Don Umberto DE VANNA sdb "Attaccati al denaro"

18 settembre 2016 | 25a Domenica T. Ordinario - Anno C | Omelia
Per cominciare
Il vangelo di questa domenica propone questa volta una parabola curiosa e un po' imbarazzante, quella del "fattore infedele". Probabilmente un fatto di cronaca che viene letto e interpretato da Gesù in modo singolare. Una parabola uscita dalla bocca di Gesù, che propone significati e insegnamenti che ci coinvolgono da vicino nella nostra vita quotidiana. 

La parola di Dio
Amos 8,4-7. Il profeta Amos con parole durissime condanna a nome di Dio i ricchi che inventano ogni espediente per fare denaro e sfruttare i poveri. 
1 Timoteo 2,1-18. Paolo invita il vescovo Timoteo a impegnarsi a favore di una vita sociale vissuta nella pace, nella serenità e nella concordia. Per questo gli dice che faccia pregare anche per chi governa, come facciamo spesso a messa nella Preghiera dei fedeli. 
Luca 16,1-13. Gesù racconta una parabola e fa l'elogio di una persona disonesta, ma furba e intraprendente, per invitare i suoi discepoli a essere più dinamici e inventivi nella costruzione del regno di Dio.

Riflettere

"I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce", dice Gesù. È questo è il succo del messaggio di questa domenica.
Che cosa non intraprende e inventa un imprenditore ambizioso e desideroso di migliorare le sue finanze e i suoi affari! Eppure lui lo fa per degli obiettivi che hanno molto meno importanza di chi annuncia il regno di Dio e si impegna a far cambiare in meglio la società. 
Così ha fatto questo amministratore. Viene licenziato in tronco solo per ciò che il padrone sente dire di lui. Addirittura non gli viene data la possibilità di difendersi. Non avendo costui la possibilità, né forse il tempo di trovarsi un altro lavoro, velocemente sfrutta quel po' di potere che ha nel momento in cui deve sistemare i conti, per farsi ancora qualche amico. Rispondendo con una nuova illegalità alla decisione del suo padrone.
Il padrone, che ha licenziato in questo modo sbrigativo e forse ingiusto il suo amministratore, dimostra alla fine un fair-play che sorprende: lo loda per la sua furbizia. 
L'amministratore ha inventato in cuor suo tante giustificazioni per comportarsi così: non ha mai lavorato la terra, si vergogna di chiedere l'elemosina (e questo forse gli fa onore), in questa società rubano tutti, a certi livelli ci si deve arrangiare.
Non vi è nella parabola la condanna della ricchezza o del mettersi in affari. Ma quella di darsi ai traffici illeciti, costruire per sé una ricchezza ingiusta. 
Quanta fantasia nei malvagi: spaccio di droga, doping nello sport, produzione di armi micidiali… Quanta impegno per apparire più belli, migliori di quel che siamo. Rendi conto della tua gestione, del tuo comportamento, dice Gesù. 
Parole che fanno sorridere i farisei. Il versetto 14 (oggi non proposto) dice che essi, "attaccati al denaro, si facevano beffe di lui". Ma anche oggi le parole di Gesù suonerebbero difficili e un po' assurde per quelli che hanno fatto della propria fortuna economica un idolo, magari a spese degli altri, soprattutto dei poveri. Non per niente Gesù fa seguire a questa parabola quella del ricco epulone (Lc 16,19-31).

Attualizzare

Questa parabola appare di una attualità sconcertante. Viviamo in anni pieni di scandali e di truffe, tra amministratori che spesso non godono di fiducia perché facili alla corruzione. Eppure mai come oggi si è sentito così vivo il desiderio dell'onestà, della retta amministrazione della cosa pubblica. 
Nel brano di vangelo che abbiamo letto, per tre volte viene ripetuta la parola "fedeltà". Bisognerebbe sempre potersi fidare di un cristiano che si dà alla politica e alla carriera amministrativa. Non è possibile dirsi cristiani ed essere dei corrotti, dei disonesti, dei mafiosi, dei camorristi.
Gesù fa l'elogio di quell'uomo astuto, ma ora pare quasi correggersi, forse per eliminare l'eventuale impressione che qualcuno potrebbe farsi, che egli approvi la disonestà di quell'uomo. L'amministratore è vissuto in una vita di imbrogli e alla fine se la cava soltanto con un nuovo imbroglio. Gesù dice che è stato furbo, ma precisa che i suoi discepoli invece dovrebbero essere fedeli "almeno" in queste cose materiali.
Le cose di questo mondo sono definite "cose di poco conto". Ma non si tratta di un giudizio di valore che intenda disprezzare la fedeltà quotidiana dell'uomo e il suo impegno nella società. Le cose di questo mondo diventano piccole cose, soprattutto quando vengono messe a confronto con ciò che si riferisce in modo diretto alla salvezza. Non c'è dubbio che di fronte alla costruzione del regno di Dio e alla predicazione del vangelo, le cose di questo mondo esigono una fedeltà meno impegnativa, una dedizione meno assoluta, un servizio più sbrigativo; ma non nel senso che si possano fare le cose alla buona, con furbizia o addirittura con superficialità e ingiustizia, bensì perché questo tipo di fedeltà a un discepolo di Cristo è data per scontata: chi non è capace infatti di muoversi con onestà, giustizia e pulizia tra le cose di questo mondo, non potrà essere fedele nelle cose più impegnative che si riferiscono al regno.
Altrove dirà: "Quando avrete fatto tutto ciò che dovevate fare dite: siamo servi inutili". Ma è a questi uomini tuttavia che Gesù promette la salvezza eterna: "Sei stato fedele in cose da poco, ti affiderò cose più importanti" (Mt 25,21). In fondo all'uomo è possibile soltanto questo tipo di fedeltà. Anzi, tutto ciò che l'uomo fa ha un valore relativo. Siamo certi però che la sua piccola fedeltà diventa una condizione e un esercizio per es-sere capace, almeno in certi momenti, di una fedeltà più impegnativa, di una fedeltà che può richiedere un impegno assoluto.
Vi è spesso nella considerazione delle persone che contano, in gente di cultura e spiritualmente raffinate, un certo atteggiamento di sufficienza, per non dire di disprezzo, verso coloro che sono fedeli nel loro impegno quotidiano. Li ritengono dei pignoli, gente dal cervello piccolo, incapaci di vivere con disinvoltura, di liberarsi dalle loro schiavitù.
Esiste certo una fedeltà complessata, che nasce dalla paura di rischiare, propria di chi vuol muoversi sul sicuro: ma non si può bollare allo stesso modo chi è fedele perché non è disposto al compromesso e non sceglie per sé uno stile di vita anarchico e senza punti di riferimento stabili.
Gesù ci dice di considerare anche la ricchezza come "una piccola cosa". San Girolamo scrive: "Il ricco o è ingiusto lui o è erede di un ingiusto". Gesù stesso dice: "Ogni ricchezza puzza d'ingiustizia" (Lc 16,9) e condanna la ricchezza quando diventa strumento di frode e di oppressione o incatena l'uomo, dandogli delle false sicurezze. Sant'Agostino parla anche di quei ricchi che regalano in elemosina ai poveri o alla chiesa parte delle loro ricchezze per far tacere la coscienza. 
L'uomo non può idolatrare la ricchezza fino al punto da mettere sotto i piedi tutto per ottenerla, impegnandosi magari in operazioni ambigue, al limite dell'onestà, a prezzo di privazioni assurde o di dedizioni sproporzionate.
Infine ci si potrebbe rifare a tanti santi, a tanti cristiani che nel corso della storia della chiesa hanno messo in pratica il messaggio di questa parabola, che invita a impegnarsi per il regno. Santi che hanno inventato di tutto per vivere il comandamento dell'amore. Padre Pio, per esempio, si servì delle offerte di chi lo avvicinava per costruire un grande ospedale. Madre Teresa per potersi occupare dei più poveri tra i poveri ha addirittura abbandonato la sua congregazione e scelse le strade di Calcutta. Mamma Margherita, mamma di Don Bosco, poverissima e semplice contadina, era sempre disponibile con tutti, e la gente la cercava nelle emergenze. Per aiutare un certo Cecco, che era stato ricco e si era ridotto in miseria, per non umiliarlo gli lasciava alla sera sul davanzale della finestra un pentolino di minestra calda.

Licenziato su due piedi
Cesare Romiti, quando era amministratore delegato della Fiat, nel 1984 licenziò immediatamente un suo dirigente, un certo Palazzo, solo perché chiacchierato. A certi livelli il solo fatto che si sia diffusa una voce sfavorevole, è già grave, e crea dei sospetti nell'azienda.

Il nostro rendiconto fatto a Dio 
"Anche Dio parrebbe chiederci conto, ma in modo non aziendale ed efficientista, come fa il mondo. "Cos'è quello che mi dicono di te? Rendi conto di ciò che fai"" (J. Chittister). 


Don Umberto DE VANNA sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/