Chiesa del Gesù - Roma, "Gesù non è venuto ad accrescere le croci umane, ma neppure a togliercele con false illusioni"

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 1,9-10.12-17; Lc 14,25-33
La prima lettura tratta dal libro della Sapienza, attribuito al giovane Salomone, vuol fare capire agli
ebrei, tentati dalla cultura greca, che la vera Sapienza viene da Dio.

Se nella mentalità greca la sapienza è il risultato dello sforzo della ragione umana, per la Scrittura è invece il frutto di un dono di Dio, dato a chi si apre a Lui con fede.

Infatti, la Sapienza è troppo alta perché l’uomo possa conquistarla da solo; i piani di Dio li possiamo conoscere solo se Lui stesso li rivela.

Questa è la differenza sostanziale tra la sapienza umana e quella religiosa: la prima rende profano il cielo, perché cerca di conquistarlo dal basso; la seconda rende sacro il mondo, perché è il cielo che si piega sulla terra.

La Sapienza che viene dall’alto è dunque dono di grazia.

Ricevere questa Sapienza divina è la piena realizzazione dell’uomo in tutte le sue dimensioni e capacità, perciò va chiesta più del prestigio economico e sociale.

Seguire questa Sapienza è camminare sulle vie della giustizia, sulle vie diritte tracciate dal Signore, è conseguire il fine per cui siamo stati creati: essere con Dio nell’amore.

La Sapienza vera è conoscere chi è Dio e chi siamo noi davanti a lui, gustare la sua bontà e misericordia senza fine.

Questa è la volontà di Dio che la Sapienza dall’alto rivela e manifesta al nostro cuore e che ci fa gioire con pace del nostro essere creati e divinizzati per dono.

La seconda lettura ci propone una breve lettera scritta da Paolo a Filemone in favore di Onesimo, uno schiavo che Paolo ha convertito in carcere, divenuto suo collaboratore nell’apostolato.

Questo biglietto è l’occasione per definire qual è il nuovo rapporto che esiste tra padrone e schiavo all’interno della comunità cristiana.

La relazione tra gli uomini deve essere basata sulla rivelazione che Dio ama tutti totalmente, sebbene ciascuno sia unico ai suoi occhi.

Per il credente non ci possono essere divisioni di classi, di cultura, di ceto, perché tutti siamo preziosi agli occhi di Dio.

Se la sapienza umana che viene dal basso sottolinea le differenze, la Sapienza che viene da Dio, senza annullare la specificità di ciascuno, evidenzia l’unione e la fraternità.

Per la sapienza umana Filemone ha diritto a possedere lo schiavo Onesimo, tuttavia per la Sapienza evangelica deve trattarlo da fratello e rispettarlo nella sua dignità di figlio amato da Dio.

Nel vangelo il Signore non ci illude che vivere da cristiani sia facile. Per seguire Gesù bisogna rinunciare a tutto, anche ai valori e ai legami più legittimi.

Luca usa un linguaggio duro per esprimere la radicalità della sequela: nulla deve essere anteposto all’amore per il Signore.

Proprio perché è duro essere cristiani autentici, chi vuole intraprendere questa impresa deve calcolare bene la sua disponibilità a rinunciare a tutto per essere con il Signore.

La decisione per il Regno non deve essere presa a cuor leggero, perché richiede maturità, perseveranza e fatica.

La radicale sequela nella povertà non è la generosità di un momento, ma un impegno quotidiano e continuo, da assumere ogni giorno.

Questo invito alla sequela sotto il segno della croce, posto dopo la parabola degli invitati alle nozze che hanno rifiutato di partecipare al banchetto, ci dice che le scuse, le attenuanti, le mezze misure, la superficialità e i compromessi spezzano il legame con Cristo e ci pongono fuori dalla comunione del Regno dei cieli.

La fede è qualcosa di radicale che non consente di tenere i piedi in due staffe.

Dobbiamo discernere se effettivamente stiamo agendo secondo la volontà di Dio, costruendo il suo regno, oppure ci stiamo ingannando interiormente, allontanandoci dalla sapienza che viene dall’alto.

Essere cristiani significa camminare dietro a Gesù che porta la croce, portando ciascuno di noi la propria croce.

Davanti a questa radicalità che ci è proposta oggi siamo tentati di dire: chi potrà farcela, chi potrà salvarsi?

Luca ci fa prendere coscienza della nostra incapacità, proprio perché disperando delle nostre forze, speriamo in Colui che solo può operare la nostra salvezza e che ci ha chiamati alla sua sequela.

Questo è il calcolo che dobbiamo fare prima di costruire la torre o scendere in battaglia: prendere coscienza che il cielo si è piegato sulla terra e che Cristo ha già vinto il mondo per noi.

Prendere la propria croce non significa andare in cerca di sofferenze: la croce è e rimane un gran male anche per il Signore, segno della crudeltà degli uomini.

Gesù non ha cercato la croce per se stessa, ma ha preso su di sé quella che gli uomini gli imponevano, in tutto obbediente al Padre.

Nell’assoluta obbedienza però ha trasformato questo strumento di supplizio, in segno qualitativo di amore, di redenzione e di gloria.

Gesù non è venuto ad accrescere le croci umane, ma neppure a togliercele con false illusioni; piuttosto se ne è caricato per dare a esse un senso, portandole con noi, perché noi fossimo con lui e vivessimo nel suo amore.

Portare la propria croce dietro a Gesù significa anche per noi farci carico della salvezza dei nostri fratelli, compartecipando alle loro situazioni per amore.

MM

Fonte:http://www.chiesadelgesu.org/