MONASTERO MARANGO," E’ solo questione di fede"

VENTISETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
E’ solo questione di fede 
Ab 1,2-3;2, 2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17, 5-10
L’Evangelo in queste domeniche ci sta portando per mano dinanzi alle esigenze radicali della sequela
di Gesù di Nazareth. Seguire la sua via richiede obbedienza, richiede distacco dalle cose, richiede un uso libero dei beni della terra, richiede la crocifissione dell’uomo vecchio, richiede l’attenzione all’altro, la condivisione autentica e coraggiosa senza la quale si resta in aridi inferni come il ricco della parabola della scorsa domenica. La via della vita nuova è l’ascolto di Dio, come in quel racconto diceva Abramo al ricco nell’inferno.

            Dinanzi a tutto ciò il problema è uno solo! Ci fidiamo di Cristo? Come è la nostra fede? Gli apostoli comprendono bene che il nucleo di tutto è lì ed infatti ecco la loro domanda: Aggiungici fede.

            La risposta di Gesù suona dura perché contiene la certezza che essi fede non ne hanno proprio; aggiungici fede presuppone infatti, che già ce ne sia e che si comprende che ce ne voglia di più, Gesù invece con la sua risposta dice che non è questione di quantità ma di qualità: per la quantità ne basta quanto un granellino di senape che, come già dice l’Evangelo di Marco (4,31), E’ il più piccolo dei semi che sono sulla terra.  Non è questione di quantità perché, dice Gesù, una fede così minuscola può fare cose immense. Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi scriverà: “Tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4,13).

            Il problema è se c’è fede o meno. Quando essa c’è, c’è tutto perché se è vera essa trasforma la vita, se è vera diviene subito concreta operosità: la vita di fede non può essere vita di stasi. In fondo bisogna capire che il parlare di fede e di opere ha un fondamento soltanto nelle patologie della fede. Una fede malata (cioè che non è vera adesione al Signore) è senza opere, senza concretezze, Un’ autentica adesione al Signore ci rende come Lui e quindi ci rende come Lui “schiavi” per amore dei nostri fratelli. Ecco perché il detto sul granellino di senape si versa immediatamente nel discorso circa gli schiavi inutili.

            Luca usa qui la parola “schiavo” in senso positivo (nel Quarto Evangelo essa è assunta negativamente nel senso di una relazione con Dio vissuta da schiavo e non nella libertà dei figli. Cfr Gv 8,34-35).

            La parabola di oggi potrebbe apparire con dei risvolti irritanti; ad una lettura superficiale pare che descriva Dio come quei padroni incontentabili che spremono i servi (i dipendenti, diremmo oggi) fino allo stremo … ai tempi di Gesù ce n’erano tanti di padroni così, padroni che cosificavano gli schiavi o i servi fino a farli morire di fatica … anche oggi ce ne sono e fanno tutto in modo più “pulito” e “legale” … ma l’esito è molto simile … Dio però non è così; non è di Dio che la parabola vuol parlare; d’altro canto il Dio che si evince dall’Evangelo è un Dio che in Gesù “non è venuto per farsi servire ma a servire” (cfr Lc 12,32), in Gesù si e rassomigliato al servo che sta in piedi a servire e non al padrone che sta comodamente a tavola (cfr Lc 22, 27). La parabola dunque vuol dirci non del comportamento di Dio ma di come deve essere il nostro comportamento verso Dio … un comportamento senza calcoli, né pretese, senza contratti o patti.

            Come lo schiavo appartiene al suo padrone che fa di lui ciò che vuole (tale era la prassi comune nell’antichità), così lo schiavo del Signore appartiene al Signore che lo porta per le sue stesse vie (è questione di fede, di adesione, di essere con; si è schiavi del Signore solo per la fede!), che lo fa suo collaboratore per trasformare la storia con un nuovo modo di essere uomo (quello vero, da sempre sognato da Dio): amando senza nulla pretendere.

            La differenza tra gli schiavi che tutti, ai tempi di Gesù avevano sotto gli occhi, e lo schiavo del Signore è che il primo è schiavo contro la sua volontà e non può fare diversamente, il secondo si è fatto tale da sé con un atto preciso della volontà che è la fede, l’adesione.

            Infatti le parole di Gesù qui ci riportano a Lui che si è fatto schiavo per amare fino all’estremo, ha preso il supplizio dello schiavo per raccontarci Dio.

            Essere schiavo per il cristiano è allora via vera della sequela. D’altro canto, qualche domenica fa, sostando su Lc 14, 25-35, sentimmo che si può essere discepoli di Gesù solo se si dà a Lui un primato autentico (è Lui solo il Signore e viene prima anche degli affetti più sacri!), solo se si prende la croce, solo se si rinunzia a tutti gli averi. Pensiamoci: uno così è nella condizione di schiavo. Gesù ha scelto questa via e ci chiede di essere con Lui, senza pretese, senza quella logica “religiosa” di accumulare “meriti”, una logica che davvero mortifica l’Evangelo!

Lo schiavo deve ricordare che è uno schiavo “inutile” e qui è necessaria una precisazione: “inutile” non significa che il servizio dello schiavo è “inutile”, cioè che “non serve”; la parola greca che qui è usata può essere tradotta più opportunamente e più chiaramente con “senza utile”, “senza profitto”, “senza guadagno”, “senza vantaggio”. Insomma non si sta con Cristo, schiavi di Lui, schiavi come Lui, per ricevere un utile (siano pure i “meriti” per la salvezza!).

            Gesù ci vuole davvero liberare. Anche da quell’ossessione “religiosa” dell’accumulo dei meriti. Tanto più desidera liberarci da quell’idea tremenda che il nostro essere di Cristo, di Dio ci pone in una condizione di privilegio rispetto agli altri nella storia. Ripetiamocelo con coraggio: nessuna esenzione per chi segue Gesù. Non crediamo che seguirlo ed amarlo ci fa ricevere la ricompensa di una vita più facile, più agevole, scevra da dolori! La fede non è una “assicurazione”! Chi fidandosi lo segue avrà, però, la capacità di attraversare la storia con i suoi dolori, i suoi bui, le sue contraddizioni con una forza altra, con una luce altra; avrà la capacità di attraversare la storia amando e trovando senso e dando senso a tutto.

            Basta un granellino di senape di fede e potremo ripetere con Paolo: Tutto posso in Colui che mi dà forza.

Fonte:MONASTERO DI RUVIANO,