Don Marco Ceccarelli, “Amministrazione”

XV Domenica Tempo Ordinario “C” – 18 Settembre 2016
I Lettura: Am 8,4-7
II Lettura: 1Tm 2,1-8
Vangelo: Lc 16,1-13
- Testi di riferimento: Gs 24,15; 1Re 18,21; Sal 17,13-15; Mt 25,21; Lc 11,23; 12,42; 14,13-14;
18,29-30; 20,34-35; Gv 14,2-3; 1Cor 3,18-19; 4,2; 2Cor 4,17-5,1; 6,15-16; 12,8-9; Gal 6,10; Ef 5,8;
Fil 3,19; 1Ts 5,5; 1Tm 6,17-19; Eb 9,11-12; 1Gv 2,17; Ap 3,15-16
1. Il tema della “amministrazione”. Nella parabola del Vangelo odierno si presentano due tematiche

che avevamo già incontrato in precedenza. Una è quella dell’amministrazione (Lc 12,42ss.) e l’altra
quella dello “sperpero” dei beni (15,13). Nella parabola odierna infatti ritorna il verbo “sperperare”
(v. 1) a proposito dell’amministratore disonesto. Agli amministratori di queste parabole è richiesto
di gestire dei beni appartenenti ad un altro. Il loro sbaglio capitale è quello di farsi padroni, di voler
gestire i beni come se appartenessero a loro. Chi adotta questo atteggiamento finisce soltanto per
sperperare, per sprecare inutilmente delle proprietà che vanno invece usate in modo proficuo. Ma,
come per ogni amministrazione, prima o poi arriva la resa dei conti, che consiste innanzitutto nel
dover restituire ogni cosa (Lc 12,20); tutto infatti ci sarà tolto. Lo sappiamo benissimo che non conserveremo
nulla. E già basterebbe questo per farci capire che non siamo padroni di nulla. E tuttavia
non significa che allora ce ne possiamo infischiare; al contrario. Sapere che siamo amministratori
significa aver capito che siamo estremamente responsabili della gestione delle cose, e che di tale responsabilità
ci sarà chiesto conto.
2. La scaltrezza (v. 8).
- Dell’amministratore. Il personaggio della parabola viene lodato per la sua scaltrezza. Qui sta il
punto della parabola. La furbizia, la saggezza, l’intelligenza dell’amministratore è quella di fare la
cosa giusta al momento giusto. Il padrone gli ha ingiunto di consegnargli i libri contabili e lui sa che
il suo tempo sta per scadere. È il contrario dell’amministratore di Lc 12,45 il quale «pensava tra sé:
“Il padrone tarda a venire”», e si mette a fare quello che gli pare. Pensare che abbiamo tutto il tempo
che vogliamo, che possiamo permetterci il lusso di sprecare non solo i beni di un altro ma anche
il nostro tempo, è la massima stoltezza. In realtà il tempo che abbiamo, e non sappiamo quanto ne
abbiamo, va usato per fare il bene: «Finché ne abbiamo il tempo operiamo il bene verso tutti» (Gal
6,10). Il tale della nostra parabola dunque approfitta del pochissimo tempo che gli è rimasto per assicurarsi
il futuro.
- Dei “figli di questo mondo”. La parabola in fondo può apparire scandalosa soltanto se manchiamo
di capire il rapporto di proporzione del tipo A:B = C:D. Come A (i figli di questo mondo) sono scaltri
per B, (assicurarsi la vita), così C (i figli della luce) dovrebbero essere scaltri per D (assicurarsi la
vita eterna). Il problema, dice Gesù, è che a volte questo non accade. I “figli di questo mondo” sono
quelli che sono interessati semplicemente alle cose del mondo (di questo mondo, non di quello dopo
questa vita), agli affari terreni, al business e cose del genere. Essi, per i loro interessi, sanno essere
più furbi, più previdenti dei “figli della luce” che, al contrario, dimostrano spesso di non tenere in
alcun conto quel futuro celeste nel quale dicono di credere. Quando quelli hanno una necessità, si
adoperano “in fretta” (cfr. tacheos del v. 6) e con ogni mezzo per raggiungere il loro obiettivo (assicurarsi
la vita). Sono molto più preoccupati loro del futuro – secondo le categorie del mondo: previdenza
sociale, pensioni, assicurazioni, banche, ecc. – di quelli che aspirano alla vita eterna. Hanno
più zelo i primi per le cose del mondo che i secondi per le cose del cielo. Possiamo dire piuttosto
che anche nei “figli della luce” si nota lo stesso zelo per le cose del mondo e non per quelle del cielo.
Il fatto è che non abbiamo veramente rinnegato il mondo. Il mondo continua a vivere ben radicato
in noi. Non abbiamo un vero anelito celeste, per le cose del cielo. Non cerchiamo le cose di lassù
dove siede Cristo alla destra del Padre (Col 3,1-2). Non siamo né caldo né freddo (Ap 3,15-16), e
non sentiamo alcuna urgenza per le cose di Dio.

- Perciò la morale della parabola è quella del commento dei vv. 9-13. Usare saggiamente dei beni
significa usarli secondo la volontà del padrone che è Dio. Niente di quello che abbiamo è nostro: la
salute, la famiglia, i figli, un lavoro, dei soldi, e soprattutto il tempo. Di ogni cosa occorre chiedersi
come il padrone vuole che la usiamo; e ciò va fatto senza ulteriore dilazione.
3. Non si può servire a due padroni (v. 13).
- L’affermazione evidentemente implica che i due padroni diano direttive diverse. Servire in questo
caso significa “obbedire”. Non è possibile obbedire a due padroni che riguardo la stessa cosa danno
comandi diversi. Se si tentasse di fare questo si diventerebbe schizofrenici. E questo è il grande
problema di un certo tipo di religiosità. L’affermazione nega la possibilità di qualsiasi convivenza
fra il culto al Signore e quello agli idoli. Il culto implica necessariamente l’obbedienza. Ma per obbedire
a Dio occorre rinunciare ad obbedire ad altri che comandano cose contrarie.
- Nella nostra vita quotidiana noi obbediamo ad una serie di esigenze che non vengono da Dio. Pensiamo
sia possibile conciliare la ricerca del guadagno, della carriera, della buona fama, dell’assenza
di conflitti, di quello che a me pare giusto, della salvaguardia dei rapporti affettivi familiari, ecc.,
con il culto a Dio. Ma in realtà questo non è possibile. Obbedire all’idolo della bellezza significa
perdere ore in palestra, a truccarsi, ad abbronzarsi, ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio
che invece ti dice di usare quel tempo per altre cose (pregare, evangelizzare, servire gli altri, studiare,
ecc.). Obbedire all’idolo dell’affettività significa passare ore al telefono o sui social network
perché non si dimentichino di te, non rimproverare tuo figlio quando fa azioni sbagliate, non rompere
un legame equivoco, cercare sempre i primi posti per mettersi in mostra, ecc.; e questo contrasta
con l’obbedienza a Dio che ti dice di non dissipare il tuo tempo inutilmente, di dire la verità a tuo
figlio, di rompere con le amicizie ambigue, di cercare l’ultimo posto. Obbedire all’idolo della carriera
significa prendere decisioni in base a quello che ti fa avanzare sul lavoro, che ti fa apprezzare
dal principale, di dedicare più ore al lavoro di quelle che servono, ecc.; e questo contrasta con
l’obbedienza a Dio che invece ti dice di prendere decisioni in base alla difesa della fede, alla partecipazione
ai sacramenti, alla stabilità della famiglia, di non sacrificare la famiglia al lavoro. Obbedire
all’idolo del denaro significa prendere decisioni in base al guadagno, ad un futuro più sicuro, a
farsi assicurazioni, accumuli di beni, ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio che invece ti
dice di non preoccuparti per il domani, di rendere sicura l’appartenenza alla Chiesa e la vita eterna.
In definitiva, alla base di tutti questi idoli c’è una autoidolatria, un narcisismo, che ci porta a dedicare
e ad usare i nostri beni – compreso le energie fisiche, psichiche e spirituali – a tutto ciò che ci fa
essere qualcuno, a ciò che fa crescere il nostro io. Mentre Dio ci dice di usare tali beni, limitati e
passeggeri, per procurarci quelli veri e duraturi.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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