MONASTERO MARANGO"Dio alla ricerca della via che ci riporta a casa"

24° Domenica del Tempo Ordinario (anno C)
Letture: Es 32,7-11.13-14; 1Tm 1,12-17; Lc 15,1-32
Dio alla ricerca della via che ci riporta a casa
1)Mi è stata usata misericordia.
Tutti i testi scelti per questa domenica parlano della misericordia di Dio. Possiamo dire, come va
ripetendo sempre papa Francesco, che il nome di Dio è ”Misericordia”. «Non ci capiti di sbagliare strada. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero. Perché la carità è sempre immeritata, incondizionata e gratuita!». (Francesco, Amoris laetitia, 296).
Già nell’Antico Testamento leggiamo parole di grande emozione spirituale: «Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Es 34,6-7). Questo Dio è anche capace di castigare la colpa, ma solo per poco tempo (fino alla terza e alla quarta generazione), ma dilata il suo amore all’infinito (per mille generazioni). Santa Teresa di Gesù bambino era convinta che tutti i nostri peccati, anche i più gravi, non sono che una goccia d’acqua nell’oceano di fuoco della misericordia del Signore.

Paolo si sofferma sul fatto che lui è stato oggetto di questa misericordia, non solo perché «Cristo ha voluto dimostrare tutta la sua magnanimità», ma anche perché colui che prima era «un bestemmiatore, un persecutore e un violento», diventasse un esempio per quelli che avrebbero creduto in Gesù. Per evidenziare tutto il paradosso della misericordia di Dio, del tutto incomprensibile per i nostri ragionamenti e per le nostre logiche religiose, abituate a pesare con il bilancino la misura del dare e dell’avere, Paolo si mette all’ultimo posto: chiama se stesso «il primo dei peccatori» affinché potesse apparire in tutta la sua grandezza la magnanimità di Dio. Così egli diventa la testimonianza vivente della misericordia del Signore, narrazione nella sua carne redenta delle grandi cose compiute da lui che agisce con potenza e sceglie ciò che è debole, ignobile e disprezzato, perché nessuno possa vantarsi davanti a lui (cfr. 1Cor 26-31). Quello che siamo lo siamo solo per grazia.

Va in cerca di quella perduta, finché non la trova.
Il Vangelo racconta le tre parabole della misericordia. Dio non è soltanto colui che perdona il peccatore che si pente, ma va anche in cerca della pecora perduta «finché non la trova». Sembra addirittura che il pastore attribuisca a sé la responsabilità di ciò che è accaduto. Dice infatti il testo del Vangelo: «ne perde una». Così anche nella parabola delle dieci monete, in maniera ancora più esplicita, dal momento che le monete non si muovono da sole: «ne perde una». Nella terza parabola il padre non aspetta in casa il figlio perduto, ma gli corre incontro, gli si getta al collo e non smette di baciarlo. Scrive Von Balthasar che «la ricerca di Dio per colui che è perduto non significa che egli non sappia dove questi si trovi, significa che cerca le strade – se qualcuna di esse sia la giusta – su cui il peccatore può trovare la via del ritorno». Questa è la fatica di Dio: trovare per ciascuno di noi la via che ci riporta a casa. Per questo il Padre ci ha donato suo Figlio: perché ci fosse compagno in questo difficile esodo. Perché fosse lui stesso la via. Gesù ci ha cercato su tutte le strade della terra e non ci ha trovato. Allora si è inoltrato, da solo, fin nella più profonda e oscura lontananza del peccatore, è sceso nel suo inferno, fino a sentirsi abbandonato dal Padre. Sulla strada dei perduti il Figlio di Dio si è affaticato fino a morire: «mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori.
La prima lettura sembra contraddire quanto abbiamo affermato finora. E’ proprio vero che Dio usa misericordia a tutti i peccatori, o non è piuttosto un Dio vendicativo? Molti pensano proprio così. Ma il testo biblico, letto nella sua verità, non è capace di attribuire a Dio la stessa ira di cui è esperto l’uomo. Perché dovrebbe accendersi l’ira di Dio contro il popolo che lui stesso ha fatto uscire dalla terra d’Egitto «con grande forza e mano potente»? Mosè, nella sua supplica, nella sua incessante preghiera, conosce l’intenzione profonda di Dio, la sua fedeltà ai padri, l’amore indefettibile per il suo popolo. Il profeta si appella a quanto c’è di più divino in Dio. «Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della preghiera di intercessione non è di ottenere un cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai doni di Dio. Egli ci concede di desiderare quanto vuole donarci»(card.Martini). Questo cuore di Dio, misericordioso e fedele, non si allontanerà dal popolo nemmeno quando questi rompe tragicamente l’Alleanza, si fabbrica innumerevoli idoli ai quali sacrifica la propria libertà e la propria vita, si macchia dei delitti più orrendi.
A motivo di questo grave peccato Israele sperimenterà l’umiliazione dell’esilio, la dispersione in terre lontane, la perdita della sua libertà. Ma nessun esilio di Israele può essere definitivo: «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,13).
Mosè intercede davanti a Dio in favore del suo popolo, perché conosce il cuore di Dio. Ma vi è molto di più. Nella preghiera di intercessione «Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli desidera che mostriamo per gli altri interesse, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità, attraverso l’essere gli uni per gli altri, come lui è misteriosamente in se stesso un perpetuo dono di sè»
(card. Martini).


Giorgio Scatto
MONASTERO MARANGO Caorle (VE)