don Giuseppe Costa" Signore, aumenta la nostra fede "

Una Parola per noi di don Giuseppe Costa
DOMENICA XXVII DEL TEMPO ORDINARIO
2 Ottobre 2016
Ab 1,2-3; 2,2-4; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

1. Due versetti del capitolo primo e tre versetti del capitolo secondo sono la sintesi liturgica, proposta
nella celebrazione di oggi come prima lettura, di due interventi (l’uno del profeta, che chiede: 1,2-3; l’altro di Dio, che risponde: 2,2-4) che aprono il libro del profeta Abacuc. Molto simile alle confessioni di Geremia (cf. Ger 11,18-12,16), il profeta si lamenta con Dio e chiede spiegazione per le ingiustizie, le violenze e le sofferenze che vede tra il popolo. Un lamento che diventa sempre più accorato, dato che appare emblematico il silenzio di Dio (1,2: «… non ascolti … non soccorri»)! Il profeta, tuttavia, si mette all’ascolto, attende una risposta da Dio. E la risposta non si fa aspettare. Dio interviene e parla. Risponde alla richiesta del profeta, porge l’orecchio alla sua voce! Risponde e incoraggia. Non tutti soccomberanno, non tutti periranno: «… soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (2,4)! Israele non deve temere: la parola del Signore è veritiera, non mentisce (2,3), anche se la sua realizzazione al momento sembra lontana. Chi crede fermamente, chi si affida nella fede totalmente al Signore, chi persevererà sino alla fine sarà pienamente salvato.
2. Il brano dell’Apostolo, che la liturgia ci presenta come seconda lettura, apre e chiude una sezione che intende esortare il discepolo Timoteo a lottare coraggiosamente per la predicazione del Vangelo. È una dolce esortazione, fatta di amorevole comunione (v. 6: «… per l’imposizione delle mie mani»; v. 8: «… anche tu insieme con me …»), che tende a rinsaldare i vincoli tra Paolo e Timoteo e che mette in evidenza il dono potente della forza di Dio (v. 8). Timoteo, infatti, deve prendere coraggio dalla sua stessa fede, dalla grazia della sua ordinazione e dal dono dello Spirito. Uno Spirito che si esprime con le qualifiche di fortezza, amore e saggezza. Il credente quindi, come Timoteo, non è solo ad agire dinanzi alle difficoltà e alle angustie del ministero: la forza potente dello Spirito è con lui, lo assiste e lo accompagna. È questa una forza che lo fa uscire da ogni paura e che allontana timori e dubbi: è una carica energetica positiva che lo spinge fuori nell’annuncio e nella missione, elevando al massimo le sue potenzialità e rendendolo perfettamente idoneo a compiere il gravoso ministero della guida della comunità. Il coraggio, che nasce dallo forza dello Spirito, deve spingere Timoteo a essere intrepido nella fede, a non «vergognarsi  della testimonianza» (v. 8a) da dare al Signore, e neppure delle catene dello stesso Paolo (v. 8b). La forza dello Spirito ha rafforzato Timoteo nella fede, gli ha fatto superare ogni forma di rossore dinanzi alle prove, alle angustie, alle tentazioni di scoraggiamento: niente lo potrà fare cedere. Come l’Apostolo, sarà pronto a «soffrire per il vangelo» (v. 8c). Nei vv. 13-14, Paolo richiama il discepolo dinanzi al modello delle sane parole, ricevute da lui stesso e che sono il buon deposito della fede. Si tratta di tutta la predicazione cristiana e apostolica del Vangelo di Gesù Cristo che lo stesso Paolo ha ricevuto e che fedelmente gli ha trasmesso. Timoteo deve attenersi fedelmente alla predicazione del suo maestro ricercando e invocando l’aiuto dello Spirito Santo, che agirà certamente perché già presente in noi (v. 14b).
3. Il brano evangelico si presenta articolato in due momenti. Nel primo (vv. 5-6) Luca, rispondendo a una precisa richiesta degli Apostoli (Aumenta la nostra fede!), presenta un chiaro insegnamento di Gesù. Il Maestro cerca di scuotere i suoi più stretti collaboratori con una immagine (granellino di senapa … gelso) iperbolica e molto ardita (sradicato e trapiantato nel mare …) tratta dal mondo della natura. Nel secondo momento (vv. 7-10), con l’illustrazione parabolica del servo che ritorna dal campo, viene proposto un grande insegnamento sull’umiltà. Non c’è posto per qualsiasi forma di vanto (vv. 7-8) o di pretesa (v. 9-10) per il discepolo che avrà fatto solo il suo dovere! Naturalmente i due momenti sono strettamente legati: da un lato, infatti, vi è il tema della fede in Dio; dall’altro, la presentazione del giusto atteggiamento da tenere nei confronti di Lui. Per Gesù, la fede ha una forza sorprendente: ha la capacità di compiere gesti che sarebbero impensabili per ogni uomo. È una forza che è anche potere. Un potere dirompente che permette al vero credente di compiere anch’egli gesti straordinari. Tuttavia, non è necessario avere una fede grande. È sufficiente avere la fede: anche una fede piccola. Un minimo (granellino) di fiducia in Dio, infatti, basta per operare anche i più grandi prodigi! Tale lo sradicamento di un gelso, ancora di più la crescita di un albero nel mare! La fede ricevuta da Dio non è mai inefficace nell’uomo; anzi, per quanto piccola può apparire, si rivela ricca, produttiva e potente. Realizza l’impossibile non perché proviene dall’uomo, ma perché è forza di Dio nell’uomo che crede. Chiarito il rapporto tra fede e discepolo, è necessario chiarire l’atteggiamento che il discepolo stesso deve assumere nei confronti di Dio: un atteggiamento filiale e umile, al modo del servo inutile. Il programma per il vero discepolo è fortemente realistico e improntato alla gratuità: gli apostoli, i discepoli, i credenti sono commensali al banchetto di Dio, ma servi inutili, totalmente alla dipendenza della sua grazia e del dono di comunione con Lui. Né la loro attività, né la loro osservanza delle regole o delle leggi li rende farisaicamente indispensabili davanti a Dio. Nessun credito, nessuna pretesa nei confronti di Dio: tutto è dono, gratuitamente offerto, gratuitamente accolto. È il primato di Dio: da sempre ribadito nell’Antico Testamento e qui proposto all’attenzione degli apostoli, in vista della missione. Certo, la parabola sembra risuonare un poco amara ai nostri orecchi moderni e il paragone di Dio come padrone appare urtante. Ma sapendo quanto Luca prediliga nel suo Vangelo sottolineare l’attenzione di Gesù verso gli ultimi e gli emarginati e conoscendo bene tutte le volte che ha stigmatizzato le sperequazioni sociali tra ricchi e poveri, comprendiamo come in questo caso il fulcro della parabola sottolinei solamente la gratuità del lavoro e quindi del servizio ministeriale. Significa che il discepolo è chiamato a svolgere il proprio lavoro non per guadagno o per qualche utilità personale, ma per puro dovere, o meglio per puro amore, e gratuitamente! E tutto ciò perché l’apostolo, il discepolo, il credente appartiene pienamente a Dio e da Dio totalmente dipende!
4. Il tema della fede illumina la liturgia della Parola di questa domenica. La comunità dei credenti trova nella richiesta degli Apostoli – Signore, aumenta la nostra fede – (vangelo), la ripetuta invocazione della Chiesa, che celebra con “animo retto” e nella giustizia (prima lettura) il dono del Signore (seconda lettura). La fede certamente può essere richiesta a Dio, tuttavia è sempre un dono che, gratuitamente, il Signore concede in Gesù Cristo a chi si affida a lui. Un dono, quindi, che non si può calcolare in termini di grandezza: piccolo o grande, minore o maggiore, diminuito o aumentato! Ecco perché Gesù non risponde direttamente alla richiesta degli Apostoli, ma suggerisce loro il criterio della semplicità e dell’estrema fiducia: chi crede non ha bisogno di avere grossi numeri di fede, gli basta averne quanto un granellino di senapa! Non è dunque sulla forza e sulla potenza dei mezzi e delle cose esteriori che si misura e si valuta la riuscita della propria vita e delle proprie scelte cristiane. Non sono le manifestazioni esteriori, che sorprendono o che colpiscono con facili sensazionalismi, che rivelano la rettitudine dell’animo e l’adesione piena a Dio. C’è sempre il rischio di sentirsi padroni di tutto, anche della fede; c’è sempre la tentazione di ritenersi depositari non delle sane parole, ma di atteggiamenti e sensazioni che rivelano una grande fede! C’è sempre il rischio di ritenersi così indispensabili, necessari, ricercati… proprio a motivo della fede che si possiede e delle scelte che si è chiamati a compiere! C’è la reale possibilità di pretendere compensi o gratificazioni per la propria fede, di ritenersi in credito nei confronti di Dio, sempre a motivo della fede, di pensare Dio come obbligato nei confronti del suoi servi! La celebrazione liturgica ci insegna che la fede è adesione a una persona: a Cristo Gesù, che è morto e risorto per noi. È un entrare pienamente nella sua sfera d’influenza e sperimentare la pienezza della comunione con lui. Non si tratta di una adesione intellettuale, ma è una risposta in condizione a una persona che interpella. Una risposta a Dio che nel Figlio Gesù, per mezzo del dono potente e gratuito dello Spirito santo, offre comunione e chiede comunione. La celebrazione domenicale ci fa vivere nella dimensione della fede, ci fa riscoprire il dono della fede. Dono che aspetta una libera risposta e che, proprio attraverso la liturgia, si esprime e si solidifica comunitariamente nella Chiesa. Attraverso la celebrazione, il dono della fede diventa vita che cambia la vita: una sfida aperta alle reali esigenze del mondo contemporaneo, alle richieste di una società per certi versi assente o sfiduciata nei confronti di Dio, per altri assetata, affamata e bisognosa di conoscerlo. I credenti sono chiamati a vivere nelle fede, a fare di tutta la propria vita un confronto continuo con la fede dinanzi alle provocanti e inquietanti manifestazioni di violenza, iniquità, oppressione, rapina, liti, contese (prima lettura)! L’immagine simbolica del granellino di senape e l’icona mirabile dell’albero che cresce, dopo essere trapiantato nel mare, devono spingere tutti i credenti a Cristo a osare nella vita, a non fermarsi dinanzi a nessuna forma di difficoltà, a percorrere ogni strada e a tentare tutti i mezzi per vivere una vita retta e giusta. Una vita che si alimenta nella Trinità e che trova nella fede la risposta a tutti gli interrogativi e la certezza di beni nel presente e nel futuro.

Fonte:VICARIATO DI ROMA Ufficio Liturgico