padre Antonio Rungi"Le preghiere e la vita di cuori e mani puri"

Le preghiere e la vita di cuori e mani puri
padre Antonio Rungi
XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (18/09/2016)
Vangelo: Lc 16,1-13 
La parola di Dio di questa domenica, in questo anno della misericordia, ci invita ad elevarci a Dio
con la mente e con il cuore, avendo dentro di noi sentimenti puri e comportamenti onesti. La preghiera delle persone corrotte, di chi sfrutta la gente, le umilia, le offende non può essere accetta a Dio e Dio non l'accoglie di certo. Bisogna convertirsi e rivolgere al Signore con il cuore contributo tutte le richieste di grazia e di provvidenza che Lui può soddisfare nei modi e nei tempi che decide Lui. Su questi temi impegnati, la parola di Dio di oggi, ci invita a fare un vero discernimento sul nostro modo di pensare e di agire nei confronti di Dio e degli altri.
Il profeta Amos denuncia apertamente, riguardo al suo tempo, la corruzione, le ingiustizie che erano evidenti in quel periodo, come in tutti i tempi della storia dell'umanità, che si lascia affascinare dal Dio denaro, dalla ricchezza e dal benessere, sfruttando, in molti casi, i sacrifici e le rinunce fatte dalle persone rette ed oneste, sensibili e quindi generose verso i povere e i bisognosi. Dio non perdona lo sfruttamento di ogni genere, specialmente chi specula sui bisogni degli altri. Questa terribile denuncia, vale più che mai ai nostri giorni. Sfruttamenti in ogni ambito, soprattutto dei bambini e delle donne, dei lavoratori, degli immigrati, di quanti per necessità chiedono un pezzo di pane e vengono maltrattati ed umiliati in vari modi.
La preghiera che oggi la Chiesa rivolge al Signore, all'inizio della santa messa ci mette in guardia, proprio da comportamenti evidentemente contro la dignità delle persone, del lavoro e dal desiderio spasmodico di accumulare beni: "O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore, abbi pietà della nostra condizione umana; salvaci dalla cupidigia delle ricchezze, e fa' che, alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita.
Sulla dignità della persona, sulla sicurezza e sul valore della tranquillità è improntata la seconda di oggi, tratta dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo. L'apostolo Paolo raccomanda, prima di tutto, la preghiera, per tutti dai più grandi ai più piccoli nella scala delle considerazioni sociali e del potere pubblico. Il che l'apostolo lo motiva per il fatto che tutti possiamo condurre "una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio". La motivazione religiosa è esplicitata nei successivi versetti. Una richiesta di grande portata spirituale, umana e sociale soprattutto se applicata ai nostri contesti e alle realtà del mondo d'oggi, spesso in conflitto. Tutti pregano Dio, ma non tutti pregano per lo stesso motivo: quello della pace e della giustizia. Invece si invoca impropriamente il nome di Dio, si alzano mani al cielo, non per chiedere aiuto, ma per fare guerra agli altri, per uccidere e massacrare. Mani macchiate di sangue che si elevano al cielo non potranno mai avere risposta ed accoglienza da parte di Dio. Mani purificate dal lavacro della penitenza, della riconciliazione e del pentimento sincero con la soddisfazione del debito contratto potranno elevarsi al cielo nella speranza di essere esaudite. Il Vangelo di questa domenica, in cui si parla dell'amministratore disonesto ci fa capire, che arriva per tutti il tempo di rendere conto della propria vita, della gestione dei propri beni e quelli degli altri.
E il vangelo non si riferisce solo ai beni materiali, ma soprattutto ai beni spirituali, quelli che hanno valore per l'eternità. Alla fine il Vangelo loda quasi l'amministratore disonesto, non per le cose che ha fatto che sono deplorevoli, ma per la scaltrezza con la quale ha agito ai soli fini egoistici, personalistici ed affaristici. E conclude: "I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne". Ed infine, la lezione morale, il monito che viene dal racconto evangelico, o detto in termini nostri, la morale della favola è questa: "Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza".
Sappiamo quanta corruzione nel mondo e quanta gente, in tutti gli ambiente, specialmente in quelli in cui circolano i soldi, si lascia corrompere dal Dio denaro. Inizia con il poco, a rubare agli altri o al popolo, per arrivare progressivamente a furti sempre più consistenti. Perché la sete del guadagno facile non si estingue mai. E bisogna fare molto attenzione proprio a questo tipo di tentazione che si può insinuare nella vita di qualsiasi persona, pressata dal bisogno o semplicemente perché abituato a uno stile di vita elevato, in cui il denaro fa da regolatore di ogni attività umana.
Scrive il grande santo vescovo d'Ippona: "Io vedo che voi avete tanto amore per il denaro da esserne spinti a intraprendere fatiche, sopportare digiuni, attraversare mari, affidarvi ai venti e ai flutti. Intendo quindi farvi mutare l'oggetto del vostro amore, non farvi accrescere l'amore che volgete ad esso. Dio vi chiede di amarlo nella stessa misura, non di più: rivolgendosi ai cattivi cristiani che sono avari, chiede loro di amarlo tanto quanto amano il denaro. Non pretende un amore maggiore, anche se Dio vale incomparabilmente più del denaro. Da parte nostra copriamoci almeno di rossore, battiamoci il petto, confessiamoci peccatori, non però stendendovi sopra un pavimento [per proseguire nei nostri peccati]. Chi si batte il petto senza correggersi, si indurisce nei suoi peccati senza cancellarli: noi dobbiamo batterci il petto e impegnarci a correggerci, perché non debba poi punirci lui, il nostro maestro".

Fonte:http://www.qumran2.net/