Monsignor Francesco Follo,"Il povero alla porta è Cristo"

Il povero alla porta è Cristo
XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 25 settembre 2016
Rito Romano
Am 6,1.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16,19-31


Rito Ambrosiano
Pr 9,1-6; Sal 33; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59
IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

1) Il mendicante alla porta.
Il Vangelo di questa 26ª domenica del tempo ordinario ci propone la parabola del ricco epulone (=
mangione) gaudente e del povero Lazzaro. In questo modo siamo chiamati a guardare al povero, che è gettato alla nostra porta dalla fame e dalla guerra, riconoscendo in lui il Cristo che ci salva. La salvezza sta alla porta della nostra vita con gli abiti stracciati del mendicante piagato e affamato: “Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo” (Mons. Luigi Giussani).
Invece di erigere muri siamo chiamati a costruire ponti di carità per i poveri, nei quali vi è il mendicante per eccellenza: Cristo salvatore.
Invece di guardare il povero con fastidio, accogliamolo con carità, con condivisione.
Per capire meglio l’insegnamento di Cristo vediamo la parabola di oggi più da vicino.
In questo racconto il Messia parla di un ricco, il cui egoismo gli impedisce di soccorrere il povero, rifiutando il quale come fratello rifiuta Dio, che di entrambi è Padre.
Quest’uomo ricco, del quale Gesù non dice il nome, è il tipico benestante che si preoccupa unicamente di assaporare le gioie della vita presente, senza pensare né a Dio, né agli altri, e neppure alla vita eterna.
Apparentemente, questo benestante non fa niente di male godendosi la vita, ma è tanto preso da questa gioia passeggera, che non si accorge nemmeno che alla porta della sua casa giace un povero, che per giunta è ammalato e ricoperto di piaghe. Inoltre, questo povero, che ha un nome: Lazzaro (nome che vuol dire “Dio aiuta”1 quindi Dio ci aiuta nel povero) é tormentato dalla fame, che non può soddisfare perché è fuori della porta e non può prendere neppure le briciole che cadono dalla tavola del ricco. Solo i cani hanno pietà di lui e gli leccano le ferite.
Questa prima parte della scena descritta nella parabola ci presenta la forza apparente della ricchezza, che permette di assaporare le gioie passeggere della vita che scorre rapidissimamente e non impedisce il drammatico dolore della morte. Del dopo morte parla la seconda parte della scena, nella quale vediamo Lazzaro nella gioia perenne e il ricco epulone nel dolore senza fine.
Va riconosciuto che le parole usate da San Luca sono molto forti. Lui scrive così perché sia chiaro che l’episodio è simbolico, ma ciò non implica che il messaggio che esse comunicano possa essere minimizzato o equivocato.
La parabola del ricco mangione e del povero Lazzaro affamato, in forma drammatica, presenta tutta la forza provvisoria e distruttiva della ricchezza usata male. Quando la ricchezza è ridotta ad essere solo un mezzo di soddisfazione personale, essa chiude talmente i cuori alle necessità del prossimo, al punto tale da rendere incapaci di vedere chi è nel bisogno e, peggio ancora, spinge a murare la porta per non vedere i medicanti ed escluderli dalla nostra vita. Invece di risolvere il problema con vera carità, lo si censura ipocritamente.
Insomma, la parabola non solo mostra il contrasto tra il povero e il ricco, ma mette in evidenza che il povero e il ricco sono vicini, ma il ricco non si accorge o non vuole accorgersi del povero.
Il vivere da ricchi egoisti rende ciechi di fronte al povero anche se sta davanti alla porta e ciechi di fronte alla Sacra Scrittura che ci dice di riconoscere Dio nel povero. Il ricco egoista non osteggia Dio e non opprime il povero, semplicemente non lo vede. Sta qui il grande pericolo della ricchezza, ed è questa forse la principale lezione della parabola.


2) Purezza angelica e povertà.
Santa Teresa di Calcutta affermava che per riconoscere Cristo nel povero ci vuole una purezza angelica. Se i nostri occhi e cuori sono puri possono riconoscere Gesù in Lazzaro.
Il Redentore ha “assunto” la nostra natura di poveri Lazzari: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita sazia di beni materiali, superba e prepotente. Gesù si è fatto Lazzaro perché potessimo riconoscere la nostra realtà di mendicanti di infinito, di nostalgici di eterno. Lui, il Mendicante, bussa alla porta nostro cuore mendicante di felicità vera: pura.
Per avere questa purezza che sa scorgere Cristo nel povero che si accontenta delle briciole della nostra mensa, occorre –come primo passo- domandare perdono con un cuore contrito.
Il secondo passo è “alzare lo sguardo” a Cristo, come il ricco lo alzò verso Lazzaro in cielo con Abramo e mendicare a Cristo di avere lo stesso destino di Lazzaro, il fratello che ha saputo amare in mezzo alla sua povertà e malattia. Da parte nostra mendichiamo un cuore puro che permetta ai nostri occhi di vedere Cristo accanto a noi, che –come Lazzaro- mendica la nostra attenzione, la nostra pietà.
Il terzo passo è aprire la porta del nostro cuore a cui Gesù bussa rivestito della nostra debolezza per risvegliarci dal torpore di una vita superficiale e sazia di beni materiali.
Il quarto passo è umilmente riconoscerci come poveri “cani” che –come dice la parabola- sono scacciati da tutti ma che si “accorgono del dolore innamorato” di Lazzaro-Cristo e Gli curano le piaghe che li salvano.
Infine convertirsi è domandare umili e pentiti che qualcuno “bagni la punta del dito per bagnarci la lingua” e ci doni comunione di vita. In questa vitale comunione di amore sono superate le barriere tra mariti e mogli, tra figli e genitori, tra confratelli e tra colleghi, tra poveri e ricchi, tra i rifugiati e noi.
Aprendo la nostra porta a questo prossimo, saremo capaci di aprirla a Cristo, l’Emmanuele, il Dio che è sempre con noi e che ci è più prossimo di quanto noi lo siamo a noi stessi.
Tutti siamo chiamati a vivere la purezza per riconoscere Cristo nel povero ed essere mendicanti del Salvatore, ma la vergini consacrate nel mondo testimoniano che la verginità è quella “innamorata povertà” (Jacopone da Todi) che lascia ogni altro amore per donarsi a Cristo. Con il cuore vergine guardano a Cristo come ha fatto la Veronica e diventano ciò che contemplano, mendicando solo il Suo amore.
Grazie a questo amore verginale che contempla l’Amato, il cuore delle vergini diventa il luogo dove si imprime il volto di Cristo, icona di verità. Con la vita di mendicanti dello Sposo testimoniano che lietamente si può lasciare tutto perché con Lui nulla è perduto, ma tutto portato a compimento. Da Lui viene quella luce di perfezione che risplende negli atti, nelle parole, nello sguardo di quelle creature che fanno della nostra vita un canto che canta così:
«Forse che fine della vita è vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere, ma morire, e non digrossar la croce ma salirvi e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!» (Paul Claudel, L’Annuncio a Maria). Il loro cuore è in sintonia con la misericordia e la loro vita consacrata è segno che ciascuno di noi è chiamato ad essere “luogo” abitato da Dio, il cui potente amore perdona e ricrea.

1 Lazzaro vien dall’ebraico: “Elì osèr: Dio aiuta”. Il nome del povero è “Dio aiuta” sia perché Dio aiuta il povero, sia perché il povero è Dio che ci aiuta. Ciò che avete fatto ad uno di questi ultimi lo avete fatto a me, venite benedetti. Cioè il povero è lì ad aiutarci ed ha un nome; il povero è Dio che ci aiuta.

Lettura Patristica
San Gregorio Magno
Hom., 40, 3 s.10


1. Fate dei poveri i vostri avvocati

       "Un tale era ricco e si vestiva di porpora e bisso e banchettava ogni giorno splendidamente. E c’era un mendicante, di nome Lazzaro, pieno di piaghe, che se ne stava per terra alla porta del ricco" (Lc 16,19). Alcuni credono che il Vecchio Testamento sia più severo del Nuovo ma si sbagliano. Nel Vecchio, infatti, non è condannato il non dare, ma la rapina. Qui, invece, questo ricco non è condannato per aver preso l’altrui, ma per non aver dato il suo. Non si dice ch’egli abbia fatto violenza a qualcuno, ma che faceva pompa dei beni ricevuti. Si può capire, quindi, quale pena dovrebbe meritare colui che ruba l’altrui, se è già condannato all’inferno colui che non dona il proprio. Nessuno perciò si assicuri dicendo: Non ho rubato nulla, mi godo ciò che m’è stato legittimamente assegnato, poiché questo ricco non è stato punito per aver rubato, ma perché si abbandonò malamente alle cose che aveva ricevuto. Lo ha condannato all’inferno quel suo non essere guardingo nella prosperità, il piegare i doni ricevuti al servizio della sua arroganza, il non aver voluto redimere i suoi peccati, pur avendone tutti i mezzi...

       Ma bisogna far bene attenzione anche al modo di narrare usato dalla Verità, quando indica il ricco superbo e l’umile povero. Si dice infatti: "Un tale era ricco", e poi si aggiunge subito: "E c’era un povero di nome Lazzaro". Certo, tra il popolo son più noti i nomi dei ricchi, che quelli dei poveri. Perché allora il Signore, parlando di un ricco e di un povero, tace il nome del ricco e ci dà quello del povero? Certo, perché il Signore riconosce e approva gli umili e ignora i superbi. Perciò dice anche ad alcuni che s’insuperbivano dei miracoli da loro operati: "Non vi conosco; andate via da me, gente malvagia" (Mt 7,23). Invece di Mosè è detto: "Ti conosco per nome" (Ex 33,12). Del ricco, dunque, dice: "Un tale ricco"; del povero, invece: "Un mendicante di nome Lazzaro", come se volesse dire: Conosco il povero, umile, non conosco il ricco, superbo; quello lo approvo riconoscendolo, questo lo condanno rifiutando di conoscerlo.

       Bisogna anche osservare con quanta attenzione il nostro Creatore disponga tutte le cose. Il fatto è uno solo, ma non dice una cosa sola. Lazzaro, coperto di piaghe, sta innanzi alla porta del ricco. Da questo unico fatto il Signore ricava due giudizi. Forse il ricco avrebbe avuto una scusa, se Lazzaro povero e piagato non fosse stato proprio alla sua porta, se fosse stato lontano, se la sua indigenza non avesse dato perfino fastidio ai suoi occhi. E se il ricco fosse stato lontano dagli occhi del povero malato, questi avrebbe dovuto sopportare una tentazione meno grave. Ma ponendo il povero e malato alla porta del ricco e gaudente, il Signore, allo stesso tempo, aggrava il titolo di condanna del ricco, che non si commuove alla vista del povero, e fa vedere quanto grande sia la tentazione del povero, che vede ogni giorno lo scialacquio del ricco. Non vedete, infatti, che dura tentazione dovesse essere per il povero non aver neanche il pane, esser malato, e vedere il ricco far feste tra porpora e bisso; sentirsi mordere dalle piaghe e veder quello scialarsela tra tanti beni, aver bisogno di tutto e veder quello che non voleva dar nulla? Che tumulto di tentazioni dev’essere stato nel cuore del povero, per il quale poteva essere già abbastanza la sola pena della povertà, anche se fosse stato sano; e poteva essere abbastanza la malattia, anche se avesse avuto dei mezzi. Ma perché il povero fosse maggiormente provato, fu afflitto contemporaneamente dalla malattia e dalla povertà. Vedeva il ricco muoversi sempre in mezzo a uno stuolo di gente, e lui nessuno lo visitava. E che nessuno lo avvicinasse lo attestano i cani che ne leccavano le piaghe.

       "Morì poi il mendicante e fu portato dagli angeli tra le braccia di Abramo. Morì anche il ricco e fu gettato nell’inferno" (Lc 16,22). Così proprio quel ricco, che in questa vita non volle aver compassione del povero, ora, condannato, ne cerca l’aiuto. Viene aggiunto, infatti: "Alzando gli occhi dai suoi tormenti, vide lontano Abramo e Lazzaro tra le sue braccia e gridò: Padre Abramo, abbi pietà di me. Di’ a Lazzaro che metta il suo dito nell’acqua e ne faccia cadere una goccia sulla mia bocca, perché io brucio in questa fiamma" (Lc 16,23-24). Oh, quant’è sottile il giudizio di Dio! E quant’è misurata la distribuzione dei premi e delle pene! Lazzaro avrebbe voluto le briciole che cadevano dalla mensa del ricco, e nessuno gliele dava; ora il ricco, nel supplizio, vorrebbe che Lazzaro facesse cadere dal dito una goccia d’acqua sulla sua bocca. Vedete, vedete, allora, fratelli, quanto sia stretta la giustizia di Dio. Il ricco non volle dare al povero piagato la più piccola porzione della sua mensa, e nell’inferno è ridotto a chiedere la più piccola delle cose. Negò le briciole e chiede una goccia d’acqua...

       Ma voi, fratelli, conoscendo la felicità di Lazzaro e la pena del ricco, datevi da fare, cercate degli intermediari e fate in modo che i poveri siano vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno innanzi alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno, dopo che voi vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. Le parole del libro sacro ci devono disporre ad osservare i precetti della pietà. Se lo cerchiamo, ogni giorno troviamo un Lazzaro; ogni giorno, anche senza cercarlo, vediamo un Lazzaro.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/