché, per essere veri servi del Padre come lui lo è stato, occorre saper scoprire, sotto il male, il bene che ha bisogno di emergere.
Perdonare è al di sopra delle possibilità umane, richiede la rinuncia ad ogni pretesa di riuscire con le proprie forze, per credere alla presenza operante del Padre dietro ogni male.
Essere servi "utili" è servire il Bene, presente in ogni momento e situazione, anche la più negativa.
Allora il gelso del giudizio affrettato si sradica e va a piantarsi nel mare, nel fluttuare dell'apparenza, lontano dalla roccia che è l'Amore del Padre per ogni uomo, amore di cui ci è richiesto di diventare servi fedeli.
Non illudiamoci di costruire noi la nostra vita, siamo semplicemente servi, strumenti di una forza, che è più grande e viene da Dio, attraverso la quale siamo in grado di comunicare vita ai fratelli.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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