Mons.Antonio Riboldi, "Nessun servo può servire a due padroni"

Omelia del giorno 18 settembre 2016
Nessun servo può servire a due padroni
Tutti sappiamo che è un inganno alla coscienza ‘mettere un piede in due scarpe’! Eppure succede.


Ma la Parola di Dio non ammette distorsioni: comprende la nostra debolezza umana, pronta a deviare, ma stimola costantemente al ritorno sulla retta via con il Suo aiuto.

Noi, confessiamolo senza paure, che sono spesso pericolose ipocrisie, siamo talmente abituati a tanti piccoli o grandi compromessi con il male, da non riuscire, il più delle volte, neppure a vedere ciò che è bene e ciò che è male in ciò che pensiamo, diciamo o facciamo … soprattutto oggi!

Siamo ricchi, viviamo ‘da ricchi’ (e qui per ricchezza intendo non solo il possedere realmente, ma il chiuderci nell’’amore’, nel desiderio del denaro, dei tanti capricci: anche se non possiamo forse permetterceli viviamo nel rimpianto o nell’invidia per chi li può ‘godere’!) e ci diciamo a posto con la coscienza e con Dio.

Quello che Dio, Bene supremo, non può accettare assolutamente è il vivere nell’ambiguità, pensando di poter seguire e servire Lui e contemporaneamente il nostro egoismo, il mondo.

Siamo un poco come quella gente che sta sulla soglia di una chiesa, con un piede dentro e uno fuori, e la pretesa di credersi fedeli a Dio, restando servi del mondo.

Ma Gesù chiude oggi ogni nostra velleità, che ciò sia possibile, con parole dure, ma vere, che dovrebbero portarci a scelte diverse da quelle che, forse, facciamo … Nel Vangelo ci propone una parabola un po’ difficile e sconcertante, in cui è di scena uno dei tanti personaggi corrotti e furbi che popolano troppo spesso anche le cronache dei nostri giorni.

Si tratta di un amministratore che aveva mal gestito il patrimonio di un’azienda e che viene alla fine scoperto, rischiando il licenziamento. Di fronte all’incubo di perdere lo status sociale acquisito, egli ricorre a un meccanismo finanziario che lo penalizza temporaneamente, ma che gli permette di sanare i bilanci e di mantenere l’incarico.

“Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: ‘Tu quanto devi al mio padrone?’. Quello rispose: ‘Cento barili d’olio’. Gli disse: ‘Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta’. Poi disse ad un altro: ‘Tu quanto devi?’. Rispose: ‘Cento misure di grano’. Gli disse: ‘Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta’. Vedendo la mossa del suo intendente:  Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza’.

Ed è proprio qui che scatta l’applicazione fatta da Gesù. È indubbio che quell’amministratore è un mascalzone – e questo non può certo essere oggetto di imitazione –, ma egli rivela che, quando si è in una situazione estrema e grave, si deve afferrare l’unica tavola di salvezza, anche a costo di una penalizzazione dei propri interessi. Ecco, allora, l’amara conclusione di Cristo: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce… Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto, e chi è disonesto nel poco è disonesto anche nel molto …

Purtroppo – fa capire Gesù – “i figli della luce”, cioè le persone normali e oneste, sono spesso più lenti e meno pronti a compiere il bene e soprattutto a cogliere le occasioni che Dio presenta sulla loro strada. Cristo in particolare pensa al fatto di tanti suoi uditori che non capiscono l’urgenza di una decisione netta e forte nel seguire la sua parola. L’amore al denaro, alla ‘poltrona’, schiavizza troppa gente, può depredarci di tutto quanto veramente ha valore, fino a renderci pagliacci in mano di quel tremendo burattinaio che è appunto la ricchezza ‘disonesta’

Ma anche l’omissione e l’inerzia sono un peccato: peccare non è solo non fare il male, ma anche non fare il bene.

 “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà a uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a due padroni: a Dio e a mammona”. (Lc. 16, 1-15)

Quanto è stupenda invece la libertà di Gesù, povero e umile, Lui che ‘da ricco che era si fece povero per arricchire noi della sua povertà’.

È grande, profonda e vera gioia, quella di poter dire: ‘Non mi inchino a nulla’, ma di mia scelta, per fare posto all’amore, voglio mettermi al servizio del Padre e di ogni uomo. Questa è la vera libertà.

Una scelta che ci aiuta ad uscire da ogni compromesso, per non rischiare di cadere nella situazione che, con durezza, il profeta Amos stigmatizza:

“Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: ‘Quando sarà il prossimo plenilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con il denaro gli indigenti e il povero con un paio di sandali’. Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere”. (Amos 8, 4-7)

È davvero difficile, ma necessaria, la fedeltà a Dio e al Suo amore, come del resto lo è anche tra di noi uomini. E’ l’unica via sicura per realizzare le parole che l’apostolo Paolo scrive, oggi, nella lettera a Timoteo: “Carissimo, ti raccomando prima di tutto che si facciano domande, suppliche e preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità”. (Tim. 2, 1-8)

Quanta necessità abbiamo oggi di poter trascorrere giorni ‘tranquilli e calmi’ tra di noi!

Accogliamo l’esortazione di Gesù: imitiamo la determinazione con cui agisce l’amministratore disonesto, ma impegnandoci con risolutezza nel bene, così da ‘farci degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi ci accolgano nelle dimore eterne”

Antonio Riboldi - Vescovo

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