MONASTERO MARANGO, "La gratitudine di annunciare il Vangelo della misericordia"

27° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Ab 1,1-3; 2,2-4; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10
La gratitudine di annunciare il Vangelo della misericordia

1)Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi?

Etty Hillesum, una giovane ragazza ebrea morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni, scrisse nel suo diario, all’inizio degli orrori della Shoah: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E continuava il giorno successivo: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente in me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo noi aiutiamo noi stessi…Sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita…E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».
Sì, è proprio vero: in questo tempo in cui Dio sembra che si sia fatto assente, quando sembra non rispondere al nostro grido di aiuto, siamo chiamati noi a rimanergli fedeli, a non spegnere questa piccola luce della sua presenza in noi. Sembra che Dio vada aiutato ma in realtà, se rimaniamo in questa sconcertante relazione, siamo noi a essere aiutati a non perderci del tutto, nell’abisso delle nostre paure e della solitudine che distrugge ogni orizzonte e che annuncia la desolazione più totale, la notte senza più alba.

Ho davanti a me rapina e violenza.
Chi, oggi, grida per la insopportabile devastazione a cui è sottoposta la Siria e l’Iraq? «La logica delle armi e della sopraffazione, gli interessi oscuri e la violenza continuano a devastare interi Paesi e fino ad ora non si è saputo porre fine alle estenuanti sofferenze e alle continue violazioni dei diritti umani. Ad Aleppo i bambini devono bere acqua inquinata!» (papa Francesco).
Il limite imposto al male, di cui l’uomo è artefice e vittima, si trova nel mistero di Cristo, misericordia incarnata che ha vinto il peccato e la morte. Dobbiamo fissare lo sguardo su Gesù, ma anche sui tantissimi volti sofferenti, vicini e lontani, che cercano rifugio e protezione. Nel lavoro instancabile di tante persone , impegnate nell’accoglienza, nella ricerca della giustizia e nella pace, c’è il segno che il male ha un limite e non ha l’ultima parola. Penso alle comunità cristiane che io stesso ho incontrato in numerosi viaggi in Iraq. «In mezzo a tanta oscurità queste Chiese tengono alta la lampada della fede, della speranza e della carità. Aiutando con coraggio e senza discriminazioni quanti soffrono e lavorano per la pace e la coesistenza, i cristiani mediorientali sono oggi segno concreto della misericordia di Dio» (papa Francesco). Se teniamo Dio nell’orizzonte dei nostri pensieri e delle nostre azioni, questa notte finirà e vedremo un’alba nuova. Sì, «soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza.
Si tratta di ravvivare in noi il dono di Dio che è lo Spirito Santo, «Spirito di forza, di carità, di prudenza».
Possiamo vedere un legame fra le tre parole: la forza si trova unicamente nell’amore, e questo agisce attraverso le vie della prudenza e della saggezza. In un mondo che non si vergogna di fare il male, noi non dobbiamo vergognarci del Vangelo, che è «potenza di Dio per chiunque crede». La forza che ci viene data è ancora un dono dello Spirito Santo, per poter essere testimoni credibili del Signore Gesù in qualsiasi situazione, anche nelle esperienze più dolorose, nelle prove e nelle persecuzioni. Molti di noi hanno preso come modello di vita «i sani insegnamenti» di santi, di profeti e di martiri, anche del nostro tempo, apparentemente così privo di segni profetici del Vangelo. E poi, sempre «mediante lo Spirito Santo che abita in noi» siamo chiamati a custodire il bene prezioso che ci è stato affidato. Siamo chiamati a essere custodi del Vangelo, non per tenerlo per noi, ma per consegnarlo, con tutta la sua potenza di guarigione, al mondo intero.

Il vangelo afferma che credere non è mettersi a sedere e aspettare inoperosi che il Signore venga. La fede assume la sua incomprensibile efficacia (trasferire un albero in mare) quando ci poniamo al servizio del Signore e del suo Regno, di lui che è diventato il servo di tutti noi. Non possiamo pensare che sia solo lui a servire. Dobbiamo servire assieme a lui perché egli ha detto: «Dove sono io , là deve essere anche il mio servo» (Gv 12,26). E questo senza alcun orgoglio o pretesa. Mettersi a servizio dei fratelli non può avere come effetto la brama di potere, il desiderio di occupare posti di prestigio, il voler essere riconosciuti pubblicamente per il bene che si è fatto. Essere «servi inutili» non significa che il nostro servizio non abbia valore. Significa piuttosto che non dobbiamo pensare, per il fatto di aver servito, di dover ottenere delle utilità, dei vantaggi, delle promozioni sul campo. Il servo rimane servo. San Paolo dice che la sua ricompensa è la gratitudine per aver ricevuto il compito di annunciare il Vangelo della misericordia a tutti.
Siamo salvati per grazia. Se davvero tutto è stato compiuto in Cristo, allora è vera la nostra confessione di fede: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».


Scatto Giorgio
Fonte:MONASTERO MARANGO, CAORLE (VE)