Padre Paolo Berti, “...questo mio figlio era morto ed è tornato in vita...”

XXIV Domenica del tempo ordinario         
Lc.15,1-32
“...questo mio figlio era morto ed è tornato in vita...”  
Omelia 
Veramente fanno impressione le parole di dolore, di gelosia, di ira, che Dio pronunciò contro Israele,
pervertitosi con il vitello d’oro.
Israele appare solo come il popolo di Mosè; una delle tante etnie del mondo. L’opera di liberazione dall’Egitto non appare più opera di Dio, ma solo una liberazione compiuta da un condottiero postosi a capo di un popolo come altri, certo da Dio aiutato. Israele non sembra più il popolo di Dio, ma il popolo di Mosè.
A Mosè, addirittura, Dio dà la prospettiva di diventare una grande nazione, mentre Israele verrà colpito. Sembra la rottura delle promesse fatte ad Abramo.
La preghiera di Mosè per Israele è messa alla prova mediante una prospettiva seducente: essere all'origine di un nuovo popolo. Sembra l'ora dello sdegno definitivo di Dio, ma è l'ora dell'attesa di una risposta d'amore. E Mosè dà questa risposta d'amore verso Dio.
Per Mosè vale immensamente di più essere parte del popolo eletto che il dare origine ad una grande nazione. Per Mosè ha più valore la gloria di Dio davanti agli Egiziani, che il diventare l'origine di un popolo. Se fosse fallita la liberazione degli ebrei, gli Egiziani avrebbero interpretato Dio come infido e ne sarebbe risultato il trionfo dell’idolatria. Mosè vede questo orrore e presenta a Dio le promesse fatte ad Abramo, ad Isacco. Mosè non desiste, come già Abramo non desistette di fronte alla distruzione di Sodoma e Gomorra (Gn 18,23s). Mosè crede che oltre l'ira Dio conservi la sua misericordia per il suo popolo.
E’ quanto Dio voleva sentire da Mosè; voleva che Mosè credesse che più in alto della sua ira c’era la sua misericordia. Diamo dunque merito a Mosè, certo sostenuto dalla grazia, ma pur sempre libero di resistervi. E fu grazia per Mosè, poiché quando scese dal monte e vide l’idolo e i festeggiamenti e si incendiò di sdegno (Es 32,19), il suo cuore era già vincolato dalla supplica alla misericordia di Dio e non cadde nell’invocazione disastrosa che Dio distruggesse il suo popolo.
Il disegno di Dio avanza con la scelta di uomini giudicati degni di fiducia e sostenuti con la sua grazia; ma pur sempre liberi e con la possibilità di un disgraziatissimo e immotivatissimo no. Dio, certo, da tutta l’eternità conosce il tracciato dei sì dell’uomo al suo disegno, ma questo in virtù della sua onniscienza e non perché i sì siano i sì di automi programmati: l'uomo è sempre libero.
Gli unici che avrebbero potuto affondare irrimediabilmente il disegno di Dio sono Cristo e Maria; i due che ne sono il centro. Il Cristo, nella terribile agonia dell’orto degli ulivi, poteva dire no al Padre a continuare a versare sangue; dire no alla croce, ma non lo fece assolutamente. Maria poteva dire no nel triduo della morte alla fede nella risurrezione, sarebbe precipitata nel buio, ma assolutamente non lo fece. Se Maria avesse ceduto in quel momento, se avesse rifiutato il dolore sotto la spinta del tentatore, tutto il gruppo degli apostoli e dei discepoli sarebbe stato contaminato irrimediabilmente. Ma Maria non ha ceduto; mai ha voluto cedere; mai ha mancato di fede; mai ha voluto imitare l’antica Eva.
Paolo, come abbiamo ascoltato, riferisce alla misericordia di Dio la sua chiamata al ministero. Dopo averlo afferrato con la sua misericordia, Dio ebbe fiducia in lui per una missione di misericordia presso i pagani. Così, mentre i Giudei disprezzavano i pagani e volevano pensare che anche Dio li disprezzasse, Paolo annunciò che Dio ama anche i più grandi peccatori dei quali il primo è lui. Pensate; Paolo che in precedenza si credeva integerrimo proprio nel perseguitare la Chiesa, poi si definisce il primo dei peccatori, responsabile di essere stato un violento, anche se agiva nell’ignoranza, e quindi non con malizia cosciente.
Ma ciascuno di noi è oggetto della misericordia di Dio.
A volte, quando si ascoltano delle testimonianze di conversione, si sentono delle narrazioni come se il convertito ci fosse arrivato da solo, mentre, invece, è stato ritrovato come la pecorella smarrita o la dramma; come il figliol prodigo, che rientrò in se stesso di fronte al fallimento, e venne "ritrovato". Paolo non esprime discorsi di indagini fatte, di dotte consultazioni di rotoli e pergamene, dice che Dio gli ha usato misericordia. E lo dice con gioia perché professa la croce di Cristo. La misericordia di Dio si è manifestata a noi nella croce del Figlio di Dio. Parlare della misericordia di Dio dimenticando la croce è avere smarrito l’evento cardine in cui si è espressa la misericordia di Dio. Chi dimentica la croce vede la misericordia di Dio come una noncuranza di Dio di fronte al peccato, la noncuranza di chi giudica cosa da poco il peccato. No! Dio è veramente offeso dal peccato, se non lo fosse vorrebbe dire che non si impegna per noi, che non gli causa dolore. Ma abbiamo ascoltato il Vangelo in cui Gesù espone una situazione chiara a tutti, che cioè il pastore non è noncurante neppure per una sola pecorella che si è sottratta a lui e al gregge e la va a cercare. Abbiamo ascoltato anche il comprensibilissimo riferimento alla donna che ricerca la dramma. Dio sente il dolore della preferenza accordata al denaro, al sesso, agli onori della terra, al Male. Sente il dolore delle accuse che il peccatore gli lancia contro a giustificazione dell’assurda rottura con lui. Le drammatiche parole di Dio a Mosè ci dicono chiaramente il dolore di Dio, pur in mezzo allo sdegno. Ma Dio non si chiude, non si ferma; va alla ricerca della pecorella smarrita mosso da un amore che arriva all’altissimo vertice di essere amore misericordioso. Un amore che non desiste, anche se si trova di fronte alla croce. Siamo orgogliosi, noi poveri uomini, e qualcuno si sente diminuito quando pensa che Dio ci usa misericordia. Vorremmo essere noi, con il nostro genio, le nostre sole forze ad andare a Dio, ma così nessuno lo può incontrare. Non siamo noi a ritrovare l'ovile, ma è lui che ci ha condotti prendendoci in braccio.
Paolo è umile e perciò ammette il suo peccato; e dicendo che è stato oggetto della misericordia di Dio lo dice con stupore, con gioia, perché la misericordia di Dio è lo spiegarsi supremo dell’amore di Dio all’uomo nel segno della croce del Figlio. E' per l’amore misericordioso che l’anima pentita ritorna ad essere tempio dello Spirito Santo, gioiosa figlia di Dio, amica di Dio, sposa di Cristo nella Chiesa sposa.
La misericordia di Dio non ha le pesantezze della nostra, che facilmente fa pesare a lungo lo stato di mancanza, di disvalore, di chi ci è venuto a chiedere perdono.
Osserviamo il padre della parabola che accoglie il figlio che ritorna sconfitto, umiliato, pronto ad essere posto tra i servi e ad essere suddito del fratello maggiore. Vediamo che il padre fa di tutto perché il figlio non rimanga “depresso”; sia libero, senta cancellati i suoi peccati. Gli dà una veste pulita, bella, un anello al dito, per lui organizza un banchetto, ordina canti e danze.
Grande è l’anelito al perdono di Dio nel peccatore che si rende conto di quanto male ha fatto, poiché il perdono di Dio da pace, ripresa, ricompone la dignità perduta. “Nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro”. Il perdono è liberazione. Il pentimento allora si apre al pianto di gioia, e il perdono ricevuto fa risplendere chi perdona, e dimostra quanto siamo importanti per lui che fa festa per il nostro ritorno. Tutti, fratelli e sorelle, siamo oggetto della misericordia di Dio. E il peccatore che ritorna diventa testimone della misericordia di Dio, come san Paolo in mezzo ai pagani, che vivevano spesso al livello dei bruti.
Rimane nel peccatore il peso di avere peccato, ma questo peso incontra nel centro più centro dell’anima una intima gioia, quella del possesso nella fede, nella speranza, nella carità, dell’Amato che non considera più il peccato. Tutto si lenisce in un dolce rimpianto che sant’Agostino esprimeva in queste parole: “Tardi ti ho amato o Bellezza eterna e sempre nuova”, ma il dolce rimpianto lancia il riconciliato con Dio verso l’impegno ad amare Dio, a dargli quell’amore che nel passato non gli ha dato e ancora molto, molto, di più (Cf. Lc 7,47).
E' un procedere dell'anima che avrà il suo apogeo trionfale quando salirà al cielo, nell'abbraccio eterno di Dio.
Ma in purgatorio? In purgatorio avremo dolore per i peccati fatti, rimorso per avere offeso tanto Dio, ma ameremo. Ameremo e questo ci purificherà. Quando saliremo al cielo non avremo il merito dell’amore dato a Dio nel purgatorio, ma l’avremo amato. L’amore che non gli abbiamo voluto dare qui glielo avremo dato nel tormento purificatore del purgatorio. In cielo resterà solo l’amore. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.


Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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