padre Gian Franco Scarpitta"Astuti e furbi in vista della carità"

Astuti e furbi in vista della carità
padre Gian Franco Scarpitta  
XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (18/09/2016)
Vangelo: Lc 16,1-13 
Parecchi commentatori considerano le letture di oggi non facili da interpretare e fra questi vi è anche
il sottoscritto. Sembra inverosimile che Dio, sia a proposito del profeta Amos (I Lettura) sia in riferimento al furbissimo personaggio evangelico dedito all'amministrazione, legittimi o addirittura stimi la disonestà. Forse che il Signore si compiace di un amministratore capace di trucchi e di raggiri? Occorre allora innanzitutto considerare l'intero contesto nel quale il messaggio parabolico di Luca viene a trovarsi, cioè il tema della subdola e falsa ricchezza. La corsa al potere e al successo economico, la presunta sicurezza di cui sarebbe capace il denaro e le cose materiali, il vantaggio che in teoria offrirebbero le agiatezze e le condizioni economiche, sono argomenti che sottendono come la ricchezza in realtà impoverisce e rende schiavi, diventando causa di disagio sociale perché preclude ogni possibilità di apertura verso i poveri e i bisognosi. San Francesco di Paola diceva che "il denaro è vischio dell'anima", poiché ci impregna di futilità collose e attaccaticce dalle quali è difficile svincolarci e di cui diventiamo schiavi. In più, la brama del possesso e l'anelito al potere e al vantaggio economico oltre misura, sono matrice di chiusura egoistica e di indifferenza verso il prossimo bisognoso. Chi più possiede, più diventa incontentabile, avido e distaccato e incapace di condividere.
Ora, la ricchezza fa la parte del leone anche in questa liturgia di oggi, poiché in queste letture si riscontra come essa può anche essere "ricchezza disonesta", conseguita cioè con espedienti illeciti e truffaldini. Chi ambisce a possedere denaro succube della cupidigia e dell'avidità insaziabile, coglie qualsiasi occasione per coltivare i propri interessi, soprattutto quando riveste ruoli di estrema responsabilità, come l'economo delegato di cui alla parabola di Luca. E' evidente che, trovandosi nelle possibilità di poter trarre profitto per sé dalle immense ricchezze del padrone che lo aveva preposto all'amministrazione; aveva usato e abusato del suo ruolo, traendo da esso personale vantaggio economico. Le risorse del suo padrone erano servite a soddisfare spesso i suoi piaceri e le sue voluttà personali, sicuro di poter disporre liberamenre di risorse che non gli appartenevano. Mi fa pensare questo suo atteggiamento a tutti quegli scandali che emergono alcune volte dall'operato di amministratori regionali o comunali che sperperano il patrimonio pubblico per fini voluttuari o per banalità effimere, per poi essere smascherati e indagati dalla magistratura. Avevano il ruolo di amministrare le ricchezze per le pubbliche necessità e per sovvenire ai bisogni dei cittadini, e ne hanno invece fatto uso personale improprio. In questo caso, complice riprovevole è la ricchezza, lo smodato possesso di beni materiali, la cupidigia e l'attrattiva che suscita la materia. Ma anche la mancata rettitudine di coscienza, la carenza nel senso del dovere e della responsabilità nei confronti degli altri. Non è fuori luogo a tal proposito la deplorazione di Dio espressa nel profeta Amos (I Lettura): questi condanna le truffe commerciali da parte di tutti quegli esercenti che, nella prosperità economica dell'VIII secolo potevano "usare bilance false", "calpestare il povero", "diminuire le misure (delle merci) e aumentare il siclo". Il giudizio del profeta Amos è di condanna e di riprovazione e si trasforma in un richiamo accorato rivolto a tutta la società e a tutto il popolo, forse culturalmente proclive alle ingiustizie e alle falsità. La perversione sembra qui coniugarsi con l'astuzia e l'iniquità del malaffare e della pessima amministrazione conculcano soprattutto le classi più deboli e indifese.
Ovviamente Gesù, nella persona del padrone di questo disonesto amministratore, non elogia certo la disonestà e la corruzione e non vuole legittimare l'illiceità degli atti amministrativi. Assolutamente è inconcepibile che si approvino ingiustizie e atti truffaldini, non importa dove si esercitino e da dove essi provengano. Ciononostante il Signore sottolinea che vi è una qualità che il più delle volte coltivano i "figli delle tenebre", ma che andrebbe invece messa in atto dai "figli della luce", cioè dalle persone oneste e integerrime: la furbizia. Grazie a un piano ingegnoso, probabilmente rinunciando alla parte che gli spetta, il disonesto amministratore riesce a recuperare la stima e la fiducia del padrone mettendo questi nelle condizioni di non perdere nulla. Agisce insomma con scaltrezza e con fare astuto, al punto che il padrone ritiene opportuno non rimuoverlo dall'amministrazione, in quanto vede che è capace di uscirne anche nelle situazioni difficili. La sua furbizia lo salva nella situazione di disonestà.
E qui subentra l'insegnamento di Gesù: osservato questo disonesto economo: non approvo la sua nequizia e la sua ingiustizia, ma come lui ha usato scaltrezza nel perseguire i suoi illeciti vantaggi, anche voi dovete essere altrettanto furbi e astuti nel realizzare onestà, giustizia ed equità per guadagnare il Regno di Dio. Ciò che i malfattori esercitano in senso perverso, voi "figli della luce" mettetelo in atto per nobili finalità. Dosare insomma la bontà e l'onestà con la furbizia è il monito fondamentale di Gesù, innanzitutto per non lasciarci ingannare da chi sempre tende a destabilizzarci: chi opera le truffe, i raggiri, gli inganni ha di mira soprattutto i figli della luce, le brave persone generose e ben disposte, gli umili e i sensibili di cuore, che sono oggetto irrinunciabile di astute manovre di raggiro. E' il caso di tutte quelle telefonate che arrivano ai Conventi e alle parrocchie da parte di presunte "associazioni di beneficenza" o "editori di libri spirituali" che sperano di approfittare della buona fede degli ignari interlocutori per poter concludere i loro affari. Come pure le visite di falsi bisognosi capaci di ingannare con la recita di storie lacrimose per carpire denaro ai parroci buoni e consenzienti. Non sono casi affatto rari anche nella mia personale esperienza, che mi ragguagliano sul fatto che davvero la prudenza non è mai troppa e che la carità priva di attenzione e di furbizia non è che una falsa carità.
Occorre prestare attenzione alla scaltrezza dei figli delle tenebre per non cadere nella loro trappola. Ma occorre anche sfruttare la loro stessa furbizia per la causa del Regno di Dio, cioè per realizzare con essa le cose oneste così come "quelli" realizzano i loro piani disonesti. Come concretamente? Aiutando i poveri e i bisognosi, concedendo volentieri a loro parte delle nostre ricchezze materiali per costruire le basi della vera ricchezza, presente e futura. La frase di Gesù "fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché quando essa verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne" individua (secondo gli esegeti) negli "amici" i poveri e gli indigenti, verso i quali va espressamente usata carità con solerzia e con tutti i mezzi. Non c'è che un modo allora per valorizzare la "furbizia" in senso buono: prodigarsi per i bisognosi. Non soltanto accorrendo alle loro richieste di aiuto, ma sostenendo anche la loro causa, salvaguardando la loro incolumità e proteggendoli dagli oltraggi altrui. I poveri sono i prediletti del Signore, ogni attenzione rivolta nei loro riguardi otterrà sempre per noi la giusta considerazione divina e la giusta ricompensa così come ogni sopruso nei loro confronti ci sarà messo sul conto. L'astuzia va quindi esercitata nella carità e nella condivisione, perché appunto l'amore al disinteressato al prossimo, che combatte l'egoismo e la lussuria, è un rimedio infallibile contro la schiavitù a cui le smodate ricchezze ci costringono.


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