Carla Sprinzeles "Fino alla fine"

Commento su Esodo 32,7-11;13-14; Luca 15,1-32
Carla Sprinzeles  
XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11/09/2016)
Vangelo: Lc 15,1-32 
L'insegnamento di questa liturgia è proprio il nucleo centrale dell'insegnamento di Gesù e ci porta al
cuore degli insegnamenti da lui vissuti.
Questo insegnamento infatti Gesù l'ha vissuto "fino alla fine", fino all'estremo, alla forma suprema di amore, che è dare la vita, per gli amici, ma poi anche per i nemici, perché Gesù ha perdonato coloro che l'uccidevano.
Quindi il messaggio di questa liturgia ha due risvolti: il primo riguarda noi come peccatori e il secondo riguarda noi come discepoli di Gesù, chiamati a continuare nel tempo la sua missione di portare il male del mondo, di rivelare cioè la misericordia di Dio.
ESODO 32, 7-11; 13-14
La prima lettura è tratta dall'Esodo, il popolo ebraico non vedendo tornare Mosè dal monte, si radunò attorno ad Aronne e gli disse: "Facci un Dio che vada davanti a noi, perché di questo Mosè, l'uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, non sappiamo cosa gli sia accaduto".
Considerano Mosè come un Dio, che deve provvedere ai loro bisogni e lo sostituiscono con il vitello d'oro per questo compito.
Mosè immagina che Dio gli dica: "Lascia che li distrugga. Di te farò una grande nazione."
Il profeta è cresciuto nel rapporto con Dio e ricorda le promesse fatte ai patriarchi.
Dio non può mancare ai suoi giuramenti.
Lui solo è garante delle sue promesse.
Il popolo non è suo ma di Dio!
Sia Mosè sia il popolo attraversano a questo punto una grave crisi d'identità; ne è testimone il fatto che il profeta spezza le tavole della legge.
E' la spaccatura tra l'Essere e la creatura, tra l'identità vera, che manifesta il bene e gli inevitabili tentennamenti e fallimenti.
Il risultato è la dilatazione della legge in particolari innumerevoli, come per colmare tutte le crepe d'identità possibili.
Mosè come il popolo è in cammino.
Il Signore non aspetta la perfezione per entrare nell'esistenza umana: "Il Signore parlava a Mosè faccia a faccia, come un uomo parla a un suo amico."
L'intercessione di Mosè, prefigura quella del Cristo che, resosi solidale con l'uomo, intercede per noi presso il Padre.
La risposta di Dio a questa intercessione riafferma la fedeltà di Dio nella parola e nell'azione, ed egli riprende a chiamare "suo popolo" quel popolo infedele.
Forse il più patetico tra gli aspetti del mediatore è quel rifiuto di dissociarsi dal popolo peccatore per essere principio di un nuovo popolo, come era stato Abramo.
C'è il rischio che, all'interno del nostro rapporto con Dio, ci formiamo il nostro "vitello d'oro", fatto di premi e di castighi.
Mosè, l'intercessore, ci libera da questa immagine di un Dio opprimente e ci ridona al Dio della storia, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.
Mosè si mette dalla parte del popolo "di dura cervice" e implora misericordia.
LUCA 15, 1-32
Come abbiamo sentito nella prima lettura Mosè si mette dalla parte del popolo di "dura cervice", anche Gesù s'è messo dalla parte dei peccatori e per questo veniva accusato.
Difatti "I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui riceve i peccatori e mangia con loro".
Gesù non nega questo, ma lo giustifica come rivelazione della misericordia di Dio: difatti il medico va alla ricerca dei malati, non dei sani.
Il primo dato essenziale è quello di riconoscere il male nella nostra vita, perché allora possiamo invocare la misericordia di Dio e diventare strumenti della sua misericordia, del suo amore.
Il messaggio delle parabole di Gesù è che al fondo c'è una forza positiva, c'è un Bene senza limiti.
Non lo possiamo esprimere compiutamente, perché siamo limitati, peccatori, ma la forza c'è.
E' questo che dobbiamo riconoscere nella nostra vita.
Dio è misericordia, cioè amore che non ha confini.
I confini li poniamo noi, con i nostri limiti, con le nostre insufficienze, ma l'amore cioè la forza della vita che viene da Dio, non ha confini e può condurci a traguardi che ora non possiamo neppure immaginare, ma che dando fiducia possiamo accogliere e un giorno realizzare.
Dio non accetta la sconfitta, non crede che l'uomo sia irrecuperabile!
Nelle parabole che leggiamo oggi Gesù ci dice come agisce Dio con coloro che sono perduti e traviati. Compreso quando si tratta di coloro che si perdono per colpa propria.
Gesù non si limita a raccontare della pecora che si smarrisce o della moneta che si perde.
Racconta le peripezie di un ragazzo, che ha la sfacciataggine di chiedere a suo padre l'intera eredità che gli spettava, che spese "vivendo in modo dissoluto" e che quando vide che moriva di fame, si ricordò di suo padre e ritornò a casa.
Ciò che Gesù raccontò in questa parabola è che il ragazzo, affinché il padre non gli sbattesse la porta in faccia, preparò un discorsetto con l'idea di presentare le sue spiegazioni e scuse.
Ma l'incredibile è che il padre amava tanto suo figlio e aveva tanta voglia di accoglierlo che non lo lasciò neanche parlare.
Semplicemente lo abbracciò e lo riempì di baci.
Ciò che importa al padre è il fatto che il figlio sia tornato a casa e stia con lui.
Gli prepara una festa con il meglio che ha in casa.
C'è poi il "fratello maggiore" che era buono, ma disprezzava il perduto che era suo fratello.
Quello che colpisce è che questo fratello maggiore si relaziona con suo padre come fosse un capo o un padrone a cui bisogna sottomettersi e si lamenta se il capo non gli dà ciò che pensa sia un suo diritto: neanche un capretto per banchettare con gli amici.
E' una storia strana, noi ci identifichiamo più con il fratello maggiore, ma Gesù vuole dare la risposta ai farisei, all'idea che i farisei avevano su Dio.
Dio non vede i peccatori come persone cattive ma come persone bisognose e abbandonate.
Dio non è come normalente ce lo immaginiamo.
Dio è tanto svisceratamente umano che ci sconcerta fino al punto da risultarci strano, stravagante e per alcuni scandaloso.
Ci rivela non solo la sua profonda umanità, ma il grado di disumanizzazione a cui siamo arrivati, senza renderci conto di ciò che realmente ci accade.
Amici, il Padre aspetta ognuno di noi. la sua tavola è apparecchiata, non ci chiede conti, ci apre la porta dell'amore.
Solo chi si crede giusto e non ha necessità di essere salvato non trova Dio: non ne ha bisogno, perché in fondo rifiuta di essere creatura, di essere limitato.
Non riconosciamo il nostro peccato e ci difendiamo, troviamo mille scuse, non ci fidiamo dell'amore.
FIDIAMOCI!

Fonte:http://www.qumran2.net/