JUAN J. BARTOLOME sdb Lectio Divina"Ebbe di tutto, tranne che compassione"

25 settembre 2016 | 26a Domenica T. Ordinario - Anno C | Lectio Divina
Lectio Divina su: LC 16,19-31
Comprendere quanto Gesù vuole dirci con la parabola non risulta difficile. Fino a quando visse, il
ricco nuotò nell'abbondanza; ebbe di tutto, tranne che compassione verso il povero che digiunava alla sua porta. Dopo la morte, non poté né alleviare la sua disgrazia né evitare che la sua famiglia camminasse, senza saperlo, verso un'identica fine. Carico di beni, il ricco non poté salvarsi, né salvare i suoi.
Una volta morto il povero, che nessuno aveva soccorso in vita, godé per sempre della consolazione di Dio. La morte di ambedue cambiò radicalmente e definitivamente, la loro sorte: chi prima non si privava di nulla non trovò dopo neppure una goccia d'acqua per rinfrescarsi; colui che aveva solo il desiderio di saziarsi con quello che altri sprecavano, ottenne come soddisfazione la compagnia di Dio.
Se l'abbondanza di beni causò la perdizione del ricco, il povero non dovette fare altro che lottare per sopravvivere senza disperare di Dio. Il ricco non aveva bisogno né del povero, né di Dio, per vivere bene; al povero gli mancò di tutto, dei beni ed un prossimo compassionevole, ma ebbe sempre Dio dalla sua parte quantunque non lo sapeva.
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
19 "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di lino e banchettava sontuosamente ogni giorno. 20Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 che desiderava nutrirsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco. Anche i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Ora avvenne che il povero morì e gli angeli lo portarono nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Essendo all'inferno, in mezzo ai tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno, 24 e gridò: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché soffro tormenti in queste fiamme". 25 Ma Abramo rispose: 'Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni in vita, e Lazzaro, a sua volta, i mali: ora lui è consolato, mentre tu sei tormentato. 26E anche tra noi e voi vi è un grande abisso, perché non si riesca ad attraversare, anche se si vuole, né da qui a voi, né da lì a noi'. 27 Il ricco rispose: "Ti prego, dunque, padre, di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, 28 affinché dia la sua testimonianza, e così evitare che vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti, che ascoltino loro". 30 Il ricco riprese a dire: "No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si pentiranno". 31 Rispose Abramo: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se qualcuno risorge dai morti".
1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Luca considera destinatari dell'insegnamento di Gesù i farisei, i quali ha definito poco prima "amanti" del denaro, (Lc 16,14). Non si può passar sopra al dettaglio, se si vuole interpretare correttamente Gesù. Si rivolge solo a chi ama più i suoi beni che il suo prossimo. I diretti destinatari della severa avvertenza non sono un gruppo di fedeli ebrei, bensì tutti coloro che vivono attaccati ai loro beni.
La parabola che si può vedere come un'illustrazione paradigmatica di quando disse già Gesù nella pianura, (Lc 6,20 -21.24-25), contiene una dura condanna della ricchezza, non per la sua provenienza illecita che qui non si menziona, bensì per la sua malefica conseguenza: il suo potere di rendere insensibile il cuore dell'uomo e chiuderlo alla necessità del prossimo. Ma è, inoltre, buona notizia, perché svela dove Dio ha messo le sue preferenze ed il suo cuore. Il Dio di Gesù non è neutrale, si è schierato a beneficio dell'indigente e del sottovalutato, benché lo mostri non sempre in forma immediata o evidente.
La narrazione presenta i personaggi (Lc 16,19.20). Il ricco ha molti beni, ma non ha nome, non ha viso; può essere chiunque. Il povero è identificato dal suo nome, (Lazzaro: Dio aiuta), prima ancora che si menzionino i suoi mali e la sua fame. Il ricco si dava a banchetti giornalieri; il povero era carne per i cani. Non si può dire con altre parole l'abisso che li separava. La morte di ambedue farà che questo abisso, prima non affrancato, diventi ora insormontabile, definitivo. Ma con fortuna invertita.
Il ricco che non aveva fatto niente 'di male', solo vivere dei suoi beni, andò all'inferno. Il povero, del quale non si racconta niente 'di buono', solo di essere povero di tutto, è introdotto nel 'seno di Abramo.' Benché sembri un fine logico dentro l'insegnamento di Gesù, non smette di essere sorprendente in una cultura, come quella biblica, dove i beni sono buoni, perché provengono dal buon Dio. Ma, insegna Gesù, c'è qualcosa più pregiato dei propri beni, vedere, il prossimo che ha bisogno di essi. È in dialogo con Abramo quando il ricco 'imparerà' la lezione. E gli uditori di Gesù, riceveranno un pesante avvertimento. Lazzaro, il povero che non fu soccorso in vita non può aiutare nessuno, né i morti, né i vivi che continuano a godere della vita. Nessuno può aiutare chi non si fa aiutare dalla legge di Dio, Mosè e dai profeti. È Dio, la sua volontà espressa, quella che deve aprire il cuore del ricco alla necessità del suo prossimo. Per il ricco c'è solo un 'miracolo' che possa salvarlo, la presenza del povero al suo fianco. Chi rimane insensibile alla necessità del suo prossimo si sta coltivando la sua propria condanna.
Terribile istruzione: chi non fu compassionevole in vita non riceverà compassione dopo la sua morte. Chi ama i suoi beni più che il suo prossimo, non avrà chi lo soccorrerà. Quello sarà, per sempre, il suo 'inferno.'
 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!

Con questa parabola che gli è propria, Luca ha voluto presentare, in forma particolarmente drammatica, senza concessioni né moine, il pericolo che corre il credente ricco: non è che uno possa, un giorno, perdere quanto ha, è che i suoi averi possono farlo perdere per sempre. Quanto facile risulta per un povero, fidarsi di Dio! E di chi se no? Quanto costa ad un ricco mettere la sua fiducia in Dio: metti la tua sicurezza in noi, gli dicono i suoi beni! C'è qualcosa, dunque, di molto 'brutto' nei 'beni'; essi hanno una capacità molto forte di perversione. Il loro piacere allontana il povero dal proprio cuore e ci pone in contrasto con Dio. L'unico bene in cui il povero conta è Dio. Il ricco, per il quale un povero non conta niente, smette di contare per Dio.
È evidente che Gesù, raccontando simile storia, prendeva una posizione sorprendentemente critica rispetto all'abbondanza di beni in vita. Perché niente di brutto aveva fatto il ricco, al massimo spendere i suoi beni senza considerazione né pietà verso il prossimo che soffriva al suo fianco. E niente fece di buono il povero, se non quello di starsene per terra mendicando un aiuto che non arrivò mai.
Dobbiamo riconoscere che, benché chiaro, l'insegnamento di Gesù non ci aggrada: contraddice non già solo la moda, i valori, della nostra società, bensì, soprattutto, la nostra stessa vita e le opzioni che prende il nostro cuore quotidianamente. Pochi giudizi di Gesù ci risultano tanto irrealizzabili nel mondo in cui viviamo, tanto lontani dalla nostra realtà, come il suo giudizio sulla ricchezza. Nei nostri giorni non c'è chi consideri i beni materiali come un grave pericolo o lo sperpero come un'autentica ingiustizia. I nostri ricchi possono fare quello che vogliono del loro denaro; ciò che ci dispiace è che lo consumino senza di noi. E noi, quelli che diciamo di seguire Gesù, facciamo qualcosa di più per avere maggiori beni, godere di migliori condizioni di vita, poter pagarci i nostri capricci, spendere il nostro denaro come ci pare? Come qualunque altro, invidiamo quanti hanno più di noi, sognando il giorno in cui arriveremo ad essere ricchi ed identifichiamo la fortuna con una somma importante di denaro. Non ci mancano ragioni; perché i beni materiali sono quei beni che ci sono necessari per vivere. Benché sappiamo che il denaro non basta per fare felice una vita, la sua mancanza è già un motivo di infelicità.
Gesù non condanna la ricchezza, non la considera cattiva per sé stessa. Ma con la sua parabola ci fa notare la sua pericolosità: quello che ha molto, per il fatto di avere di più, normalmente non è più sensibile davanti a chi ha meno, normalmente non sente responsabilità di fronte a lui. Crede di potere disporre del suo denaro solo perché gli appartiene, senza che gli importi il fatto che altri non abbiano di che cosa vivere. Avere di più, godere meglio, spendere rapidamente, è per molti oggi il fine della loro vita; Gesù ci fa notare che quello può essere anche il fine: la cosa brutta non era il fatto che il ricco possedesse molto, ma che non mettesse qualcosa a disposizione del povero. Sprecò i suoi beni, e la sua vita per sempre, non perché spendesse molto, bensì perché non si consumò un po' a beneficio di chi era nella necessità. La cosa brutta dei beni non è averli, né desiderarli. La cosa brutta sta nel fatto che chi più ha, meno dà. Gesù ci avvisa con calma: la nostra fortuna finale non dipende da quello che abbiamo potuto accumulare in vita bensì da quanto abbiamo voluto condividere. Sopravvivremo non per quanto avremo speso in vita, bensì per quello che abbiamo voluto mettere a disposizione degli altri.
Tutto quello che ebbe il ricco non gli valse per salvarsi. Poté comprarsi di tutto in vita, meno che un posto vicino a Dio dopo la sua morte. E chi più aveva fu chi perse di più, non già la vita ed alcuni beni, perse tutta la vita e Dio. I beni che abbiamo, il benessere che godiamo, il denaro che sprechiamo possono farci star bene senza l'unico Dio e l'autentica buona vita, ma non godere della sua intimità per sempre. A tanto rischiamo quando ci attacchiamo ai beni che periscono con noi: dimentichiamo che l'unico bene che sopravvivrà è quello che facciamo agli altri; il bene che facciamo a noi stessi morrà con noi; il bene che non facciamo a chi è nella necessità ci condannerà. Non inganniamoci mettendo come scusa che, in fin dei conti, noi non siamo tanto ricchi come il signore della parabola. Benché non possediamo tanto per banchettare splendidamente ogni giorno, basta che ci sia qualcuno vicino a noi che abbia maggiori necessità e mangi meno. Comparato con quanto volessimo avere, saremo sempre poveri; in paragone con chi dispone meno di noi, siamo, in realtà, benestanti. Non rimanere al passo di chi ha bisogno, non aiutare chi ha bisogno, ci fa ricchi ed egoisti, benché possediamo poco. Dio ci ha dato i beni per fare il bene e, così, farci migliori, non più ricchi. Quello che siamo riusciti ad accumulare nella vita c'è stato concesso affinché rispondiamo alle nostre necessità e a quelle del nostro prossimo.
Gesù non demonizza la ricchezza in sé stessa. Sottolinea l'insensibilità che produce nell'anima di chi la possiede: chi non vide con pietà l'indigenza altrui diventa sordo alla parola di Dio ed i suoi profeti, e non darà credito alle sue opere più stupende. Neanche il miracolo più portentoso è capace di cambiare il cuore immutabile davanti alla povertà del fratello: chi non ha ascoltato la voce dell'indigente non obbedirà alla legge di Dio né ascolterà la sua voce, benché la senta. Per sentire Dio bisogna ascoltare il povero. La sua esistenza miserabile è il solo "miracolo" che può operare la nostra conversione. Abbiamo poveri a sufficienza intorno a noi, affinché possiamo convertirci alla povertà. Dio ci ha dato tanti prossimi che hanno bisogno di noi, dei nostri beni, perché Egli vuole essere nostro unico Bene. In ogni povero che convive tra noi, Dio ci ha dato un motivo, e l'occasione, per la nostra conversione.
Nella parabola Gesù, inoltre, ci fa un secondo avvertimento. Chi non vede con pietà l'indigenza altrui non sentirà la parola di Dio né darà credito alle sue opere più stupende. Sarebbe stato inutile che un ricco tornasse alla vita, non per salvare se stesso, ma semplicemente per avvisare la sua famiglia. Chi è insensibile davanti ad un mendicante che ha vicino a sé, diventa sordo alla voce stessa di Dio ed annichilisce anche la sua capacità di vedere prodigi. I miracoli sono insufficienti, Dio stesso è superfluo per chi non si intenerisce davanti allo stato di necessità del suo prossimo. Il portento più stupendo o la stessa legge di Dio non possono cambiare il cuore un uomo che ama più i beni che il suo prossimo che preferisce sprecare il suo denaro invece di soccorrere il bisognoso. Risulta commovente vedere come i beni che possediamo finiscono per possederci, occupano il nostro tempo e sequestrano i nostri migliori sentimenti, prendono in ostaggio il nostro cuore. E la cosa brutta non è che Gesù ce lo faccia notare; la cosa peggiore è che siamo spesso tutti spettatori, e vittime, di quella tentazione di optare per i nostri beni contro il nostro prossimo.
Se prendiamo sul serio la parabola di Gesù, ci accorgeremo che ha anche un messaggio promettente. Finché c'è qualcuno vicino a noi da soccorrere, non stiamo salvando noi stessi, ma neanche siamo persi per sempre. Finché esiste vicino a noi qualcuno con maggiori necessità di noi, abbiamo ancora la speranza di guadagnare Dio per sempre. Il povero da curare è la nostra assicurazione sulla vita eterna! Nessuno è completamente perso - né salvo! -, se ha qualcuno a cui badare. Nessuno di noi ha così pochi beni da non avere possibilità di aiutare con quello che ha: che Dio sia il nostro futuro Bene dipenderà sempre dal fatto che mettiamo i nostri beni al servizio di chi ha più bisogno di essi. Serviamoci di quanto Dio ci diede in vita per averlo come Dio per sempre.
Più che stupirsi per l'inappellabile condanna del ricco e la salvezza senza troppo sforzo del povero, bisogna sorprendersi - lì sta il 'cuore' di questo vangelo - del Dio che si rivela in entrambe le attuazioni: un Dio che concede, e per sempre, la compagnia di Abramo a chi visse tra i cani; un Dio che esce in difesa solo di chi non ha avuto nulla, neanche compassione del suo prossimo; un Dio che non sopporta che non si tratti bene chi non ottenne beni. Badare al povero non è, dunque, compito opzionale per un credente. Dio ci ha dato i poveri perché vuole essere Lui, un giorno e per sempre, la nostra ricchezza.
Juan J. BARTOLOME sdb
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