padre Gian Franco Scarpitta, " La fede e ciò che comporta"

La fede e ciò che comporta
padre Gian Franco Scarpitta  
XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (02/10/2016)
Vangelo: Lc 17,5-10 
Che cos'è la rivelazione? Rispondere sbrigativamente che essa è il manifestarsi di Dio all'uomo per
noi cristiani è insufficiente. Occorre infatti che delineiamo anche "come " Dio si manifesta al mondo, sotto quali aspetti e con quali procedimenti. Prima del Concilio Vaticano II si affermava per lo più che la rivelazione sarebbe la comunicazione, da parte di Dio, di nozioni e di verità che l'uomo è tenuto ad accogliere e ad osservare: Dio comunica all'uomo insegnamenti e contenuti da non disattendere (rivelazione proposizionale). Il Concilio Vaticano II, senza per nulla smentire questa posizione, insiste sul fatto che la rivelazione sia innanzitutto il dono che Dio fa di se stesso all'uomo, la sua auto comunicazione personale, il suo voler entrare in comunione con noi intrattenendosi e instaurando rapporti interpersonali e trattandoci come amici. Ciò soprattutto in Gesù Cristo Figlio di Dio. Certamente questa forma di rivelazione dialogica e comunicativa comporta anche un orientamento dogmatico e una serie di proposizioni e di contenuti da accogliere, ma ciò che è fondamentale è che Dio manifesta se stesso, gratuitamente all'uomo.
A Dio che si rivela l'uomo risponde con l'assenso della fede. Questa è un aprirsi spontaneo al mistero, un aderire alla gratuità del dono, un immedesimarsi nella comunione che Dio ci offre manifestandosi. La fede consiste semplicemente nel dire: "Credo", cioè accetto, accolgo con fiducia senza opporre resistenza ed è l'unica prospettiva gratificante. La fede è anche un vissuto, perché comporta un radicarsi concreto in Dio nelle vicende liete come nelle tristi circostanze. Pvolutoroprio perché Dio instaura con noi una dimensione di dialogo e di compartecipazione, la fede comporta anche che non ci si disperi nei patimenti e nelle difficoltà, non si soccomba alle umiliazioni e alla sconfitte, che ci si rialzi andando avanti dopo ogni caduta e si sopporti ogni forma di avversità. Noi del resto non ci affidiamo semplicemente a Dio, ma a un Dio che ha voluto farsi uomo per condividere con noi ogni cosa, sottomettendosi agli insulti e ai vituperi e affrontando deliberatamente la morte. Il crocifisso è un Dio che stramazza e soffre per condividere il suo dolore con il nostro, anzi per fare proprio il nostro patire e soffrire.
Affidarsi a Dio in ogni situazione vuol dire infatti accogliere di buon grado le garanzie e le ricompense, ma, come del resto anche la Scrittura contempla più volte, anche saper soffrire maltrattamenti, ingiustizie, persecuzioni e cattivi eventi, a volte proprio nel momento in cui ci si mostra fedeli al Signore.
La fede si saggia infatti costantemente, come l'oro è provato con il fuoco (1Pt 4, 12) e nella lotta contro le avversità richiede perseveranza e fiducia incondizionata.
Il profeta Abacuc, considerando lo stato precario del popolo contemporaneo in occasione dell'incursione di Nabucodonosor, è mosso dallo sconforto e si concede esclamazioni incalzanti del tipo: "Fino a quando Signore?"; si domanda cioè fino a quando sarà costretto a vedere iniquità e contese tutt'intorno e per implicito anche fino a quando debbano subire immeritato castigo i giusti e i retti, e si assisterà al trionfo incontrastato dei malvagi e dei prepotenti, che continueranno a passare inosservati nelle loro malefatte. Sono domande che ricorrono anche nel Quoelet, che interessano parecchi Salmi e che sottendono lo stato di angoscia e di dolore anche in tempi odierni.
Chiunque è infatti tentato di riprendere Dio quando è costretto ad osservare che "i malvagi vincono e i poveri piangono"; chi non è colto dalla tentazione di bestemmia o di miscredenza al presenziare di tanto orrore e di tanto sangue che bagna vite innocenti, tante volte perfino bambini? La conciliabilità fra il Dio buono e misericordioso che fa giustizia e il dilagare della fame e della distruzione di vite umane nel mondo conduce inesorabilmente ad aver messa alla prova la nostra fede.
Come osserva Grun, il cristianesimo non propone una teoria né immediatamente una lezione o una strategia di difesa o di prevenzione dal male, ma semplicemente ci invita a concentrarci su una persona: Gesù Cristo. Egli che era Dio come il padre e lo Spirito Santo, si è fatto obbediente sottomettendosi in tutto alla volontà del Padre e facendo esperienza diretta del dolore e della sofferenza. Nella croce vi è la risposta alle domande inquietanti sul dolore e sulla morte ma anche una sottaciuta richiesta rivolta a Dio: "Signore, accresci la mia fede". Il Crocifisso ci invita a configurare il nostro dolore con il suo, a ravvivare la speranza proprio nelle occasioni sacrificate e a non darla vinta allo scoramento e all'abbandono.
Gesù indica un espediente sempre valido e attuale perché la fede dei suoi discepoli sia sempre all'altezza di ogni avversità, e questa risorsa è quella dell'umiltà: essa è il presupposto della fede e di ogni altra virtù e suppone sempre disposizione al servizio e all'abnegazione nei confronti di Dio, fiducia disinvolta e indiscussa in Lui soprattutto al momento del dolore e della prova, affidamento alla croce come preambolo della resurrezione. Che un padrone si mostri così burbero e crudele da pretendere che il suo servo, stremato dalla fatica nei campi, non si rifocilli e provveda subito a servirlo a tavola, questo non sempre è possibile che succeda. Quello che fra le righe vuole sottolineare Gesù è appunto l'umiltà e la disposizione paziente che molte volte richiede la nostra fede in lui e la perseveranza nonostante le prove ingenti e massacranti e se la fede si combina con la perseveranza e con l'umiltà essa diventa davvero prerogativa abnorme in grado di smuovere le montagne e sradicare alberi. Forse essa non provocherà questi fenomeni in senso materiale, ma certamente otterrà i dovuti effetti di gratificazione e di ricompensa.
Ma l'intendimento parabolico di Gesù sottende anche un altro significato: sarà Dio stesso, alla fine, il padrone comprensivo che non soltanto non pretenderà sforzi mostruosi dai suoi servi fedeli, ma sarà disposto a passare a servirli egli stesso a tavola, così come Gesù insegna in un altro discorso parabolico sulla vigilanza: Dio non solamente ricompensa la nostra fatica e il nostro sudore, ma si dispone anche a servirci nella misura della nostra fedeltà. Per questo motivo la fede non deve soccombere alla nostra debolezza né gli ostacoli e le prove devono sminuirne la forza e l'efficacia; piuttosto essa va rinvigorita dall'umiltà e dalla penitenza.
Corrispondere alla rivelazione amichevole e spontanea di Dio vuol dire assumere Dio fino in fondo, e l'ossequio della fede è proprio questo accogliere e vivere il Dio risoprto in coloro che gioiscono e il Dio crocifisso in coloro che subisono l'angoscia e la prova e questo ad esclusivo vantaggio solamente nostro.

Fonte:http://www.qumran2.net/

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