Monsignor Francesco Follo, "La Potenza della fede è potenza dell’amore"

La Potenza della fede è potenza dell’amore
XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 2 ottobre 2016
Rito Romano
Ab 1,2-3;2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10
Rito Ambrosiano
Is 56,1-7; Sal 118; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38
V Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

1) La fede non è un problema di quantità.
Perché, nel Vangelo di oggi, i discepoli chiedono a Cristo. “Aumenta la nostra fede”(Lc 17, 5)?
Perché la richiesta di seguirLo lasciando tutto (cfr. Lc 16, 13) e di perdonare senza misura (cfr. Lc 17, 3-4), ha loro fatto capire quanto piccola sia la loro fede.
Da tempo avevano riconosciuto in Cristo il Figlio di Dio, l’Amore misericordioso e fedele. Oggi, chiedono di avere una fiducia sempre più grande in questo amore misericordioso e fedele di Dio.
In effetti, solo una fede tenace e piena consente di mettere tutta la loro vita sotto il segno della misericordia e della fedeltà.
I discepoli di allora fanno capire a noi discepoli di oggi che siamo chiamati a dare fiducia a questa fedeltà divina, che è l’impegno perseverante e totale con cui Dio si è consegnato all’umanità una volta per tutte nella sua Parola. Credere alla Parola non è un problema di quantità, è dare la parola alla Parola, è impegnarsi senza riserve con Colui che si è impegnato nei nostri confronti, senza ripensamenti.
Per far capire che non si tratta di avere una fede quantitativamente grande, ma qualitativamente autentica e tenace, il Cristo fa un paragone molto convincente: il gelso è saldamente abbarbicato alla terra e neppure le tempeste riescono a sradicarlo. Ebbene, basta un briciolo di fede -piccolo come un granello di senape- può sradicarlo. La fede è un affidarsi umilmente e totalmente a Dio, è l’accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre. Le possibilità di riuscita non sono dovuta alla grandezza delle nostre capacità ma all’ampiezza dell’amore di Dio verso di noi e nel quale noi crediamo.
Un esempio attuale ci viene da Santa Teresa di Calcutta, che non ha certo compiuto gesti spettacolari, ma che con grande fede operosa ha mostrato come dalla potenza della fede sgorga la potenza dell’amore. Questa Santa ha fatto ben più che trapiantare gelsi in mare. Cominciando ad occuparsi dei moribondi di Calcutta, ha curato e salvato una folla innumerevole di poveri grazie anche alle migliaia di suore che l’hanno seguita e la seguono tuttora. Grazie ai suoi occhi –puri come quelli degli angeli- Madre Teresa ha saputo riconoscere Cristo nei vari Lazzaro che incontrava nel mondo e grazie alla fede che è sorgente di amore ha saputo curare i più poveri dei poveri con mani sante e pure, per le quali toccare le piaghe di un malato era toccare quelle di Cristo. La “qualità” della fede della Madre dei Poveri ha innescato una corrente di amore totalmente gratuito e disinteressato che tuttora parla molte lingue ed è destinato a durare a lungo.
Santa Teresa di Calcutta ha mostrato che nella Chiesa c’è il ministero della carità, perché la Chiesa non deve solo annunciare la Parola, ma vivere la Parola che è carità.
La salda fede di M. Teresa le permise di vivere in totale abbandono a Cristo, in amorosa fiducia di Lui, al quale lei aveva “semplicemente” fatto spazio, diventandone la sua santa dimora. Questa fede è ben espressa in questa sua preghiera: “Signore, dammi la fede che muove le montagne, ma con l'amore. Insegnami quell'amore che prova gioia nella verità, sempre pronto a perdonare, a credere, a sperare e a sopportare. Infine, quando tutte le cose finite si dissolveranno e tutto sarà chiaro, possa io essere stato il debole, ma costante riflesso del tuo amore perfetto.”
Questa preghiera ci aiuterà a crescere nella fede operosa nella carità.

2) Servizio e gratuità.
Dopo l’insegnamento sulla forza della fede (ne basta una briciola per sradicare un albero), il Vangelo di oggi prosegue con una breve parabola, in cui Gesù non intende descrivere il comportamento di Dio verso l’uomo, ma indicare quello del credente verso Dio: un comportamento di totale disponibilità, senza calcoli e senza pretese.
Il servizio e la gratuità sono le caratteristiche fondamentali del discepolo, che -come tutti in questo mondo- vi si trova con scandalo e peccati, ma vi vive con la misericordia e il perdono. Per questo è necessario un aumento costante di fede, cioè di conoscenza dell’amore di Dio per noi, e vivere nel servizio e con gratuità, perché la carità e giustizia non sono solo volontariato sociale, ma azione spirituale effettuata con la grazia dello Spirito Santo. I santi – e Santa Teresa di Calcutta ne è l’esempio più attuale - hanno sperimentato profonda unità di vita tra preghiera e azione tra amore per Dio e carità per i fratelli.
Questa Santa donna si fece Missionaria della Carità perché nella fede, così salda da resistere all’aridità e all’assenza di consolazioni spirituali, non solamente credette che Gesù è la manifestazione più grande dell’amore di Dio, ma è anche colui al quale noi ci uniamo per poter credere. La fede per lei non era solamente guardare verso Gesù, ma guardare dal punto di vista di Gesù. La fede fu per lei, come deve essere anche per noi, una partecipazione del modo di Cristo di guardare alla vita.
Come insegna Papa Francesco: “La fede è ascolto e visione, e si trasmette come parola e come luce” (Lumen fidei, 37), quindi la fatica più grande del nostro credo forse non è quella di accettare le dottrine, ma di accogliere la fede come un fatto vitale che parla e illumina la vita, cioè che dà senso e significato alla vita.
Insomma, la fede non è un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. La fede è questione di vivere e non solamente di professare, richiede testimonianza coraggiosa e servizio gratuito. Chi dice di credere e di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato (1 Gv 2, 6). Lo ribadisce anche l’Apostolo Giacomo nella sua Lettera: la fede senza le opere (di carità) è vana e inesistente (Gc 2, 26).
Un esempio di questo servizio gratuito che si fa testimonianza è dato dalle vergini consacrate nel mondo, che con il dono totale di se stesse a Cristo mostrano che la fede è il ragionevole abbandonarsi nelle braccia dell’Amato. Queste donne mostrano in modo esemplare che noi tutti siamo chiamati a fidarci non di un mistero nemico, ma amoroso, a seguire non ordini assurdi di una divinità capricciosa, ma una legge della libertà data da un Dio che libera.
Il Dio che la Bibbia rivela è il Dio
che chiede fiducia,
che ha camminato nel deserto e sofferto,
che ha accompagnato e illuminato delle tribù di beduini facendole divenire popolo della speranza,
che ha illuminato i re di Israele,
che ha strappato degli uomini dal pascolo e dalla terra consacrandoli profeti,
che è Parola fatta carne e chiede di essere accolta non solo con le orecchie ma con il cuore.
Queste donne consacrate si sono fatte spose di questo Dio che soprattutto dalla Croce sul Calvario in poi ha dimostrato milioni di volte quanto dolorosamente, appassionatamente ci ama.
Con la loro consacrazione queste donne testimoniano che il granellino di senapa, il granello di fede:
è credere nell'amore di un Dio che ci ama infinitamente e che non viene mai meno;
è amare servendo concretamente l'altro, non servendosi i dell'altro.
è fidarsi e affidarsi alla Parola, potenza dell’amore che è e dà vita.
Dunque la potenza della fede è anzitutto la potenza dell'amore, quell'amore incredibile per l'uomo, per ogni uomo, che Dio ha manifestato nel suo Figlio e che rende il credente stesso capace a sua volta di amare.

Lettura patristica
Bernardo di Chiaravalle (1090 -1153),
De diversis, 23, 5-8

       "Non furono dieci a essere guariti; e gli altri nove dove sono?" (Lc 17,17). Penso che ricordiate che son queste le parole del Salvatore, che rimproverava l’ingratitudine di quei nove. Si vede dal testo quanto abbiano saputo ben pregare coloro che dicevano: "Gesù, figlio di David, abbi pietà di noi" (Lc 18,38); mancò però l’altra cosa di cui parla l’Apostolo (1Tm 2,1), il ringraziamento, perché non tornarono a render grazie a Dio.

       Anche oggi vediamo molti impegnati a chiedere ciò di cui sanno d’aver bisogno, ma vediamo ben pochi che si preoccupano di ringraziare per ciò che hanno ricevuto. E non è che è male chiedere con insistenza; ma l’essere ingrati toglie forza alla domanda. E forse è un tratto di clemenza il negare agli ingrati il favore che chiedono. Che non capiti a noi di essere tanto più accusati d’ingratitudine, quanto maggiori sono i benefici che abbiamo ricevuto. È dunque un tratto di misericordia, in questo caso, negare misericordia, com’è un tratto d’ira mostrare misericordia, certo quella misericordia di cui parla il Padre della misericordia attraverso il Profeta, quando dice: "Facciamo misericordia al malvagio, ed egli non imparerà a far giustizia" (Is 26,10)...

       Vedi, dunque, che non giova a tutti essere guariti dalla lebbra della conversione mondana, i cui peccati son noti a tutti; ma alcuni contraggono un male peggiore, quello dell’ingratitudine; male che è tanto peggiore, quanto è più interno...

       Fortunato quel Samaritano, il quale riconobbe di non aver niente che non avesse ricevuto, e perciò tornò a ringraziare il Signore. Fortunato colui che a ogni dono, torna a colui nel quale c’è la pienezza di tutte le grazie; poiché quando ci mostriamo grati di quanto abbiamo ricevuto, facciamo spazio in noi stessi a un dono anche maggiore. La sola ingratitudine impedisce la crescita del nostro rapporto di grazia, poiché il datore, stimando perduto ciò che ha ricevuto un ingrato, si guarda poi bene di perdere tanto più, quanto più dà a un ingrato. Fortunato perciò colui che, ritenendosi forestiero, si prodiga in ringraziamenti per il più piccolo favore, e ha coscienza e dichiara che è un gran dono ciò che si dà a un forestiero sconosciuto. Noi però, miserabili, sebbene a principio, quando ancora ci sentiamo forestieri, siamo abbastanza timorati, umili e devoti, poi tanto facilmente ci dimentichiamo quanto sia gratuito tutto ciò che abbiamo ricevuto e, come presuntuosi della nostra familiarità con Dio, non badiamo che meriteremmo di sentirci dire che i nemici del Signore sono proprio i suoi familiari (Mt 10,36). Lo offendiamo più facilmente, come se non sapessimo che dovranno essere giudicati più severamente i nostri peccati, dal momento che leggiamo nel salmo: "Se un mio nemico mi avesse maledetto, l’avrei pure sopportato" (Ps 54,13). Perciò vi scongiuro, fratelli; umiliamoci sempre più sotto la potente mano di Dio e facciamo di tutto per tenerci lontani da questo orribile vizio dell’ingratitudine, sicché, impegnati con tutto l’animo nel ringraziamento, ci accaparriamo la grazia del nostro Dio, che sola può salvare le nostre anime. E mostriamo la nostra gratitudine non solo a parole, ma anche con le opere e nella verità; perché il Signore nostro, che è benedetto nei secoli, non vuole tanto parole, quanto azioni di grazie. Amen.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/

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